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Il ” capolavoro” di Erdoğan in Siria mette il sigillo alla fine delle  primavere arabe – di Giancarlo Infante

Il ” capolavoro” di Erdoğan in Siria mette il sigillo alla fine delle  primavere arabe – di Giancarlo Infante

Con l’ingresso delle truppe turche nel nord della Siria, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha compiuto un vero e proprio capolavoro.

Ha consentito all’esercito del governo di Damasco, di Bashar al Assad, di muoversi anche verso la parte settentrionale del paese, addirittura in alleanza con i curdi, riportando sotto il proprio controllo altre fasce di territorio dopo quelle strappate all’Isis, o Daesh, nel centro della Siria.

E’ molto probabile che i curdi dovranno contentarsi di salvare il salvabile perché è problematico prevedere di ricevere da Damasco la tanta agognata autonomia loro negata per decenni. Di necessità virtù.

L’esercito  siriano, comunque, è più che mai vicino a completare il ritorno in gran parte di quelle aree da cui aveva dovuto precipitosamente ritirarsi a seguito dello scoppio delle cosiddette primavere arabe della fine del 2010. Un fenomeno di sollevazione popolare in tutto il mondo arabo, tanto calorosamente salutato e concretamente sostenuto dal mondo occidentale. Inizialmente, anche dai due principali filoni in cui ha finito per dividersi il mondo sunnita. Da un lato, quello ortodosso guidato dall’Arabia Saudita e, dall’altro, i Fratelli musulmani che trovano in buona parte del popolo dell’Egitto, nella Turchia di Erdoğan e nel Qatar i loro principali punti di forza.

In Siria,  il sommovimento di nove anni fa è stato stravolto dalla presenza dell’Isis che ha provato ad utilizzarlo per creare addirittura il Califfato islamico e trasformarlo in un violento e sanguinoso attacco contro l’Occidente e tanta parte della stessa popolazione musulmana dei paesi arabi e mediorientali. Troppo tempo è stato necessario ad occidentali, sauditi, qatarini e turchi per capire come avessero lasciato crescere l’ennesima serpe in seno. L’avevano fatto con i miliziani di al Qaeda in Bosnia e in Afghanistan, ci sono voluti ricadere.

Le primavere arabe avviate nove anni fa, così, si sono rivelate solo lontanamente ricollegabili a quella “ rivoluzione araba” che, a partire dal dopoguerra del 1918, segnò un “ risveglio” della coscienza di intellettuali  e militari di vari paesi, dalla Siria alle coste del Nord Africa, con caratteristiche a loro modo moderne, intrise di riferimenti alla cultura e alla politica europea fatti di laicismo, nazionalismo e socialismo pan arabo. Un ” risveglio” cui parteciparono anche personalità e gruppi arabo cristiani.

In ogni caso, come confermano le timide riforme avviate recentemente persino nell’Arabia Saudita, esse hanno segnato la conferma di quanto un intero mondo continui ad essere percorso da spinte e sommovimenti provocati da una elaborazione interna, ma pure dal rapporto sempre più stretto che intercorre con il resto del mondo.

Dappertutto, queste primavere sembrano, ad oggi, in parte riassorbite. Nel caso dell’Egitto, in conseguenza del colpo di stato dei militari guidati dal generale al Sisi; in Tunisia, all’interno di un processo più democratico; in Libia, Siria e Yemen sono sfociate in duri scontri sanguinosissimi e in ulteriori divisioni tra fronti armati contrapposti.

Dopo averle incoraggiate, l’Occidente si è dimostrato incapace a sostenerle e a gestirle in modo di assicurare loro uno sbocco pienamente democratico ed evolutivo. Così, anche nuovi attori sono intervenuti, mutando in parte il consolidato assetto geopolitico dell’intera regione. Su tutto spicca la presenza della Russia che, nel caso siriano, riesce a muoversi a cavallo tra Ankara e Damasco e prova a svolgere una funzione di equilibrio sviluppata per decenni dai soli Stati Uniti.

E’ chiaro che questi ultimi hanno scelto di rafforzare le posizioni acquisite piuttosto che pensare ad una pacificazione della regione o, almeno, di sue ampie parti. Emblematico il fatto che, mentre vengono ritirate le poche truppe ancora presenti in Siria, e la cosa era stata inizialmente presentata come un sostanziale via libera all’invasione turca, ne trasferisce altre in Arabia Saudita, paese che comincia a sentire il peso dello sforzo sostenuto per il conflitto nello Yemen e vede cadere sul proprio territorio un numero sempre più consistente di missili lanciati dagli sciiti yemeniti, gli Houthi sostenuti dall’Iran.

I bombardamenti turchi sui curdi siriani chiudono un ciclo decennale e nessuno è oggi in grado di prevedere quel che accadrà con la definitiva archiviazione delle primavere. Sappiamo solo che lo stato d’emergenza, invece di essere superato, si protrarrà ancora più a lungo, così come la crisi umanitaria in cui è precipitata circa la metà della popolazione della Siria.

Fanno in ogni caso davvero riflettere le recenti affermazioni di Donald Trump che proclamano l’indifferenza degli Stati Uniti di fronte all’avanzata turca e confermano il definitivo abbandono dei curdi. Eppure, essi sono stati i principali artefici della sconfitta militare dei sostenitori del Califfato in Siria. La cosa dovrebbe pur compensare il fatto che non aiutarono gli americani nel corso dello sbarco in Normandia, come è giunto a dire il Presidente americano per giustificare un dietrofront non proprio virile e riconoscente.

Dall’America ” first” siamo passati all’America ” only” e non saranno battute più o meno infelici a mitigare l’impressione che la Prima potenza del mondo si disimpegni, o si impegni seguendo solamente i  più immediati interessi elettorali del Presidente di turno, indifferente ad un ruolo che pure si è voluta assegnare, o che la Storia le ha di fatto assegnato. Il mondo non si governa, e neppure si esprime una leadership globale democratica, se non si esplica una visione universale.

Giancarlo Infante

 

Pubblicato su www.politicainsieme.com