UltimaEdizione.Eu  > 

I mille morti, in fondo al mare del Canale di Sicilia, in attesa dell’Europa. Quale attesa?

I mille morti, in fondo al mare del Canale di Sicilia, in attesa dell’Europa. Quale attesa?

Oramai sembra appurato che gli imbarcati a bordo del natante affondato nel Canale di Sicilia fossero mille e forse più. E’ la testimonianza di alcuni dei 28 sopravvissuti finora a confermarlo. Del resto, è la logica del massimo sfruttamento dei mercanti di esseri umani: stivare fino all’ultimo millimetro più gente possibile su queste vere e proprie carrette del mare a rischio di affondamento ogni metro che avanzano verso l’Italia.

Questi disperati venivano da varie parti: Algeria, Egitto, Somalia, Nigeria, Senegal, Mali, Zambia, Bangladesh, Ghana. Provavano a sfuggire a condizioni inumane con la speranza di trovare qualcosa al di là di quel mare che, invece, li ha inghiottiti tanto voracemente.

Tra di loro, dicono sempre i sopravvissuti, almeno 200 donne e 5o bambini. Sono tutti rimasti dentro quel maledetto barcone  rovesciato per l’eccitazione collettiva scatenata dall’arrivo di una nave porta container. Li avrebbe dovuti trarre in salvo e, invece, è stata causa involontaria della loro morte.

Oggi resta solamente l’orrore per questa tragedia. Cui si aggiunge un senso di nausea provocato da molti commenti e strumentalizzazioni politiche di una vicenda che meriterebbe solo il silenzio ed il raccoglimento, come ha invitato a fare Papa Francesco ieri a Piazza San Pietro.

Su certe dichiarazioni di alcuni politici nostrani non merita neppure ritornare, tanto trasudano  il senso di non conoscenza dell’immenso fenomeno che questa tragedia richiama.

Un intero mondo negletto e trascurato è in movimento. Verso quelle altre terre dove apparentemente non c’é guerra e, si suppone, non ci sia fame.

Un mondo che solo una patetica, immotivata illusione può pensare di riuscire a rinchiudersi beatamente in se stesso e a vivere della sua opulenza e relativa tranquillità senza essere disturbato.

Ci si illude di continuare ad impiantare fabbriche nei paesi poveri, la cosiddetta delocalizzazione, a vendere i nostri prodotti, a mostrare le  immagini delle nostre condizioni di vita senza che ciò scateni una reazione istintiva e primordiale. La stessa che ha prodotto tutte le grandi emigrazioni della storia. A partire da quelle dei barbari, attirate dai luccichii di Roma e di Costantinopoli, o quelle degli spagnoli, prima, degli irlandesi e degli italiani, dopo, verso le Americhe.

Una vera e propria illusione è  quella di formare blocchi navali. Ma sono mai andati per mare coloro che lanciano queste proposte da carrozza ferroviaria o hanno sempre preferito frequentare sperdute malghe alpine dove i problemi si risolvono, fortunatamente, con un grappino ed una pacca sulle spalle?

Non scherziamo e cerchiamo di studiare i fenomeni e di riflettere. Siano per prima esigenti con questi demagoghi da strapazzo i loro elettori i quali non hanno solo diritto ad una certa dose di demagogia quotidiana.

Il mantra di queste ore è quello dell’aupsicato intervento europeo ed internazionale. Giustissimo. Avere più finanziamenti è sicuramente utile. Servono, tra l’altro, ad integrare gli scarsi fondi rimasti per le nostre polizie, Guardia Costiera, oltre che Marina Militare Esercito ed Areonautica, in virtù dei tagli che noi abbiamo lo assestato irresponsabilmente negli scorsi anni.

Resta però la necessità di andare oltre. Di provare a capire le trasformazioni in atto nel mondo e, per quanto ci riguarda più direttamente, quanto sta sommuovendo il Medio Oriente e l’Africa, le realtà da cui il flusso migratorio che ci sta travolgendo è originato.

E’ interessante vedere come The Guardian di Londra contesti al Governo di Londra il sostanziale disinteresse verso il fenomeno che, invece, tanto mobilita l’opinione pubblica britannica ed europea. Più pudore ha mostrato il Presidente francese Hollande il quale sembra veramente deciso, questa volta, a smuovere l’intera Unione.

Sto citando due paesi non a caso: Regno Unito e Francia- Quelli che negli ultimi anni sono stati ripresi da un furore interventista nei fatti del mondo. Un furore soprattutto militare. Sono stati quelli che più di altri, a volte forzando la mano persino agli Stati Uniti, hanno finito per portare, anche al di là delle intenzioni,  un forte contributo all’oggettiva destabilizzazione di interi paesi. Quella destabilizzazione che, adesso, produce il frutto di guerre settarie  e fratricide e conseguenti esodi dalle dimensioni bibliche.

Ci attendiamo allora che l’Europa intervenga. Certo. Cerchiamo di capire però come questo intervento non possa e non debba limitarsi a fornire all’Italia e a Malta solamente qualche motovedetta in più. In realtà, deve essere ripensata tutta la politica dell’Unione e dell’intero Occidente nei confronti del resto del mondo, in generale, e del Mediterraneo, in particolare. Noi italiani dovremmo chiedere soprattutto questo.

Siamo immediatamente al confine con quelle aree che necessitano la ripresa di una politica di cooperazione occidentale verso i paesi in via di sviluppo.

Un impegno forse meno eclatante, più lento e più faticoso su cui ci si era incamminati negli anni 60 e che, purtroppo, abbiamo interrotto per miopia  e per un egoismo autolesionista destinato, da un lato, a lasciare grande terreno in Africa solamente la Cina, dall’altro, a farci travolgere da un’ondata di migranti che rischia di essere più forte di noi.

Giancarlo Infante