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SPECIALE ELEZIONI Ruben Di Stefano ( Più Roma per Giachetti): dobbiamo ascoltare la voce della gente

SPECIALE ELEZIONI  Ruben Di Stefano ( Più Roma per Giachetti): dobbiamo ascoltare la voce della gente

Domani si vota e, per lo SPECIALE ELEZIONI, Ultima Edizione ha sentito un giovane candidato a Roma per il Comune, Ruben Di Stefano. Di seguito la sua intervista.

D) La gente sembra tenersi lontana dalla politica. Che senso, allora, il suo impegno, per lei che è un giovane professionista e che non sembra gettarsi nella lotta per trovare un mestiere?

È una domanda che in molti si sono posti nel corso di questo periodo, perfino gli amici più intimi che mi conoscono da una vita. La risposta è talmente semplice che i più sono rimasti basiti: come dimostra la mia storia personale, non sono un carrierista né un “arrampicatore sociale”, semplicemente sento una forte propensione interiore a far qualcosa di buono verso le persone meno fortunate, verso chi soffre l’emarginazione sociale e non solo. È innegabile che oggi ci troviamo ad un bivio di fronte al quale ognuno di noi è chiamato, secondo la propria coscienza e i propri mezzi, ad intraprendere una nuova strada, una strada che deve spingerci a (ri)ascoltare la “Vox clamantis in deserto”, ossia “la voce di colui che grida nel deserto”. Materialmente, tutto è nato dall’incontro con il Dott. Mauro Scanu, Presidente di SolidarItalia, Associazione che opera nel campo dei Diritti Umani. Portando avanti un progetto sulle “nuove povertà”, sono nuovamente venuto a contatto con delle realtà sociali che, in ragione del mio lavoro e del mio percorso professionale, stavo ormai trascurando. Determinante è stato l’incontro con due persone, l’On. Federico Fauttilli e il Dott. Paolo Ciani, esponenti di Democrazia Solidale. Sebbene quando li incontrai per la prima volta alla Camera dei Deputati non avessi la più pallida idea di chi fossero, mi hanno fornito tutte le rassicurazioni ideologiche in cui speravo, convincendomi quindi che candidarmi con loro al Consiglio Comunale di Roma sarebbe stata la scelta più giusta per provare a portare avanti le mie idee. A distanza di due mesi circa, devo ammettere che avevano pienamente ragione. Questa esperienza mi ha fatto capire che in Politica di “Persone per bene”, che stanno dalla parte “giusta”, ce ne sono ancora. Proprio queste persone, a mio avviso, rappresentano una seria speranza per l’avvenire di questo Paese.

D) Se posso chiederlo, da dove nasce questa Sua spinta interiore verso le classi più disagiate ed emarginate di questa società?

Io, sinceramente, ritengo di essere quello che sono oggi grazie a due specifici fattori, uno familiare, l’altro esperenziale. Ho sempre vissuto la mia vita in totale libertà, con l’unico obbligo dello studio e della cultura, crescendo a suon di libri e musica. Da mia madre ho appreso l’importanza del bene, del far del bene, di schierarsi sempre e comunque dalla parte dei più deboli, dei diversi, delle minoranze inascoltate e incomprese. Determinanti per la mia crescita sono stati anche i miei nonni. Mia nonna, ferma credente e devota a Santa Rita, e mio nonno, uomo di cultura e ateo (i.e. agnostico) convinto. Nonostante appartenessero alla “vecchia” generazione, non ho mai più incontrato persone libere di pensiero come loro. Nonna mi ha tramandato il senso della famiglia e della tradizione. Nonno invece è l’uomo dei dibattiti politici fino al mattino, in compagnia del buon vino e delle sigarette, fumate di nascosto dalla nonna. Grazie a quella libertà di cui Le dicevo, ho avuto la fortuna di vivere la mia vita lontana da qualsivoglia sovrastruttura che mi portasse ad etichettare a priori cosa fosse il bene o il male, scevro perciò di quegli schemi mentali tipicamente borghesi. Tutto doveva e deve passare attraverso il mio vissuto e la mia esperienza personale. Vado fiero di aver frequentato sia le classi più agiate che quelle meno abbienti, il professionista e la persona costretta a vivere di espedienti. Ogni persona, ogni loro singola esperienza vissuta con loro, mi ha lasciato qualcosa di unico, che ho provato a trasformare in esperienza creativa per la mia crescita interiore e culturale.

D) Capito. Perché la scelta della Lista Più Roma – Democratici e Popolari? Per cosa vi proponete all’interno di una campagna dove tutti sembrano dire le stesse cose?

Come Le dicevo, mi ci sono trovato quasi per caso, non è stata una scelta ragionata dall’inizio. Ho solo intravisto la possibilità, successivamente confermata, di poter condurre una campagna elettorale in maniera libera, sostenendo quelle che sono le mie idee di sempre in relazione alla cultura e all’emarginazione sociale, senza sottostare ad alcun diktat partitico. Inoltre, viste alcune critiche che mi sono state mosse, mi sembra il caso di affermare a chiare lettere che non vi è stata alcuna cooptazione, non sono figlio di nessuno, non ho millantato alcun “pacchetto di voti”. Il problema è sempre lo stesso: chi ha realmente qualcosa da dire, chi si discosta dall’attuale leit motiv della Politica, in Italia non viene ascoltato, complice il sistema mediatico che ci governa. Ho condotto l’intera campagna elettorale facendo leva precipuamente su due argomenti, cultura e solidarietà, seguendo quindi una linea di discontinuità. Lo stesso si può dire della Lista di cui faccio parte e, in particolare, della corrente Democrazia Solidale, i cui obiettivi sono evidenti e chiari.

D) Le priorità che a suo avviso devono essere individuate per risolvere i problemi di Roma? Lei dà molta importanza alla cultura anche per sviluppare e meglio proporre le ricchezze di Roma? Cosa può fare l’amministrazione capitolina in questa direzione?

È necessario ripartire dal basso, dai servizi essenziali e dalle periferie, ascoltando quelle che sono le reali esigenze delle persone. Occorre che l’individuo si senta membro di una comunità, che sia stimolato a partecipare attivamente alla vita del suo quartiere. Secondo me si può ripartire agendo su due versanti, quello culturale e quello sociale,  dato che per la città di Roma il comparto socio-culturale costituisce una ricchezza di inestimabile valore. È innegabile che tale comparto abbia subito nel corso degli ultimi anni un evidente ridimensionamento. Ciò ha comportato un grave deficit culturale che si è manifestato nei vari ambiti della vita sociale, consentendo la proliferazione di fenomeni disgreganti e degenerativi per la collettività. Serve riallacciare il tessuto socio-culturale di questa città, ed il primo passo da compiere è quello di salvare e proteggere le tante realtà culturali e sociali che lavorano ogni giorno dal centro alle periferie. La cultura è alla base della coscienza politica e sociale di un popolo, fondamenta della formazione di cittadini consapevoli. Credo, inoltre, che la cultura possa produrre ricchezza e risanare il deficit di bilancio di una città problematica come Roma. Gli investimenti, sia pubblici che privati, nella cultura potrebbero rappresentare una concreta risposta al problema dell’inserimento sul mercato del lavoro dei giovani e delle altre fasce della popolazione attualmente a rischio esclusione. Occorre quindi ideare un progetto nella sua dimensione locale, attraverso l’individuazione di azioni innovative e, soprattutto, continuative nel tempo – non dettate quindi dalla sola contingenza elettorale – intraprese nelle modalità dell’associazionismo coadiuvato dalle istituzioni, così da interpretare le funzioni di promozione sociale e ” advocacy” di tutte quelle realtà che operano con serietà e determinazione a favore delle classi più disagiate.

D) Molti romani, però, apparentemente, più prosaicamente, sottolineano la questione delle buche, quella dei rifiuti, quella della continua riduzione dei servizi sociali. L’investimento in cultura non può essere accolto allora con freddezza? Come mettere assieme tutti i progetti che pure sono necessari ad una città come Roma?

Investendo in cultura, sono convinto si possa crescere ed evolvere tanto sul piano socio-economico quanto su quello politico. Senza cultura non può esserci una piena democrazia. Ricordo, come se fosse ieri, le dichiarazioni rilasciate da Tremonti due anni fa, quando affermò che «con la cultura non si mangia», per poi concludere sostenendo che «di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia». Se questa è la prospettiva che ha guidato l’Italia negli ultimi anni, si comprende facilmente come mai l’argomento in questione non rappresenti un punto focale delle agende della Politica italiana. Purtroppo, anche a sinistra, c’è chi ha erroneamente creduto per troppo tempo che con la cultura non si mangiasse. Per fortuna non è il caso di Veltroni e Rutelli. Un limite di quell’esperienza è però stata l’assenza di una rete tra realtà culturali, limite che, purtroppo, riscontro ancora oggi. Per creare ricchezza e diffondere cultura, infatti, sono convinto che le realtà culturali romane debbano fare sistema, perdere quindi un po’ della propria individualità al fine di apportare il proprio decisivo contributo ad un progetto comune. In merito alle questioni da Lei elencate nella domanda, il mio “disinteresse elettorale” al riguardo è una precisa scelta presa all’origine della mia candidatura, quando ho deciso di non discutere su buche, viabilità, verde pubblico, “mafia capitale”, etc. Trovo infatti disarmante che le campagne elettorali si svolgano principalmente sulle promesse di fornire servizi pubblici essenziali. È altrettanto disarmante la posizione di molti cittadini, che si trovano a barattare il proprio voto con la speranza di poter finalmente usufruire di servizi che invece costituiscono un loro diritto acquisito, in quanto parte della collettività. Penso sia arrivato il momento che i cittadini romani comprendano che l’erogazione di servizi essenziali prescinde non solo da qualsivoglia orientamento politico, ma anche e soprattutto dal discorso elettorale. I problemi che Roma si trova ad affrontare oggi non afferiscono solo alle buche, alla viabilità, etc., ma a qualcosa di più ampio e serio. Problemi che possono essere risolti unicamente con prospettive che vadano al di là del breve e medio termine. Non è più possibile continuare con una politica che non fa altro che assecondare l’elettorato, quindi siccome l’elettorato ha fame allora diamogli brioches! Questo si chiama “assistenzialismo fine a sé stesso”, incapace di risolvere realmente i problemi. Tra l’altro, non fa che alimentare quelle sacche di nepotismo e clientelismo che sono alla base dell’accrescimento del potere politico e dei personalismi. Una politica seria, onesta e dedita a risolvere effettivamente i problemi non millanta la loro risoluzione immediata. I problemi li risolve a tavolino, ideando e realizzando progetti a lungo termine.

Edoardo Matteo Infante