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La Cina riorganizza la propria economia e ciò dispiace agli speculatori

La Cina riorganizza la propria economia e ciò dispiace agli speculatori

Il Domani d’Italia pubblica il seguente articolo di Nino Galloni che volentieri rendiamo disponibile ai nostri lettori

 

I recenti ribassi delle borse cinesi e di quelle ad esse collegate fanno parte di un gioco che, in generale, si basa sulle aspettative e sulle realizzazioni di profitti; o, più esattamente, di saggi di profitto, derivanti dal rendimento degli investimenti stessi. Quindi, in borsa si guadagna, in caso di boom, dalla rivalutazione del titolo (che dipende dal reddito accumulato e atteso) ovvero dalla sua vendita; al ribasso, invece, da tecniche che solo gli operatori specializzati (non le banche, ad esempio) sanno fare da secoli. In caso di ribassi, infatti, gli operatori finanziari non specializzati (e gli stessi risparmiatori), hanno poche chance. Le banche possono emettere derivati, per sostenere – fino ad un certo punto e nel breve termine – il reddito dei sottoscrittori ovvero quanto si sono impegnate a fare con essi.

Orbene, l’equivoco nasce dal fatto di pensare che l’economia reale e quella finanziaria (le borse, appunto), vadano sempre di pari passi; prevalentemente, infatti, è vero il contrario. Questo è il punto: per realizzare maggiori profitti, vale a dire non far decrescere il tasso di profitto, occorre – nella fasi espansive – contenere la crescita occupazionale così che la produzione e le vendite crescano di più di essa o dei salari; quando c’è ristagno, invece, occorre che si taglino occupazione e salari di più di quanto non succeda o si programmi a riguardo di produzione e vendite. Quindi, contrariamente a quanto comunemente si crede, il contributo delle borse alla crescita sociale è sempre negativo: di rallentamento della crescita reale nelle fasi espansive, di guadagno derivante dai licenziamenti nel caso opposto.

Fino a qualche anno fa, la Cina aveva puntato prevalentemente sulle esportazioni e ciò era avvenuto assieme ad una crescita dei salari perché questi ultimi erano talmente bassi da essere trascurabili ai fini dell’andamento dei saggi di profitto e, quindi, delle borse; ma qualche anno fa il comitato centrale del partito comunista cinese ha deciso di dare maggior importanza alla crescita della domanda interna, ciò ha influito sui saggi di profitto e ha spinto gli operatori a disinvestire. Di qui il casino; ma si tratta di crisi di crescita per la Cina che, se non ritornerà sui suoi passi, vedrà una crescita del PIL più contenuta rispetto al passato, ma equilibrata come distribuzione.

Fino ad un certo punto la Cina ha visto tassi di crescita incredibili (attorno e oltre l’11% annuo) che l’hanno portata a superare gli stessi USA come produzione; ma, al di là di un certo limite, l’andamento dei salari ha potuto influire sul saggio del profitto, concausando una contrazione (i tassi di crescita prevedibili, da ora, non supereranno più il 7% annuo): la cosa è ottima, perché vuol dire che la Cina sta andando in una direzione giusta (quella dello sviluppo equilibrato della domanda interna), ma non è una buona notizia per gli speculatori che, invece, preferivano la Cina esportatrice con alti profitti e bassi salari.

Il problema è che le stesse autorità sono preoccupate degli effetti sulle banche e le altre istituzioni finanziarie che si trovano e si troveranno in condizioni di scarsa liquidità perché quest’ultima – in grandi quantità – andrà verso impieghi del tutto speculativi e slegati da qualsiasi attività reale; ma la crisi finanziaria rende più probabile il conflitto tra superpotenze. Cina, Russia e India lo vogliono evitare, mentre le lobbies americane, inglesi e transnazionali (armi, servizi deviabili, filoisraeliani, ecc.) la ritengono l’unica opzione, ad un certo punto. Sarà, quindi, fondamentale se gli USA si riapproprieranno della politica, emarginando i neoconservatori, legati alle lobbies stesse.

Occorrono accordi internazionali: lo stesso Kissinger, nel suo ultimo libro ha coraggiosamente preso le distanze dai neoconservatori (e da se stesso…), riconoscendo che il piano di governo mondiale non s’è realizzato e proponendo, con qualche dubbio (più suo che nostro) zone di equilibrio regionale; è fallita la sostituzione degli Stati nazionali perché è mancato il sostituto; gli Stati persistono, alcuni particolarmente risicati, come in Italia, ma questo è un altro, pur cruciale, discorso.

Adesso il problema è la liquidità: se le banche centrali la smettono di inondarci di moneta che non possiamo utilizzare, salta tutto il sistema (in teoria sarebbe la fine per un nuovo inizio, in pratica si rischia il conflitto termonucleare); i mezzi finanziari del pianeta sono pari a 54 volte il PIL mondiale. Solo una nuova Bretton Woods (o qualcosa del genere), ci occorre: i BRICS, gli USA, le altre “potenze” devono sterilizzare tutti i titoli tossici ed emettere credito per lo sviluppo reale; ma questa volta la Bretton Woods va fatta prima e non dopo la guerra. Se no ci sarà comunque, la nuova Bretton Woods, ma temo dentro una caverna.

Nino Galloni