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16 AGOSTO 1924, È RITROVATO Il CADAVERE DI MATTEOTTI. 16 AGOSTO 1931, MUORE DONATI: PER LUI IL MANDANTE DELL’ASSASSINIO ERA STATO IL DUCE – Una data che intreccia ancora di più le loro due drammatiche vicende personali

16 AGOSTO 1924, È RITROVATO Il CADAVERE DI MATTEOTTI. 16 AGOSTO 1931, MUORE DONATI: PER LUI IL MANDANTE DELL’ASSASSINIO ERA STATO IL DUCE – Una data che intreccia ancora di più le loro due drammatiche vicende personali

In occasione del 16 agosto, riproponiamo l’articolo già pubblicato su taluni aspetti della vicenda Matteotti

Quella del 16 agosto è una data che unisce ed intreccia ancora più strettamente le vicende di Giacomo Matteotti e di Giuseppe Donati.

E’ il 16 agosto del 1924 quando viene trovato il cadavere dell’esponente socialista, rapito il precedente 10 giugno dalla banda fascista di Amerigo Dumini, nella tenuta della Caffarella nei pressi di Riano, lungo la via Flaminia, non lontano da Roma.

Il ritrovamento dei resti del parlamentare socialista assassinato avviene nelle prime ore della mattina. E’ un giovane brigadiere dei Carabinieri a lanciare l’allarme. Si tratta di Ovidio Caratelli. Secondo le dichiarazioni ufficiali rese agli inquirenti, sta andando a caccia. Si è recato per un periodo di ferie nella tenuta della Quartarella di cui il padre è fattore e dove vive la sua famiglia.

Il seguito delle indagini farà pensare che il ritrovamento non sia affatto andato come raccontato dal giovane brigadiere. Questi, infatti, finirà con il contraddirsi e con contraddire la versione resa da un suo superiore, il capitano Pallavicini, da lui avvertito e primo degli inquirenti a giungere sul luogo in cui la banda di Dumini aveva sepolto alla meno peggio i miseri resti di Matteotti.

Secondo le voci che circolano a Roma in quei giorni di torrido metà agosto, e che giungono alle orecchie anche di Giuseppe Donati, direttore de “Il Popolo” da lui fondato su incarico di don Luigi Sturzo, in realtà il ritrovamento sarebbe stato fatto dal fratello minore del Caratelli, il quale avrebbe addirittura assistito, non visto dagli assassini, alla sepoltura del deputato assassinato il precedente 10 giugno.

Gli oltre due mesi passati dal momento del sequestro e la spiegazione ufficiale fornita dovevano solo servire a chissà quale disegno che uomini delle istituzioni e del Fascismo stanno organizzando per farla fare franca a Dumini ed ai suoi. Come del resto accadrà, almeno in sede di primo processo.

Sono giorni terribili per il regime fascista, scosso fin dalle fondamenta per l’omicidio Matteotti. Gli uomini di Dumini, e anche lui, sono arrestati quasi subito o comunque identificati e ricercati perché si sono lasciati dietro una scia di tracce e testimoni. Subito, così, emergono i collegamenti con l’entourage più vicino a Mussolini ed ai vertici del partito fascista.

Benito non è ancora il Duce che sarà. Sente l’isolamento creatogli attorno dal caso Matteotti, nonostante abbia cinicamente abbandonato subito al proprio destino i più compromessi dei suoi per le frequentazioni con Amerigo Dumini: il suo capo ufficio stampa Cesarino Rossi; il potentissimo sottosegretario agli interni, Mario Finzi; il Capo della Polizia e Quadrunviro della Marcia su Roma, Emilio De Bono; il segretario amministrativo del Partito fascista, Giovanni Marinelli. Quest’ultimo è il vero ideatore ed organizzatore della cosiddetta Ceka, una sorta di polizia segreta irregolare che ha il compito di uccidere e punire gli avversari, ma anche camerati scomodi.

La situazione precipita con quel 16 agosto. La conferma viene da un termine nuovo, usato spregiativamente dai fascisti: quartarellismo o quartarellista.

Sì, la radice etimologica viene proprio dalla tenuta della Quartarella. Sta a indicare quanti, a partire dal Direttore de Il “Corriere della Sera”, Luigi Albertini, cui per primo è diretto l’epiteto di “quartarellista”, dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti cominciano a prendere le distanze dal Fascismo e da Mussolini. Una presa di distanza, però, che mancando ogni chiara presa di posizione da parte della Monarchia, si risolve solamente nell’inane e sterile andata sull’Aventino.

Giuseppe Donati questa distanza, netta e distinta, l’ha presa invece da tempo. Subito dopo il rapimento di Matteotti accentua ancora di più la sua ostilità che diventa vera e propria mobilitazione attiva non appena è ritrovato il corpo del leader socialista.

