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Scopriamo l’acqua calda: la Russia è in Siria ed appoggia Bashar al-Assad. E’ lì da circa 60 anni

Scopriamo l’acqua calda: la Russia è in Siria ed appoggia Bashar al-Assad. E’ lì da circa 60 anni

All’improvviso tutti scopriamo che la Russia sostiene il regime di Bashar al-Assad, che Mosca manda armi a Damasco e che è pronta a sostenere la Siria, anche militarmente se necessario, fino alla fine.

C’è da rimanere davvero perplessi a vedere i titoli di molti giornali e ad ascoltare saccenti servizi televisivi di queste ultime ore. Viene da chiedersi se un po’ tutti, a partire da direttori e giornalisti, fino ad oggi ci si sia occupati solamente di sport o di spettacoli.

La cosa, infatti, giustificherebbe l’essere esentati dall’aver letto nel passato notizie sui numerosi bombardamenti israeliani condotti in terra di Siria di interi convogli con a bordo missili ed armi sovietiche appena scaricate in qualche porto sulla costa siriana del Mediterraneo.

Esentati anche dal ricordare il ruolo svolto dalla Russia di Putin, assieme al governo di Teheran, per convincere Bashar al-Assad a lasciar perdere con le bombe chimiche e a distruggere il proprio arsenale di armi proibite nell’estate del 2013. Non è che Assad si lasci convincere da una pacca sulle spalle.

Esentati anche dal sapere che a Tartus c’è l’unica base militare navale russa sulle sponde del Mare Nostrum. E’ lì da un pezzo, e non pare che Putin sia in procinto di svuotarla dei suoi marinai e dei suoi consulenti militari che c’hanno messo profonde radici.

Nei giorni scorsi, poi, qualcuno ha pure scritto sui Mig 31 inviati in Siria da Mosca per compensare l’arrivo nelle basi turche di altrettanti jet statunitensi. Quelli che Washington vuole utilizzare per bombardare le milizie dell’Isis.

Insomma, sostenere che solo oggi si scopra l’acqua calda e come, da un pezzo, stanno le cose a pochi chilometri da casa nostra, è un pò puerile.

Non può non far riflettere sulla percezione che abbiamo della complessità della politica estera, in generale, e del Mediterraneo, in particolare, rinfocolata solamente sulla base di un interesse episodico ed improvvisato che, talvolta, sembra prendere anche uomini politici e di governo.

E’ fresca la passione con cui tutti noi abbiamo seguito le cosiddette “primavere arabe” e dato per compiuto, in esse, un processo di rinnovamento delle società e delle istituzioni di molti paesi che necessitano un ben più lungo e profondo percorso.

Da sempre la Russia, a lungo la si chiamava Unione Sovietica, è impegnata allo spasimo ed investe enormi risorse per ritagliarsi un ruolo nelle vicende mediterranee. Quelle che, dal 1945 saldamente in mano in gran parte ai soli Stati Uniti, hanno visto subito scalzare il Regno Unito immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale dal ruolo e funzione di arbitro indiscusso degli equilibri del vicino Oriente.

Negli anni ’50 e ’60, a Mosca dettero una mano Nasser e tutto il movimento dei giovani ufficiali del socialismo panarabo destinato a percorrere il mondo arabo con un’ondata di novità e di rinnovamento. Un movimento modernizzante, disconosciuto dall’Occidente, che sconfisse a lungo le monarchie feudali e riuscì a dare una nuova impronta dall’Egitto del già citato Nasser, alla Siria, con gli Assad, dall’Iraq, destinato a finire in mano a Saddam Hussein, alla Libia di Gheddafi e all’Algeria di Ben Bella. A mala pena rimasero indenni Giordania e Arabia Saudita.

Con molti dei paesi finiti in mano ai militari laici, nazionalisti, panarabisti, riuscì a fare inizialmente parecchio anche l’Italia. Grazie ad un certo Enrico Mattei abilissimo a sgomitare per prendersi più petrolio possibile a danno delle cosiddette Sette sorelle da cui, per questo, non è mai stato perdonato fino a quando non cadde con il suo aereo tornando dalla Sicilia. Così come la Francia non gli ha mai perdonato di aver finanziato chi avrebbe poi vinto la guerra di liberazione algerina.

L’Italia con questi paesi cercava anche di mantenere la porta aperta verso l’Occidente, oltre che pomparvi petrolio, e provare a sostenere il rinnovamento e la formazione dei loro nuovi gruppi dirigenti. Un esempio su tutto: l’Accademia navale di Livorno, dove per decenni sono stati formati gli ufficiali di marina di alcuni di questi paesi.

L’Unione Sovietica giocava, invece, un’altra partita del grande Risico mondiale in cui era stata catapultata con la fine della guerra ed il possesso del secondo più possente arsenale nucleare mondiale. Mosca, i suoi piedi nel Mediterraneo e nel mondo arabo li ha sempre avuti ed ha sempre provato ad allargarne l’impronta. Pronta a cogliere ogni occasione, come quando ne ha avuto l’opportunità in un Egitto stretto sempre più dall’assedio degli occidentali: tentativo anglo francese di Suez docet.

Poi, grazie all’accorto dialogo avviato dagli americani con Sadat, l’Egitto si liberò dell’ingombrante presenza sovietica, costretta a spostare definitivamente in Siria il proprio baricentro nel Mediterraneo.

Non sono, dunque, solo cose dei nostri giorni le informazioni sul ruolo russo in Siria. Le cancellerie lo sanno bene anche se a volte, come fanno pensare le recenti dichiarazioni francesi e britanniche, bellicosamente pronte ad un intervento in Siria, fanno finta di dimenticarlo.

Poi, basta che i russi confermino l’ulteriore invio di armamenti e di uomini, anche se per ora pochi, per far rientrare le dichiarazioni più velleitarie su eventuali bombardamenti in Siria da effettuare al di fuori di ogni logica di cooperazione internazionale.

Tutto ciò aiuta a spiegare l’accorta politica basata sul realismo ed il senso pratico del Presidente americano Barack Obama costretto, per ora, a contentarsi del male minore per cercare di creare, almeno, un ampio fronte contro il terrorismo dell’Isis e raggiungere equilibri meno precari in tutta la regione, inclusa quella sotto la fortissima influenza di Teheran capace di giungere anche su alcuni tratti di costa del Mediterraneo.

Giancarlo Infante