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Diario di una visita pre-ospedaliera – di Giuseppe Careri

Diario di una visita pre-ospedaliera – di Giuseppe Careri

Dopo sei mesi dalla richiesta di una visita oculistica, arriva finalmente il giorno della convocazione. Appuntamento alle 7.30 in un ospedale di Roma specializzato nella cura di malattie oftalmiche.

Questo ospedale regionale raccoglie tutte le richieste provenienti dal Lazio. La maggior parte delle persone che vi ricorrono sono anziane.

Quasi tutti hanno la necessità di operarsi di cataratta, una malattia senile che si manifesta spesso dopo i sessantacinque anni. Il cinquanta per cento della popolazione soffre di questo problema degli occhi. Con l’avanzare dell’età, il cristallino all’interno del nostro occhio subisce una progressiva opacizzazione. L’intervento chirurgico consiste quindi nella sua sostituzione.

Molti dei pazienti sono accompagnati dal coniuge o dai figli. Qualcuno arriva da solo, appoggiandosi al bastone.

A noi fanno accomodare in una sala di attesa. Quando ci siamo seduti, tutti noi in attesa, arriva un signore con un camice bianco, un volontario. In modo garbato ed educato ci spiega tutti i passaggi da affrontare nell’arco della mattinata da trascorrere in questo ospedale romano.

Il volontario precisa di non essere è un medico. Ha il compito di spiegarci il percorso socio sanitario previsto prima dell’operazione. Ci dice cosa dobbiamo indossare il giorno dell’intervento, spiega la tecnica che useranno i medici per sostituire il cristallino, comunica il tempo dell’operazione, quantificato in 10-15 minuti, il modo di affrontarlo e, infine, forse per tranquillizzare i pazienti, rassicura sulla mancanza di dolore durante il breve intervento operatorio.

La sua figura, e quella della sua assistente, è molto utile perché ci accompagnerà in tutte le fasi preliminari: dalle analisi del sangue, all’elettrocardiogramma, alla visita oculistica. Al termine di questi esami, ci dice, avrete l’appuntamento per il giorno dell’operazione.

Iniziano le visite. La sua assistente ci accompagna nella sala dei prelievi. Nel corridoio ci sono due pazienti che aspettano il loro turno. Sono passate già due ore dal nostro arrivo. Un’infermiera priva di tatto e delicatezza, ci intima di “sgombrare” il corridoio senza considerare che molti degli anziani presenti hanno bisogno di essere accompagnati, perché impossibilitati a deambulare.“ Io sono l’Infermiera!”, dice in modo perentorio.

I volontari non contano nulla nella gerarchia dell’ospedale. Protesto per la sua aggressività fuori luogo, ma la mia rimostranza è priva di risultati concreti.

Finalmente, la prima fase della visita termina. Ritorniamo nella saletta di attesa per essere accompagnati dai volontari alla successiva visita oculistica, in un altro piano e in un’altra saletta.

Mentre i volontari e i parenti assistono amorevolmente il marito o la moglie, ci sediamo di nuovo in attesa della visita oculistica.

Sono scene commoventi nel vedere tutti quegli anziani che si sostengono, affettuosi, delicati.

Alcuni non sono autosufficienti, altri stentano ad alzarsi dalla sedia. Qualcuno bacia la moglie, un marito porta un caffè alla propria signora. Un altro è rimproverato dalla moglie perché, dice, “sa, non ci sente bene; devo ripetere sempre le frasi per farmi capire!”.

In questo clima, passano altre due ore dal momento del nostro arrivo. Tutti aspettano pazientemente il proprio turno.

Nella sala d’attesa entra un signore di colore che attira attenzione di tutti gli anziani. Chiede un contributo per una visita che deve fare, ma non ha i soldi. Insiste con voce lamentosa, accorata. Qualcuno impietosito gli dà 5 euro, un altro due euro. Un altro ancora dieci euro. Ma non bastano, deve pagare ben 35 euro di ticket. Un altro, ancora, gli dà cinque euro. In quel frangente, arriva una guardia giurata che lo invita ad uscire dalla sala. Ci racconta: il tizio ha abusato della bontà di alcuni anziani; in realtà, fa il giro degli ospedali tutti i giorni con la stessa tecnica. Peccato, noi tutti gli avevamo creduto.

E’ ormai mezzogiorno e mezzo, è arrivato il nostro turno dall’oculista. Entriamo e il medico ci spiega tutte le procedure e le medicine da prendere prima dell’operazione, fissata per il 5 maggio prossimo.

Operazione della cataratta

Non è finita, doppiamo passare l’ultimo “ step”. Ritornare, come in un gioco dell’oca, dalle infermiere per fissare l’appuntamento con l’anestesista cui spetterà decidere se autorizzare l’operazione in base alle condizioni generali del paziente: cuore, allergie ed altro ancora.

Dopo sei ore finalmente usciamo, esausti. Sfiniti da tanta attesa, peraltro, necessaria per tutti i controlli che abbiamo dovuto sostenere.

Per una volta, però, è giusto ringraziare i volontari che ci hanno assistito per tutto il periodo; ringraziare i medici e le infermiere che sono stati particolarmente gentili e professionali.

Certo, c’è sempre l’eccezione: l’infermiera che non ha ancora capito l’esigenza di un malato di essere rispettato in tutte le sue fasi; un anziano in difficoltà, preoccupato per l’operazione che dovrà sostenere.

Forse anche lei, l’unica pecora nera dell’ospedale oftalmico di Roma, con il tempo, imparerà a rispettare persone particolarmente fragili in un momento delicato e difficile della loro vita.

Giuseppe Careri