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Mettere al centro l’uomo: ricordo di mons. Riva, uomo e pastore del dialogo. Intervista a Lucio D’Ubaldo

Mettere al centro l’uomo: ricordo di mons. Riva, uomo e pastore del dialogo. Intervista a Lucio D’Ubaldo

Si terrà domani, nel pomeriggio, presso la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo all’Eur, nel cuore del Settore Sud della Diocesi di Roma, un convegno promosso dalla Parrocchia e dall’Accademia degli Incolti per ricordare la figura di un grande pastore, il vescovo Clemente Riva. I lavori saranno aperti alle 17.30, nel teatro della scuola attigua alla Basilica, il parroco P. Francesco Bartolucci dell’ordine dei Francescani Conventuali.  A Daniele Di Mario, giornalista de “Il Tempo” e autore di un libro sul convegno del 1974 sui “Mali di Roma”, spetterà il compito di introdurre. Seguiranno le relazioni di Mons. Andrea Manto, docente all’Università Lateranense e delegato per la pastorale sanitaria del Vicariato, e di Giuseppe De Rita, fondatore del Censis e amico personale di Riva. Concluderà il convegno Mons. Paolo Lojudice, Vescovo ausiliare da poche settimane per il Settore Sud della Diocesi di Roma, quindi responsabile a distanza di anni del medesimo ruolo pastorale di Riva. Abbiamo rivolto alcune domande a Lucio D’Ubaldo, già senatore e attuale direttore de “Il Domani d’Italia”, chiamato nella circostanza a presiedere i lavori del convegno.

 Riva ha lasciato un segno nella città, ma il suo ricordo sembrava negli ultimi un po’ appassito. Come mai si è pensato di promuovere questo convegno?

 Devo dire che ha fatto da apripista una delicata testimonianza di David Tesoriere che proprio su “Il Domani d’Italia” ha dato conto della sensibilità umana e dell’attenzione pastorale di “don Clemente” (così lo chiamavano i ragazzi). A quel punto, consultando le carte, ci siamo accorti che quest’anno ricorre il quarantesimo della sua nomina a Vescovo per il Settore Sud della Diocesi di Roma. In aggiunta, sempre sulla scia degli anniversari, abbiamo scoperto che trent’anni fa usciva un libro, edito dalla Cittadella di Assisi, che raccoglieva alcuni suoi scritti. Il titolo era suggestivo e, non a caso, è stato scelto per il convegno di domani: “Al centro della città metterei l’uomo”. Molto bello, perché fa ben intendere come il messaggio cristiano operi nel contesto vivo della comunità e sia fondamentalmente legato alla promozione della persona umana. Un messaggio, del resto, che Papa Francesco ripropone senza sosta e con molta energia.

Riva fu relatore al famoso convegno sui “Mali di Roma”, che il Vicariato organizzò nel 1974 a San Giovanni. Il grande pubblico iniziò a conoscerlo in quella circostanza. Fu così che divenne, malgrado la sua naturale ritrosia, un punto di riferimento per la città. Perché colpiva la figura di Riva?

 Penso che dietro la mitezza del gesto e il riserbo della parola fosse immediatamente percepita la forza intellettuale e morale dell’uomo. Si presentava con semplicità, ma le   cose che diceva, sempre meditate e sempre stimolanti, riflettevano il rigore dei suoi studi. Aveva a cuore il rinnovamento della Chiesa post-conciliare, per questo volle riproporre sempre negli anni ’70 “Le cinque piaghe” di Antonio Rosmini, libro che anticipando i tempi e suscitando clamore nella Chiesa fece scattare la censura del Sant’Uffizio. Riva, rosminiano, sentiva l’urgenza di approfondire le ragioni di un nuovo impegno del cristiano nella società. Si sforzava di approfondire il rapporto tra fede e storia, dunque tra Chiesa e mondo, senza con ciò comprimere il senso della trascendenza. La sua proposta non cedeva né all’integralismo, né al radicalismo mondano: anche quando si rivolgeva agli uomini politici – e lo faceva spesso – non trasmetteva l’idea di una impropria commistione con una fede oggettivizzata, vale a dire con quanto della fede potesse servire, com’è che sia, a giustificazione di questa o quella linea politica.

Vorresti dire, in parole semplici, che non faceva sconti alla politica.

 Ecco, mi sembra l’affermazione più corretta. Sotto questo aspetto, era palese la sua speranza di vedere all’opera una nuova generazione capace di rinnovare il partito di ispirazione cristiana, la Dc. Coglieva i fenomeni di corruzione e deterioramento, non poteva evitare perciò che i suoi richiami suonassero condanna per la riduzione a vuoto e finanche brutale pragmatismo dell’impegno politico, per giunta connotato e animato da valori cristiani. Questa sua preoccupazione, pertanto, lo rendeva interlocutore diretto di quanti in politica, non solo dentro la Dc, operavano in direzione del cambiamento.

Tuttavia, assertore com’era del cambiamento, non pare indugiasse a ritenere inutile o superata la funzione della Dc…

Più che vero. Era pronto, infatti, a dare credito agli uomini che si battevano per restituire dignità e vigore alla originale formula – diciamo così – del cattolicesimo politico italiano. Penso tuttavia che fosse deluso, a cavallo degli anni ’80-90, se non altro per il silenzio che in pratica oppose alla fine della Dc. Forse alla delusione era pure associata l’amarezza, poiché ai suoi occhi tante energie e tante speranze andavano perdute. Rimaneva integra però, anche dopo la lunga stagione dei cattolici al potere, l’esigenza del dialogo attorno ai bisogni e ai diritti dell’uomo: per essere chiari, dell’uomo concreto.

Riva, dunque, come uomo del dialogo: con gli ebrei, con i non credenti, con i poveri e i più deboli, con gli omosessuali. Era un pastore “moderno”?

 Era un pastore vero. A tutti proponeva l’idea di un percorso che doveva portare a scoprire, non necessariamente a dare per presupposto, il significato della salvezza cristiana. Anche il confronto in ambito ecclesiale con la “comunità gay” offre oggi, nell’economia di questo ricordo, la possibilità di evidenziare il tratto umano del suo servizio pastorale. Nel dialogo c’era tutta la forza e la serenità dell’uomo di Chiesa, nonché il fascino discreto dell’intellettuale cristiano. Per questo Riva è attuale.

Giancarlo Infante