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Caso Corona ed altro: il carcere luogo di pena o di riabilitazione?

Caso Corona ed altro: il carcere luogo di pena o di riabilitazione?

Fabrizio Corona di nuovo in carcere. Trovati 1 milione e 760 mila euro in contanti nascosti nel controsoffitto del soggiorno della sua collaboratrice Laura Persi, anche lei arrestata con l’accusa di intestazione fittizia di beni. Giornali, riviste e Tv dedicano ampio spazio alla vicenda di un personaggio che fa tanto parlare di se soprattutto per i suoi guai con la giustizia. In carcere soffre, titolano i quotidiani, non mangia, non riesce a dormire.

Il grande risalto della stampa a questo vip delle cronache rosa e nera, documentato con vecchie interviste da lui rilasciate in tv, lascia in ombra le istanze di migliaia e migliaia di detenuti che, come lui, ma forse molto di più, soffrono per la libertà perduta, per le condizioni disumane in cui spesso si trovano, per l’umiliazione continua che subiscono della propria dignità, peraltro riconosciuta e tutelata dalla nostra costituzione.

Già nel 2012, l’allora Presidente della Repubblica Napolitano inviò un messaggio al Parlamento Italiano per trovare una soluzione al sovraffollamento delle carceri. Nel suo messaggio alle Camere riunite l’ex Capo dello Stato denunciava la drammatica situazione carceraria del nostro paese ricordando l’eccezionale rilievo costituito dal pronunciamento della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Quest’ultima ha accertato, nei casi esaminati, “la violazione dell’art.3 della convenzione europea che, sotto la rubrica, proibizione della tortura, pone il divieto di pene e trattamenti disumani o degradanti a causa della situazione di sovraffollamento carcerario”.

Napolitano indica poi le cifre dei detenuti dell’epoca, 64 mila costretti alla coabitazione in celle che ne contengono solo 47 mila.

Per quanto riguarda l’ambito applicativo dell’amnistia, continuava il messaggio di Napolitano,  ferma restando la necessità di evitare che essa incida su reati di rilevante gravità e allarme sociale (basti pensare ai reati di violenza contro le donne), non ritengo che il Presidente della Repubblica debba – o possa – indicare i limiti di pena massimi o le singole fattispecie escluse.

In conclusione Il Presidente della Repubblica invitava il Parlamento a prendere atto della situazione drammatica delle carceri e indicava nell’indulto, nell’amnistia e nella costruzione di nuovi edifici adibiti a carceri come soluzione, sia pure parziale, del problema.

L’indulto e l’amnistia sono peraltro previste dal codice penale e dall’art.79 della Costituzione che recita: sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”.

Il sovraffollamento delle carceri è un problema che riguarda tutta l’Europa. Su questo tema sociale così importante, è stato presentato al comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa un libro bianco pubblicato da European Committee on Crime Problems CLICCA QUA. Nel capitolo 23 il libro critica in particolare la situazione delle carceri in Italia e Ungheria. Il libro bianco sottolinea poi, che la soluzione più appropriata per diminuire il superaffollamento delle carceri sarebbero le misure alternative e la riduzione dei tempi della custodia cautelare in carcere.

Secondo uno studio dell’Associazione Antigone, al 31 marzo 2016 i detenuti sono 54 mila, rispetto ai 68 mila del 2010, mentre 4 mila detenuti non hanno un posto letto. Altri 10 mila vivono in meno di 4 metri di cella, al di sotto degli standard del Consiglio d’Europa.

Scrive Jack London ne il vagabondo delle stelle: “Il carcere, o la gattabuia come la chiamano in gergo, è una scuola di filosofia. Nessun recluso può sopravvivere ad anni e anni senza essere spogliato delle più care illusioni personali”.

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Anche se la situazione dell’affollamento dei detenuti nelle carceri negli ultimi anni è migliorata, il grosso sforzo delle istituzioni deve essere indirizzato verso il reinserimento dei detenuti nella società civile per evitare loro la reiterazione dei reati e il ritorno in una cella buia dove perdono la speranza di poterne più uscire.

Scrive Oscar Wilde in De Profundis:

“Noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza, per quanto ti possa apparire strano, è il nostro modo di esistere, poiché è l’unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita”.

 Giuseppe Careri