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Alzheimer: smarriti tra la gente

Alzheimer: smarriti tra la gente

“Mia nonna è malata di Alzheimer da quasi dieci anni. E’ intrappolata in un corpo  non più suo. Non parla praticamente più. Ma io le parlo in continuazione, nella speranza che qualche ricordo riaffiori della sua mente devastata dalla malattia”.

“Mia madre aveva i disturbi della parola che le sfuggiva. Nel buio della sua memoria provava una frustrazione immensa nel rincorrerla. Aveva paura che dentro la sua testa un nemico  misterioso e spietato si impadronisse per sempre  delle sue facoltà mentali”.

Sono le testimonianze dei parenti di malati colpiti dal morbo di Alzheimer. Secondo un’indagine pubblicata dall’Istat, in Europa i malati affetti da questa malattia degenerativa sono 8 milioni, mentre in Italia sono oltre 500 mila.

La malattia colpisce in prevalenza la popolazione al di sopra dei sessant’anni, e può protrarsi per oltre dieci anni dalla sua comparsa. Nell’anziano rappresenta la più comune forma di demenza senile, intesa come una progressiva perdita delle funzioni cognitive. Il morbo di Alzheimer colpisce infatti aree cerebrali che controllano le funzioni come la memoria, il pensiero, la parola.

“Ci sono stati dei periodi che mia moglie non voleva più uscire, voleva stare sempre in casa. Poi è andata al paese con la sua macchina. Quando è ritornata non trovava più la strada di casa. Si era persa. Una signora l’ha soccorsa: mi ha chiamato al telefono e io le ho detto di dirmi in quale piazza stavano. Sono andato a prenderla e immediatamente siamo andati dal neurologo che le ha diagnosticato la malattia di Alzheimer. Aveva appena 60 anni”.

La malattia deve il suo nome allo scopritore, il neurologo tedesco Alzheimer, che nel 1907 scoprì dei cambiamenti dei tessuti cerebrali a una donna deceduta con una strana malattia mentale.

“La parola è un potente sovrano, ha la virtù di troncare la paura, di rimuovere il dolore, infondere la gioia, scrive la scrittrice Franca Tropia”.

Ma per i malati di Alzheimer il linguaggio verbale è spesso prigioniero, incastonato come una pietra preziosa all’interno della sua mente.

L’afasia è il termine usato per descrivere l’alterazione o l’incapacità di parlare o di capire il linguaggio. All’inizio i disturbi dell’espressione verbale si manifestano con una incapacità a reperire i giusti termini per esprimere un concetto, o per denominare un oggetto. Si può evidenziare in vari modi.

Ad esempio con la sostituzione di una parola con un’altra di significato diverso ma della stessa famiglia: ora invece di orologio.

Oppure l’impiego di una parola sbagliata,  ma dal suono simile a quella giusta: zuccotto invece di cappotto. O di una parola completamente diversa e senza nessun legame apparente con quella giusta.

Abbiamo intervistato la Dott. Tiziana Dietrich, logopedista di un centro specializzato per malati di Alzheimer:

“Il linguaggio è la capacità di usare un codice cognitivo con lo scopo di comunicare i nostri pensieri. Nella malattia di Alzheimer questa abilità in maniera sequenziale e progressiva viene a mancare. Il paziente non riesce a utilizzare gli strumenti per trasformare i pensieri in parole. Questo crea una grande frustrazione, una grande rabbia, tanto che i pazienti diminuiscono anche l’intenzione comunicativa e si chiudono in se stessi”.

In Italia l’80 per cento delle persone colpita dalla demenza senile è curata dalle cure dei familiari in casa; il rimanente 20 per cento è assistito in cliniche private e centri sociali. Nei centri specializzati, medici, psicologi, logopedisti, ed educatori professionali, si prodigano ogni giorno per alleviare il più possibile i disagi, lo smarrimento e la paura dei pazienti colpiti da questa malattia degenerativa che li accompagna nell’ultimo percorso della loro vita.

In una intervista, la Dott.ssa Laura Careri, psicologa e psicoterapeuta  di un centro per malati di Alzhaimer nelle marche dice:

“I pazienti che arrivano da noi sono abbastanza gravi come patologia, perché tendenzialmente le famiglie provano a gestire i loro cari fino all’ultimo all’interno delle loro case. Però arriva un momento che c’è un declino talmente elevato che la gestione diventa praticamente impossibile. Il declino ha una variabilità individuale: gli inizi sono più o meno simili per tutti. Ci accorgiamo che qualcosa non va dalle prime dimenticanze, oppure escono all’improvviso di notte. Ma all’inizio si pensa che siano sintomi legati all’età della persona.

Man mano, con una variabilità individuale, inizia il declino che porta nelle sue fasi più gravi all’assenza totale delle capacità cognitiva della persona, ossia una perdita delle sue capacità gestionali; non è più in grado di vestirsi, di lavarsi, non è in grado di portarsi una forchetta alla bocca. In questi casi generalmente interveniamo noi”.

Ogni fine settimana molti anziani della seconda e terza età dedicano il proprio tempo libero a coltivare amicizie, a giocare a carte, a dedicarsi al ballo, a viaggiare.

La maggior parte di loro, la generazione più fortunata, ha rappresentato per molti anni una guida sicura per i loro figli e i loro nipoti. Sono stati, e lo sono ancora oggi, l’elemento unificante di un percorso sociale e di un modello di vita.

Invece le persone colpite da questa terribile malattia non sono più in grado di farlo. Per loro la recita della vita si inverte. Sono i figli e i nipoti ad assisterli, a proteggerli, a sostenerli, A ricambiare l’affetto e l’amore ricevuti, a dar loro la mano per accompagnarli nell’ultimo viaggio. E finisce tutto così con la morte, ma prima c’è stata la vita.

 “La morte non è male, perché libera l’uomo da tutti i mali e insieme con i beni gli  toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo, perché priva l’uomo di tutti i piaceri lasciandone gli appetiti, e porta seco tutti i dolori;  nondimeno gli uomini temono la morte e ne desiderano la vecchiezza”.

 (Leopardi, Pensieri VI)