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Walter Stahel, papà dell’economia circolare: ‘addio globalizzazione, è l’ora della performance economy’ – di Matteo Vegetti

Walter Stahel, papà dell’economia circolare: ‘addio globalizzazione, è l’ora della performance economy’ – di Matteo Vegetti

Walter Stahel, uno dei padri dell’economia circolare, spiega in questa intervista a Business Insider i principi di questo modello e le ragioni per cui ha senso anche a livello economico.
Stahel offre anche preziosi suggerimenti alle imprese interessate a operare in questo settore estremamente
promettente. • Per leggere un capitolo chiave del suo ultimo libro, Economia circolare per tutti (Edizioni Ambiente), disponibile per il download gratuito esclusivamente per i lettori di Business Insider, ( CLICCA QUI ).

Walter Stahel, architetto svizzero di 73 anni, è considerato uno dei padri dell’economia circolare: molti gli attribuiscono l’introduzione dello stesso termine circular economy, negli anni Settanta. Nei decenni successivi, mediante le sue riflessioni e il suo lavoro ha dato un contributo determinante allo sviluppo delle teorie sulla sostenibilità. Negli anni ha svolto vari ruoli di rilievo per la Commissione Europea, ha partecipato a numerosi think-tank e ha scritto libri fondamentali come The Performance Economy ed Economia circolare per tutti,
pubblicato quest’anno da Edizioni Ambiente. Stahel insegna oggi alla University of Surrey e continua a far sentire la
sua influente voce, collaborando fra l’altro con la prestigiosa Ellen Mac Arthur Foundation. In questa intervista concessa a Business Insider, oltre a spiegare i principi del modello che propone e le ragioni per cui ha senso anche a livello economico, offre preziosi suggerimenti alle imprese interessate a operare in questo settore estremamente
promettente.

In quella che lei chiama performance economy, i produttori mantengono la proprietà dei beni e ne vendono l’utilizzo come servizio. Pensa che il passaggio a questo sistema sia davvero fattibile?
In parte, viviamo già in un’economia della performance.

Ogni volta che prendete un taxi o prenotate un albergo, un volo aereo o un biglietto
del treno, ciò che state acquistando è l’utilizzo dell’oggetto, non
l’oggetto stesso. E il fleet manager — il gestore della flotta, cioè la
compagnia aerea o il tassista — vi garantisce che viaggerete in tutta
sicurezza. Lo stesso vale per i parchi comunali, le sale da concerti, gli
stadi e così via. In tutti questi cosiddetti spazi pubblici, si compra
l’utilizzo di qualcosa per un determinato periodo di tempo.
E se vendi a qualcuno un risultato garantito, e sei in grado di offrirlo
senza consumare risorse, realizzi un profitto maggiore di prima. In questo
senso la performance economy va ben oltre la circular economy.
Si può applicare questo modello anche agli oggetti
immateriali. Novartis per esempio vende oggi la performance di
alcuni dei suoi costosissimi farmaci contro il cancro. Il medicinale
viene somministrato al paziente, ma se i risultati promessi non
vengono riscontrati dai medici che l’hanno in cura, Novartis ne
rimborsa il costo — e stiamo parlando di circa mezzo milione di dollari
per paziente.
Altri esempi sono Michelin, che vende pneumatici come servizio o in
modalità pay-per-mile, o Rolls Royce che vende ore di volo alimentate
dai suoi motori per jet.

Sembra il sistema ideale. Perché non stiamo assistendo a un’adozione di massa?
In realtà c’è qualcosa che può andare storto in questo sistema. In
tutti i casi che ho citato, la performance economy funziona
perché l’attore economico incaricato mantiene la proprietà del
bene, ma anche il controllo; in questo modo può evitare gli abusi,
che possono degenerare perfino in vandalismo. Se noleggi un’auto,
quando la restituisci viene controllata e se hai causato dei danni devi
pagare.
Nella cosiddetta economia di condivisione free-float, invece, se non viene mantenuto il controllo assistiamo purtroppo a una serie di abusi. I sistemi basati su biciclette e scooter elettrici freefloat — o perfino vetture elettriche, come a Parigi — sono falliti proprio a causa di questi fenomeni. I consumatori trattano questi mezzi
come articoli di consumo, non come beni da custodire.

