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Le banche “vendono” Banca d’Italia. Scatta l’ennesimo “regalo” con la rivalutazione?

Le banche “vendono” Banca d’Italia. Scatta l’ennesimo “regalo” con la rivalutazione?

Entra nella sua fase operativa il decreto noto come “Imu-Bankitalia” varato dal Governo Letta nel gennaio 2014  con il quale è disposta la rivalutazione, da 156mila euro a 7,5 miliardi, del capitale di Banca Italia. Inoltre, le grandi banche che possiedono le azioni della banca centrale dovranno cederle poiché la norma prevede che nessun azionista controlli più del 3%.

Intesa e Unicredit insieme detengono più del 64% del capitale che in gran parte dovrà essere ceduto. Anche l’Inail e l’Inps, che detengono azioni di Via Nazionale, dovranno cedere entro la fine del 2016 le quote eccedenti il loro 3 %.

Una conseguenza del decreto, oltre all’immissione sul mercato delle azioni dell’Istituto centrale, è quella della rivalutazione contabile delle quote detenute da istituti di credito iscritte in bilancio ad un valore assai inferiore.

 Gli istituti cedenti azioni, otterranno ovviamente notevoli plusvalenze: Banca Intesa, ad esempio, che aveva posto a bilancio nel 2013 l’intera quota in portafoglio, pari al 42,5% del capitale, corrispondenti a 642 milioni di euro, ora ricava 430 milioni cedendo meno del 6 per cento. Alla fine, per scendere sotto al tetto fissato dalla legge, ai prezzi correnti, potrebbe incassare complessivamente quasi 2,9 miliardi.

Gli acquirenti delle azioni di Intesa Sanpaolo sono costituiti da un gruppo di casse previdenziali, quali Enpam (l’Ente di previdenza dei medici), Inarcassa (ingegneri e architetti), Cassa forense, Cassa ragionieri e Enpaia (addetti all’agricoltura), oltre che la Banca del Piemonte.

Anche Unicredit, il secondo maggiore azionista di Banca d’Italia con circa il 22% valutato oggi 1,659 miliardi di euro, dovrà dare seguito alla legge, e, secondo quanto riferito dall’Agenzia Ansa, avrebbe ceduto il 3,2% della sua quota per un controvalore di 240 milioni di euro.

 Sembrerebbe che ad attirare i nuovi acquirenti sia stato il ricco dividendo che la Banca centrale paga a partire dallo scorso anno. La cedola versata ai soci sul 2014 è stata di 380 milioni, pari a un rendimento superiore al 5 per cento.  Ma è la stessa legge che fissa il livello massimo degli utili erogabili a titolo di dividendo a 450 milioni il che equivale a un rendimento del 6% sui 7,5 miliardi di capitale.

Colpisce, così, la notevole differenza del rendimento a fronte di altri investimenti se si considera quanto, in questi periodi, i tassi siano bassissimi come nel caso di quelli dei Bot a dodici mesi che sono addirittura negativi.

Se non vi saranno sufficienti acquirenti, la norma dà facoltà alla stessa Banca d’Italia di ricomprare le azioni e mantenerle temporaneamente fino a quando non vi sarà la richiesta da parte di adeguati compratori.

Da tenere presente che quando venne approvata la norma, furono molti i rilievi di tecnici e di parlamentari i quali, oltre a giudicare il provvedimento un vero e proprio” regalo alle banche”, mettevano in guardia sulla possibilità che le azioni non collocate possano finire in mano a soggetti controllati da banche straniere con il rischio paventato dunque era ed è quello di ritrovarci di fronte ad un notevole ridimensionamento della nostra sovranità economico-finanziaria.

Gianluca Scialanga