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Il ciclone Trump e gli immigrati di Ellis Island – di Giuseppe Careri

Il ciclone Trump e gli immigrati di Ellis Island  – di Giuseppe Careri

Donald Trump lo aveva promesso durante la campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Pochi gli avevano dato credito; ma con un “ordine esecutivo” del nuovo Presidente, gli Stati Uniti inizieranno a costruire il muro di confine con il Messico.

Trump giustifica la decisione presa a pochi giorni dall’insediamento alla Casa Bianca con la necessità di salvare milioni di posti di lavoro e milioni di dollari. “Una nazione senza confini non è una nazione” dice.

Poi, sono arrivate le disposizioni sul blocco delle persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica.

Le decisioni del nuovo Presidente degli Usa hanno indignato e disorientato la stampa e l’opinione pubblica di tutto il mondo. L’America, infatti, è stata da sempre la nazione che più di altre ha rappresentato la democrazia e tenuto in pugno la potenza economica nel mondo anche grazie alle sue relazioni con tutti e cinque i continenti.

Questo spiega anche perché gran parte degli  americani residenti hanno parenti in tutti gli angoli più remoti del nostro pianeta.

Giova ricordare, infatti, che in passato gli Stati Uniti sono stati una frontiera aperta all’Europa e a tutti coloro che emigravano da tanti paesi come la Cina e altre zone asiatiche, oltre che dall’America latina.

A partire dal 1892, il porto di Ellis Island, isolotto artificiale nella baia di New York, divenne il punto di approdo di tutti gli aspiranti immigrati, sottoposti comunque a rigidi controlli medici. Oltre dodici milioni di immigrati transitarono dal centro di Ellis Island per realizzare il loro sogno americano.

In Italia la povertà, la fame, i bassi salari, la carestia, l’illusione di facili guadagni, determinò la partenza di milioni di contadini convinti che l’America avrebbe soddisfatto i loro bisogni materiali e migliorato la loro condizione di vita. I poveri contadini, quasi tutti analfabeti, si portavano in molti casi anche la propria numerosa famiglia per affrontare un lungo viaggio attraverso l’Atlantico che li avrebbe portati nella Terra promessa.

Lasciavano nel paese d’origine i ricordi della vita vissuta con parenti, amici. Con dolore erano costretti ad abbandonare le loro povere case, costruite magari con le loro braccia e con immenso sacrificio.

I viaggi della speranza di milioni di persone, di contadini, artigiani e disoccupati, avvenivano su piroscafi obsoleti dove venivano sistemati nelle cuccette spesso prive persino di aria pulita.

Con le loro valigie e i loro fagotti pieni di speranze, dopo un viaggio estenuante di giorni e giorni, al loro arrivo venivano sottoposti a severi controlli sanitari e a test di comprensione prima di ottenere il permesso d’ingresso e fare il primo passo per diventare cittadini americani.

Chi superava questo primo esame, veniva poi accompagnato nella Sala dei Registri, dove erano attesi da ispettori che registravano nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, riferimenti a conoscenti già presenti nel paese e precedenti penali.

Le persone con disabilità fisiche e mentali e i bambini senza genitori non potevano entrare negli Stati Uniti; questi ultimi venivano rimpatriati con lo stesso piroscafo che li aveva portati in America.

Oltre alle famiglie italiane, sbarcavano a New York uomini, donne e bambini irlandesi, tedeschi, quelli provenienti dai Paesi Bassi, dalla Grecia, dalla Russia.

Gli emigranti, esausti e impauriti dopo il lungo tempo della traversata atlantica, scendevano dalla nave con i loro miseri indumenti, con la loro miseria atavica e con i loro costumi tradizionali, con la speranza di iniziare davvero una nuova vita.

Il loro arrivo a New York era salutato dal simbolo americano rappresentato dalla  Statua della Libertà, inaugurata nel 1886 e conosciuta in tutto il mondo.

Il monumento della libertà svetta all’entrata del porto sul fiume Hudson, al centro della baia di Manhattan. E’ alto 93 metri, compreso il piedistallo, ed è visibile a distanza di chilometri.

Raffigura una donna che indossa una lunga toga e sorregge nella mano destra la Fiaccola della Libertà, mentre nell’altra tiene un libro recante la data del giorno dell’Indipendenza americana, 4 luglio 1776. Ai suoi piedi, le catene spezzate, simbolo della schiavitù liberata.

Sul piedistallo è inciso un sonetto scritto dalla poetessa Emma Lazarus: “Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”.

Altra epoca, certo; altri uomini e donne, altra solidarietà; storie commoventi che si possono rivivere ancora attraverso la memoria al Museo dell’Immigrazione di Ellis Island creato nel lontano 1954.

Giuseppe Careri