Donati non accetta la pavidità degli “aventiniani”. Non crede che Amendola e compagni debbano aspettarsi alcunché da Vittorio Emanuele e comincia a raccogliere tutte le prove del coinvolgimento dei vertici fascisti nel delitto politico più grave della recente storia italiana.

Nasce così il memoriale che il direttore del “Popolo” intende preparare per denunciare la responsabilità di De Bono il quale, da Capo della Polizia, mette in atto un vero e proprio depistaggio. Un depistaggio che ha due obiettivi: da un lato, incastrare Dumini sempre di più in modo da poterlo controllare, indocile e umorale com’è il killer del regime; dall’altro, far apparire l’omicidio come un incidente di percorso perché Dumini ed i suoi non avevano alcuna intenzione di uccidere il deputato socialista, bensì di dargli solamente una lezione.

Invece, sappiamo che Dumini ha preparato una fossa di calce viva in cui lasciare il corpo di Matteotti, ma a sud di Roma e non sulla via Flaminia dove il gruppo è costretto poi a dirigersi a causa del fallimentare andamento del sequestro fatto sotto gli occhi di numerosi testimoni. L’obiettivo era quello di fargli rivelare tutte le informazioni delicate di cui il parlamentare è venuto in possesso sugli accordi intercorsi tra Benito Mussolini e i petrolieri americani, sui traffici del fratello Arnaldo Mussolini e di quelli degli ambienti vicini alla Monarchia. Poi, sarebbe stato ucciso, comunque.

Invece, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, le cose non seguono il programma prefissato e la resistenza di Matteotti viene sedata da una violenta coltellata che lo elimina forse prima di quando avrebbe voluto il Dumini.

Donati scalpita. A mano a mano che passano i giorni, aumentano le informazioni di cui entra in possesso e dunque vorrebbe lanciare una denuncia precisa. E pressato, però, dai liberali e da quanti aspettano l’intervento del Re affinché stia calmo e lasci fare quanto basti che l’Aventino convinca Vittorio Emanuele a disfarsi di Mussolini.

Il direttore del “Popolo”, in effetti, attende alcuni mesi, nel corso dei quali prepara ed arricchisce un memoriale scritto sulla base delle indagini svolte in prima persona e delle confidenze ricevute anche da uomini del partito e del giornalismo fascista. Improvvisamente, nel dicembre 1924, a causa di un furto nella redazione del “Popolo”, il memoriale scompare e riemerge pubblicato su di un giornale fascista.

A questo punto, come gli dice Gaetano Salvemini, Donati si trova di fronte ad un bivio: o denuncia il diretto coinvolgimento nel delitto Matteotti di De Bono e Mussolini, oppure è costretto a smentire tutto il dossier preparato.

Donati non può che scegliere la prima strada e denuncia di fronte al Senato, che si trasformerà in Alta Corte, Emilio De Bono che, da senatore del Regno, può essere giudicato solamente dai suoi pari.

E’ la fine. De Bono non sarà mai condannato dal Senato in netta maggioranza in mano a fascisti e monarchici. I magistrati del Tribunale ordinario, che stanno indagando Dumini ed i suoi, si vedono togliere di mano l’inchiesta. E pensare che fino a quel momento hanno deliberatamente evitato di citare nelle carte i nomi dei vertici politici e governativi del Paese, proprio per evitare il rischio di farsi esautorare.

E’ la fine anche per Giuseppe Donati costretto ad emigrare. I fascisti vogliono fargli la pelle e punirlo per essersi rivelato il più coriaceo avversario di Mussolini e dei suoi accoliti.

Inizia per lui lo stesso cammino di esiliato intrapreso da don Luigi Sturzo e da tanti altri esponenti antifascisti. Dopo numerosi tentativi di creare un solido giornale che rappresenti all’estero l’Italia democratica, entra in rotta di collisione con una parte dell’emigrazione antifascista a seguito della firma dei Patti Lateranensi del 1929.

Per vivere è costretto a fare il cameriere in un bistrot di Parigi dell’altro popolare emigrato, Giuseppe Stragliati, e ad accettare l’aiuto finanziario di Gaetano Salvemini. Le sue condizioni di salute sono comunque precarie per l’aggravarsi dei problemi ai polmoni.

Poi, nel 1930, Sturzo indica il suo nome per una cattedra d’italiano in una scuola di Malta dove Donati si reca e resiste solamente fino al luglio successivo. L’umidità dell’isola, infatti, mina definitivamente la sua salute. Torna a Parigi dove muore proprio il 16 agosto, nel 1931, a sette anni dal ritrovamento dei resti di Matteotti.

Giancarlo Infante