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IL PREMIER DECISIONISTA TRA BANKITALIA E FARNESINA – di Gabriele Papini

IL PREMIER DECISIONISTA TRA BANKITALIA E FARNESINA  – di Gabriele Papini

Il Domani d’Italia  pubblica il seguente articolo a firma di Gabriele Papini, dal titolo Il premier decisionista tra Bankitalia e Farnesina, che volentieri mettiamo a disposizione dei nostri lettori.

Non sta suscitando la dovuta attenzione nel Paese il dissidio che da qualche tempo oppone il Presidente del Consiglio da una parte, la Banca d’Italia e il Ministero degli Esteri dall’altra. Un dissidio istituzionale profondo, che costituisce un possibile campanello d’allarme per la democrazia. Palazzo Koch è ritenuto da Palazzo Chigi responsabile di non aver fornito in tempi ragionevoli analisi adeguate per prevenire le recenti crisi bancarie (Banca Etruria, Banca delle Marche, Cari Chieti, Cari Ferrara).

La Farnesina, da parte sua, ha dovuto “digerire” la sostituzione del nostro ambasciatore presso l’Unione Europea (un diplomatico di carriera) con un rappresentante esterno al mondo della diplomazia come l’ex viceministro allo sviluppo economico Carlo Calenda. La lettera firmata da 24 nostri ambasciatori di carriera è solo la punta dell’iceberg di un disagio che (a via Nazionale come a piazza della Farnesina) da tempo cova sotto la cenere e a cui gli “sherpa” di Palazzo Chigi non sembrano voler porre rimedio.

La Banca centrale e la sede della Diplomazia, infatti, non sono due istituzioni qualsiasi. Hanno un prestigio e una funzione ben precisa: oltre a disciplinare determinati rapporti economici e politici, rappresentano la continuità di una tradizione e una cultura, di norme stilistiche e principi d’azione. In altre parole, sono una risorsa, non un problema.

Nella storia della Repubblica, Bankitalia e Farnesina hanno sempre incarnato una certa idea del Paese, contigua a quella delle culture politiche esistenti. L’idea, cioè, di un’Italia insieme europeista e filo atlantica, guidata da una classe politica intelligente e preparata, cosciente dell’importanza di stabilire un rapporto di reciproca collaborazione con le pubbliche amministrazioni. Oggi il mondo è cambiato: inediti scenari internazionali ci costringono a punti di riferimento sempre più mobili e incerti. Un Paese dagli equilibri mutevoli, governato da una classe dirigente amante dell’ “eterno presente” e slegato dalle culture politiche del passato (perlopiù ignorate), attraversato da pulsioni di rabbia e da improvvisi cambiamenti di umore nella società e nella pubblica opinione.

Una nazione che naviga a vista, alle prese con una difficile ridefinizione degli interessi nazionali, senza più quel rassicurante perimetro costituito dalla sovranità nazionale entro cui Bankitalia e Farnesina hanno sempre tradizionalmente sviluppato la propria identità.

Oggi Banca centrale e sede della Diplomazia si trovano impossibilitate a confrontarsi e a sviluppare una dialettica con veri partiti e con autentiche culture politiche di riferimento.

Anzi, la crescente e impetuosa personalizzazione del sistema politico fa sì che Via Nazionale e MAE interloquiscano sempre più spesso direttamente con il capo del governo. I ministri hanno un ruolo importante in alcuni dicasteri, secondario in altri. Chi comanda davvero è il leader, con le sue esigenze mutevoli, la necessità di mantenersi in sintonia con i sondaggi e con la “pancia” del Paese, il desiderio di accentrare tutte le decisioni, la voglia sfrenata di successo, meglio se visibile e immediato. Si capisce allora il senso di un dissidio tra istituzioni “vitali” per la democrazia, da sempre caratterizzate da autonomia e indipendenza rispetto al potere politico.

Come se ci fosse il desiderio segreto (ma poi neanche tanto) di voler intaccare il senso e la certezza della loro preziosa missione istituzionale, al di là delle consuete schermaglie su questo o quel provvedimento. Un desiderio che alla fine sembra l’indizio di un vero e proprio cambiamento di fase nella geografia del potere politico italiano e nei suoi rapporti con alcune istituzioni vitali del Paese.