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Il rischio di un Paese in stand by – di Giuseppe Davicino

Il rischio di un Paese in stand by – di Giuseppe Davicino

Brexit e elezioni in Emilia Romagna, ognuno al suo grado, apparivano due eventi temibili per le loro ripercussioni sugli equilibri politici nazionali. Invece le loro conseguenze si stanno rivelando interessanti. Le regionali emiliane hanno consegnato allo schieramento riformatore la vittoria del proprio candidato Bonaccini e un entusiasmo di piazza ritrovato grazie al movimento delle Sardine. Nel contempo hanno ridimensionato le ambizioni di Salvini, il quale, come ha acutamente osservato Guido Bodrato, a forza di far leva sulle paure ha finito per infondere nell’elettorato la “paura di Salvini”. Sotto la maschera della propaganda sull’immigrazione è emerso il vuoto. Un aspetto che è risaltato ancor meglio in occasione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Evento di portata storica che anziché rafforzare la narrazione “sovranista” ha finito con il creare scompiglio nelle file di Lega e Fratelli d’Italia, dimostrando l’assenza in quel campo di un qualsivoglia disegno strategico.

Cosicché un po’ per i limiti della destra e dell’ostinazione di Salvini, non memore della lezione subita da Renzi, a ricercare a tutti i costi un referendum sulla sua persona, un po’ perché culturalmente perdurano nella sinistra le anime giacobine e plebiscitarie, si è ritornati a guardare al maggioritario come a un toccasana. Dimenticando che non basta una legge elettorale per quanto deformante il consenso popolare, per creare il “bipolarismo”. O esistono due visioni distinte della società dell’economia, del futuro (cosa non più vista negli ultimi trent’anni all’insegna del “pensiero unico”) o altrimenti l’alternanza si riduce a mero avvicendamento fra uguali, causa non secondaria del fallimento della Seconda Repubblica e dell’emergere dei populismi.

In realtà l’attuale quadro politico pare caratterizzato soprattutto dalla sommarsi di debolezze di diverso colore. Il Paese non sembra avere un’idea di come venir fuori da una situazione di declino e di disgregazione che minaccia di esser senza vie d’uscita. E così a prevalere sono il conformismo e il trasformismo gattopardesco in funzione dello status quo. Alcune volte ciò può tornare comodo, come la posizione assunta dal governo sulla Libia, quella di infilarsi sotto le ali protettive dell’indispensabile alleato americano, ma più spesso impedisce di cercare delle risposte adeguate alla acuta crisi economica e sociale del Paese.

L’attuale maggioranza rosso-gialla ha sinora evitato di fare sul piano economico e sociale qualunque cosa che la mettesse in discontinuità con tutti i passati governi da Monti in poi. L’appello che parrebbe di grande buon senso a pensare sin d’ora, sull’onda del buon esito delle elezioni emiliane, a impostare la prossima finanziaria 2021 in termini espansivi, chiedendo all’UE di stralciare finalmente dal patto di stabilità, quegli investimenti che permetterebbero al Paese di non sprofondare, si sa, purtroppo, esser velleitario e destinato a non trovare ascolto alcuno, nella sostanza dei fatti, dal gruppo dirigente del PD.

Ma così facendo, sia col fallimento del governo populista, il Conte 1, sia con il conformismo dell’attuale governo, nell’insieme l’Italia ha dato ai due dominus dell’Occidente, da una parte gli anglo-americani e dall’altra la Germania (compresi i sempre più rivoltosi territori ad Ovest del Reno governati da Macron) il messaggio di un Paese che non ha alcun piano, e come tale subisce dai belligeranti lo stesso trattamento che si riserva a una nazione giudicata inutile per le loro opposte cause, quello di ottenere l’immobilismo che merita. Un Paese che per sua assenza d’iniziativa si sta condannando a rimanere in stand by almeno fino alle prossime elezioni americane di novembre. Una deriva problematica, forse giustificabile in tempi di relativa stabilità, ma che nell’attuale scenario internazionale rischia di aprire al Paese scenari inediti di rischio.

Infatti, è un azzardo rimanere fermi in presenza di tre grandi e concomitanti processi che potrebbero, se non disinnescati, in modo adeguato e in tempo utile, anche fare da incubatore di un nuovo conflitto mondiale.

Il primo è quello costituito dalla ferita, prodotta da decenni di guerre, che sta andando in cancrena nel grande Medio Oriente. Dalla Libia all’Afghanistan, passando per la Siria, per il conflitto israelo-palestinese, nulla è risolto in quella regione e tutto rischia di riesplodere insieme, creando in particolare le condizioni per uno scontro diretto fra Turchia e Russia, come preludio di un conflitto molto, molto più vasto.

Il secondo fattore è quello dell’incipiente crisi finanziaria globale che si sta abbattendo su una economia già in recessione, aggravata dall’infezione – ad oggi più mediatica che reale – da coronavirus, che però contribuisce a danneggiare le economie che più avevano guadagnato puntando tutto sull’export. È appena il caso di rilevare che l’area economica più esposta al mondo a questa nuova crisi è quella europea a causa delle politiche procicliche deflattive imposte dalla Germania agli altri stati dell’eurozona.

E il terzo fattore di rischio globale sta proprio nella cabina di regia europea, in quella Germania che dopo la sua riunificazione ha assunto la guida, se non il dominio, dell’Unione Europea. L’ordoliberismo da essa propinato al resto d’Europa, responsabile della mancata crescita europea dello scorso decennio, e responsabile della conseguente nascita dei sovranismi, ha avuto effetti devastanti anche nella società e nell’economia tedesca. I livelli inauditi di disuguaglianza nella società tedesca rischiano di colpo di rivelarsi insostenibili non appena il suo modello fondato sulle esportazioni a scapito principalmente di Italia e Francia, mostri qualche segnale di blocco.

È precisamente quello che sta succedendo. Il rallentamento della crescita cinese, la prossima esplosione di nuove bolle finanziarie, la crisi del commercio internazionale stanno mandando la Germania in recessione.

Ma l’aspetto più grave, purtroppo con pesanti conferme nella storia contemporanea, è che di fronte alle crisi, e alle disfatte, la Germania si avvita su se stessa e, se possibile, si irrigidisce ulteriormente, rifiutando di prendere atto dei dati di fatto inequivocabili che giungono dall’esperienza. Un limite che il filosofo spagnolo Ortega y Gasset fece addirittura risalire, in una sua critica di quasi un secolo fa, all’idealismo tedesco, e in particolare alla gnoseologia e all’etica kantiana, tutte incentrate sulla coscienza di sé e, in qualche modo, inadeguate a cogliere il reale.

Tradotto, per l’Italia, che ha scelto di stare al palo, ciò sta per tradursi in un inasprimento dell’austerità proprio quando servirebbero insieme più investimenti per il lavoro e la ricerca e minore pressione fiscale. E in generale per tutta l’Europa significherà un indebolimento e un decadimento generale proprio nel momento in cui occorrerebbe uno sforzo corale e straordinario per evitare il tracollo e per generare un po’ di stabilità in una regione del mondo, quella euro-mediterranea, che si avvia a divenire incandescente.

Giuseppe Davicino

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte