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Iniziano a Washington i colloqui Israele Palestinesi con Kerry Tante speranze. Tanti ostacoli

Iniziano a Washington i colloqui  Israele Palestinesi con Kerry  Tante speranze. Tanti ostacoli

Iniziano i colloqui tra israeliani e palestinesi a Washington, fortemente voluti dall’amministrazione Obama e preparati personalmente dal Segretario di Stato John Kerry il quale ha fatto più volte la spola con il Medio Oriente.

I negoziatori delle due parti si siederanno per la prima volta l’uno di fronte all’altro, dopo quasi tre anni. Mentre ai loro incontri guardano, ancora una volta, coloro che non hanno perso completamente la speranza di veder raggiunto un accordo di pace in grado di mettere fine ad un conflitto storico le cui conseguenze sono avvertite nell’intera regione ed anche oltre.

E’, però, per primo Kerry a non nascondersi l’esistenza di tantissimi ostacoli sulla via della pacificazione. In primo luogo, sostengono gli analisti, le condizioni interne tra le diverse posizioni che frastagliano sia il fronte palestinese, sia la dirigenza israeliana.

La domanda, così, riguarda le condizioni oggettive in cui giungono agli incontri di Washington il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas. Sono i due nelle condizioni di poter prendere le misure necessarie ed accettare i relativi compromessi utili al raggiungimento della soluzione del conflitto?

Netanyahu fa i conti con un governo fortemente diviso tra chi avverte la necessità di chiudere una fase storica durata decenni e coloro che, invece, e ne ha molti tra i sostenitori della sua coalizione governativa, sono contrari all’idea di cedere i territori colonizzati da Israele nel corso degli ultimi 46 anni.
colonie israele
Netanyahu sembra essere giunto alla conclusione che Israele abbia, però, interesse a restituire una parte dei territori occupati dopo il 1967 per evitare altre opzioni in grado di rivelarsi persino più dannose. Ma non è in condizione, al momento, di portare su questa linea tutti coloro che sostengono il suo governo.

Abbas ha speso una vita dietro la speranza di raggiungere risultati concreti attraverso la via negoziale, piuttosto che con la violenza. Egli si trova di fronte, forse per l’ultima volta, visto che ha 78 anni, all’occasione di raggiungere l’obiettivo perseguito così a lungo, e tanto tenacemente, senza, però, vederlo tradotto in niente di concreto per il suo popolo.

Su entrambi i leader delle due parti contrapposte è andata, d’altro canto, montando la pressione sia degli Stati Uniti, sia dell’Unione Europea. Quest’ultima, ha addirittura emanato una direttiva che, di fatto, esclude dalle relazioni con i paesi comunitari tutto ciò che ha una connessione con i territori occupati da Israele dopo il 1967, ritenuti illegittimi alla luce delle ripetute risoluzioni votate delle Nazioni Unite al riguardo.

I punti più critici delle trattative sono sempre gli stessi. Quelli cioè contro cui si sono infranti tutti i precedenti sforzi statunitensi. In particolare quelli culminati con la famosa stretta di mano a tre Clinton, Arafat e l’israeliano Barak.
ArafatBarak
Si tratta della questione di Gerusalemme, da entrambe le parti considerata la propria esclusiva capitale e quella dei quasi cinque milioni di profughi di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est frutto delle conseguenze dell’occupazione del 1948 e dei quali i palestinesi chiedono con insistenza il ritorno.

Quest’ultimo punto in particolare rischia di rivelarsi insormontabile. Gli israeliani una volta accettata questa opzione sanno che verrebbero profondamente modificati i loro equilibri etnici interni e rischierebbero, persino di trovarsi in minoranza. Ecco perché Netanyahu, allora, potrebbe spingere di più verso la direzione di un ritiro dalla Cisgiordania ed accettare la creazione di una effettiva entità palestinese autonoma, senza dover affrontare il problema del ritorno dei profughi e l’assetto di Gerusalemme.

John De Giorgi