Perché le persone si comportano in questo modo, a suo parere?

I motivi fondamentali che danno luogo a questi comportamenti sono due.
Uno è il consumismo, che instilla in noi l’idea che possiamo trattare
le cose senza riguardo e a un certo punto semplicemente buttarle via
per comprarne di nuove.
L’altro motivo è spiegato dalla cosiddetta psicologia della
personalità. Ciascuno oggi è il centro del suo mondo. Tutto ruota intorno
ai selfie e a “me, me, me” — neppure a me too, solo me, me, me. Alle
persone di conseguenza non importa più niente di quello che non è
“me” e non è “su di me”. Qualunque cosa sia di proprietà di qualcun
altro è un problema di cui si deve occupare quel qualcuno.
Questi due fenomeni concorrono a produrre il tipo di abusi di cui ho
parlato; si tratta dunque di un problema umano, non di un problema
tecnologico.

Lei pensa davvero che questo modello possa funzionare dal punto
di vista economico?

A mio parere sarà il passaggio a una performance economy a consentire
agli attori economici di realizzare più profitti di quanti non
ottenessero nella società di consumo.
Esistono anche alcune ragioni tecniche che suggeriscono di procedere
in questa direzione. Tutti parlano di mobilità elettrica, ma una cosa di
cui la gente non si rende conto è che un motore elettrico ha una vita
tecnica di un centinaio d’anni, mentre quello a combustione viveva per
trent’anni. Inoltre i motori elettrici non hanno quasi bisogno di
manutenzione, mentre quelli a combustione necessitavano di controlli e
regolazioni annuali.
Un’azienda come Tesla ovviamente ha bisogno di soldi; è per questo che
vende le sue vetture, mentre se le cedesse a noleggio potrebbe dover
aspettare vent’anni per incassare la stessa quantità di denaro.
Ma quando le case automobilistiche si renderanno conto che la mobilità
elettrica non richiede né manutenzione né assistenza — malgrado
possa effettivamente richiedere servizi di riparazione — capiranno
che guadagnerebbero più soldi noleggiando i veicoli che
vendendoli. Le vetture elettriche offrono questa possibilità per la prima
volta, perché sono tutte tecnologie con una vita molto lunga.

Lei spiega anche che nell’economia industriale circolare, i modelli di business più efficienti e redditizi sono quelli che prevedono operations locali. Sembra l’esatto opposto della globalizzazione: qual è la sua posizione al riguardo?

Io penso che la globalizzazione sia morta — oppure che sia stata
rimpiazzata da una cosa chiamata “decentralizzazione intelligente”.
Pensate soltanto ai microbirrifici, alle micropanetterie, al
microcredito, a qualunque cosa di livello micro; anche l’energia
idroelettrica, quella fotovoltaica e quella eolica sono
fondamentalmente energie micro che andrebbero consumate a livello
locale, invece di costruire enormi linee di trasmissione.
Inoltre, se pensiamo alla produzione industriale, la globalizzazione era
basata sul fatto che la manodopera era costosa, di conseguenza le
fabbriche venivano costruite dove si trovava manodopera a buon
mercato. Oggi invece, se sono i robot a svolgere il lavoro e se hanno lo
stesso costo in Vietnam, in Cina, in America e in Europa — come hanno
effettivamente certi tipi di robot — il costo variabile non è più
rappresentato dalla manodopera, ma dai rischi legati ai
trasporti e dai costi logistici e di trasporto.
Pertanto, se sei in grado di produrre i beni su base locale, o almeno
regionale, e di avvalerti dei robot, puoi garantire la produzione justin-time e riesci a risparmiare molti soldi, perché non devi farti carico dei
rischi e dei costi di trasporto.
Ci sono altri esempi di questo approccio — soprattutto nell’ambito
dell’economia circolare, com’è ovvio — ma fondamentalmente ci siamo
allontanati dai settori realmente globali. E se esaminate i dati sul
trasporto di container vedrete che la più grande azienda specializzata
in Corea del Nord è già finita in bancarotta.
Anche grandi imprese logistiche come Mersk o Panalpina stanno
avendo grossi problemi, hanno interi magazzini vuoti, in parte a causa
della stampa 3D. In passato erano loro a gestire l’intero stock dei pezzi
di ricambio per conto delle case automobilistiche, ma queste oggi li
stampano on demand, non hanno più bisogno di tenerli a magazzino.
Il problema è che tutti questi cambiamenti sono lenti e invisibili. Se
non lavori in questo campo non te ne rendi conto. Ciò che è ancora in
primo piano è che le campagne pubblicitarie su certi prodotti, come le
sigarette o la birra prodotta da marche come Heineken, Carlsberg e così
via, rimangono globali — ma se poi osservi dove va la gente se vuole bere
una birra, molto spesso va in un microbirrificio o qualcosa di simile.

Lei ha introdotto un concetto che chiama principio di inerzia: “Non riparare le cose che non sono rotte, non ricondizionare le cose che possono essere riparate, non riciclare le cose che possono
essere ricondizionate”. Quali sono i vantaggi che offre?

L’inerzia è la chiave dell’efficienza: quanto più lenti sono i cicli di
vita dei prodotti, tanto maggiore è l’efficienza nell’utilizzo delle risorse.
Se si usa una bottiglia di vetro con un sistema di chiusura intelligente,
questa vive in media per 27 cicli di riempimento prima di essere riciclata
o perduta o di rompersi. Ovviamente una lattina usa-e-getta, per esempio
di birra, ha invece una sola vita.
I beni che vengono usati una volta e poi riciclati hanno un ciclo di vita
molto rapido — la lattina di cui sopra può vivere per un solo mese — che
procede a una velocità incredibile, mentre una bottiglia di vetro può
vivere per diversi anni. In questo senso, se estendi la vita di servizio
degli oggetti ne rallenti il flusso attraverso l’economia, il che crea
efficienza.
Nel suggerire tutte le misure che i decisori politici potrebbero
prendere per passare al modello da lei proposto, non cita mai due
fattori che hanno influenzato considerevolmente la politica negli
ultimi decenni: da un lato le attività di lobbying, dall’altro le
pressioni dei mercati finanziari sul business.

Crede davvero che i policymaker siano liberi di prendere le iniziative che considerano più opportune per creare un mondo migliore?

I politici eletti hanno l’obbligo di seguire la visione o il piano del rispettivo
governo. Come probabilmente avrete saputo, Ursula von der Leyen,
nuova presidente eletta della Commissione europea, vuole che l’Europa
diventi leader nell’area dell’economia circolare e del clean tech.
Questo dà ai policymaker, all’interno dell’Unione europea, un sostegno
molto più forte affinché procedano nell’introduzione delle loro politiche e
nella lotta contro i lobbisti.
I lobbisti esisteranno sempre, ma rappresentano gli interessi degli attori
economici. Se questi passeranno da un modello di business basato sui
volumi di produzione a un modello basato sugli stock di risorse,
dall’economia lineare industriale alla performance economy, anche le
attività di lobbying cambieranno direzione, spingendo decisori
politici e parlamentari a sostenere questo nuovo modello. Penso dunque
che le attività di lobbying potrebbero addirittura giovare a questa
causa.
Il secondo punto è il denaro. I soldi fanno girare il mondo, ma il
capitalismo era basato sull’interesse, sull’idea che le persone
ottenessero una rendita dal proprio capitale. Oggi invece, in molti Paesi
— nell’eurozona, in Svizzera, persino negli Stati Uniti — i tassi
d’interesse sono negativi. E a mio parere, se i tassi sono negativi il
capitalismo è morto, perché non si ottiene un profitto per il fatto di
essere capitalisti.
Questo a mio parere è anche il motivo per cui la gente investe
sempre più negli immobili, seppur a prezzi folli, o in Borsa, perché
almeno i suoi soldi sono al sicuro. In Svizzera oggi abbiamo
addirittura mutui con un tasso d’interesse negativo, il che significa
che puoi comprare una casa e la banca ti paga perché tu lo faccia! Ciò
avviene perché la Banca centrale deve supportare il franco svizzero in
rapporto all’euro — questo mercato capitalistico a volte produce
risultati bizzarri, perché segue regole tutte sue.

Che cosa potrebbero fare gli imprenditori per promuovere il passaggio a un’economia industriale circolare? Su quali tipi di attività di business consiglierebbe loro di focalizzarsi nella creazione di nuove imprese?

Le attività principali legate a quella che io chiamo “era R” (riutilizzo,
riparazione, riproduzione) sono quelle di gestione e manutenzione.
Se lavorate in questo campo e siete in grado di offrire prezzi inferiori
rispetto ai vostri concorrenti, avrete facilmente la meglio su di loro.
Come potete farlo? Un trucco è quello di usare componenti
standardizzate. Un altro è il ricorso alle riparazioni spareless, cioè
senza pezzi di ricambio. Xerox o Rolls-Royce hanno mostrato come fare
queste cose, ma sono aziende produttrici.
Ci sono in effetti alcune aziende di servizio specializzate nella gestione e
manutenzione nel settore delle spedizioni e in quello delle ferrovie, e
realizzano grandi profitti, ma hanno dovuto sviluppare metodi e
tecnologie che non hanno a che vedere con la produzione e con la
manifattura, dunque hanno dovuto cambiare il loro modo di lavorare e di
applicare la tecnologia alle operations.
Un’altra area è quella che io chiamo “era D”, da de-bonding, cioè
il recupero delle stesse molecole di cui sono fatti i materiali. Una
nuova azienda svizzera chiamata Trs (Tyre Recycling Solutions) ha
sviluppato un sistema che si avvale di getti d’acqua per scomporre
un pneumatico, prenderne le materie prime, come il poliuretano,
e riutilizzarle. Lavora con vari produttori di pneumatici, e la gomma
polverizzata che ricava può essere usata per produrre nuovi pneumatici.
Anche in questo caso si tratta di una tecnologia completamente nuova
che non ha niente a che vedere con la manifattura tradizionale — o in
questo caso con la produzione di monomeri della plastica —
dunque richiede molta innovazione e molti approcci nuovi.
Può darci altri esempi di queste nuove attività industriali?
La University of Surrey, dove insegno, sta lavorando a un grande
progetto finanziato dall’Unione europea, volto a sviluppare un
modo per de-polimerizzare diversi polimeri per produrre
monomeri. È una cosa che si può già fare con il nylon e il
polipropilene, ma il team di progetto a questo punto ha creato un
processo adatto a altri quattro o cinque materiali. È un’attività che
richiede molta ricerca scientifica, ma alla fine ottieni una serie di brevetti
e puoi vendere la licenza di utilizzo di questi processi.
Nell’area della chimica circolare invece c’è un nuovo
polimero prodotto dai Lawrence Berkeley National Laboratories di Los
Angeles, che consente di gettare semplicemente un prodotto fatto di
questo materiale in un contenitore pieno di un acido molto forte grazie a
cui tutti gli additivi vengono separati e si riottiene il monomero di
partenza, che può essere riutilizzato.
Alcuni hanno già iniziato a svolgere questo processo, e penso che quante
più persone lavoreranno su questi aspetti, tanti più casi di successo
vedremo spuntare. Ma se avessi una piccola o media impresa,
ovviamente, mi occuperei dell’era R — cioè dei servizi di riparazione,
gestione e manutenzione — perché le altre attività che ho descritto
richiedono molti fondi.

Marco Veggetti

Pubblicato su Business Insider