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Gita in Toscana: andiamo a Stia, nell’Alto Casentino

Gita in Toscana:  andiamo a Stia, nell’Alto Casentino

Stia, in provincia di Arezzo ma altrettanto distante da Firenze (45 Km), è un centro dell’Alto Casentino ricco di storia, ai confini tra la Toscana e la Romagna, sotto il monte Falterona, da dove nasce l’Arno, proprio nel punto della confluenza con il suo affluente Staggia. Si trova, appunto, al centro degli Appennini, nall’alta valle dell’Arno, a 450 metri di altezza slm. Le origini di Stia si perdono nella notte dei tempi. E’ comunque certo che la zona, studi e ritrovamenti archeologici lo hanno accertato, fosse frequentata e abitata già in epoca etrusca. Lo dimostrano la stela votiva del Lago degli Idoli, sul monte Falterona, gli insediamenti etrusco-romani di Serelli, Moiano, Monte di Gianni, e quelli risalenti al III-IV secolo d.c. sulle alture sopra il vicino abitato di Porciano.

Il primo documento del paese di Stia (toponimo probabilmente di antica origine latina) si trova nel Regesto Camaldolese datato 1053, dove si legge della “Plebe S. Mariae de Staia”; nel 1093, sempre nelle pagine del Regesto, è citato anche un “casale de Stia”.

paesi100 stia merctoNel Medioevo, Stia si sviluppò intorno alla pieve e alla piazza principale, ora dedicata a Bernardo Tanucci (nato a Stia, politico italiano del ‘700, uomo di fiducia del re di Napoli), come sede di mercato della Contea di Porciano, uno dei più antichi castelli dei Conti Guidi, che ancora oggi domina appunto dall’alto il centro abitato; poi, dalla prima metà del XIII secolo il paese divenne anche residenza di un ramo dei Conti Guidi detti “di Palagio”, a ricordo di una sontuosa abitazione costruita nel 1230 sulla sponda del torrente Staggia opposta alla piazza, denominata appunto “Palagio”.

I Conti Guidi di Palagio mantennero il possesso della terra di Stia sino al 1402, anno in cui la Repubblica Fiorentina, accorsa in aiuto del Conte Piero di Porciano derubato dal parente Antonio di Palagio, conquistò il borgo esautorando il ramo “guidingo” paesano e creando la comunità di Palagio Fiorentino. Il vecchio castello cittadino del Conte Antonio fu infine definitivamente distrutto nel 1440 durante l’invasione delle truppe milanesi di Niccolò Piccinino. Ne rimane ora la ricostruzione degli inizi del XX secolo, che, più che rispettare l’originale architettura, seguì lo stile neogotico di moda in quell’epoca.

La storia di Stia è stata, comunque, a lungo legata a quella di Firenze, ai Medici prima e agli Asburgo-Lorena poi. Il comune, che nel 1840 contava 2.901 abitanti, ebbe un grande sviluppo grazie alla lavorazione della lana che fece di Stia un centro produttivo importante. paesi170 stia pannothumbtrue12911218621_570_360Qui, infatti, nacque il “Panno Casentino”, prodotto apprezzato e noto in tutto il mondo. Celebre il Lanificio di Stia, che già all’inizio del ‘900 occupava 500 operai. Lo stabilimento ha cessato l’attività nel 1979.

Il “Panno Casentino”, nato nel medioevo come “panno rusticale” indossato da monaci e montanari ed utilizzato “dai carrettieri” per proteggere i cavalli in riposo, divenne durante l’800 un tessuto apprezzato da personaggi illustri, quali Bettino Ricasoli, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. Nei tradizionali colori arancione e verde il panno casentino è caratterizzato da una rifinitura “a ricciolo”, ottenuta da un particolare trattamento detto “ratinatura”. Da questo ricciolo si ottiene un doppio strato di tessuto che permette al “Panno” un perfetto isolamento termico e una efficiente impermeabilità, mantenendo allo stesso tempo stesso la traspirazione della pelle. 
Ai nostri giorni, il panno casentino è simbolo di eleganza e di raffinatezza, utilizzato dai più importanti stilisti italiani nell’alta moda.

Premesso ciò, una visita a Stia “val bene una Messa”. Perciò, muoviamoci! Ai limiti dei confine nord della provincia di Arezzo, equidistante tra Arezzo e Firenze dove l’Arno è ancora torrente vicino alle sue sorgenti, Stia è facilmente raggiungibile non solo in auto, ma anche in treno. paesi190 stiagiotto220px-Vergine_con_Bambino,_Cimabue_o_GiottoUna ferrovia elettrica lunga 45 chilometri la collega, infatti, ad Arezzo, importante stazione della linea Roma-Firenze.

Colpisce la piazza principale, quella piazza Bernardo Tanucci praticamente da sempre sede settimanalmente di mercato e di fiere, ricca di portici, definita non a caso il “Salotto del Casentino”. Al centro la Chiesa “romanica” del XII secolo. Al suo interno, opere d’arte di inestimabile valore, tra cui dipinti a olio raffiguranti la “Vergine col Bambino e due Angeli” attribuita a Cimabue o come opera giovanile di Giotto e la “Cena di Gesù in casa del fariseo” (1596) di Simone Ferri; la “Madonna col Bambino”, una terracotta invetriata di Andrea Della Robbia ed altre opere della Bottega dei Della Robbia; il Pulpito in noce intagliato del 1584; l’Acqusantiera in marmo bianco del XVI secolo e il “Fonte Battesimale” in marmo bianco di Carrara datato 1526.

E che dire dei cibi? A Stia si mangia più che bene! Imperdibile, in ogni caso, la sosta da “Filetto”, sulla sinistra a tre quarti della piazza. Da sempre ristorante, o meglio “Trattoria”, a conduzione famigliare, dove eccellenti sono gli antipasti a base di ottimi affettati della migliore tradizione toscana; e poi, da non perdere, i tortelli di patate rosse, naturalmente preparati in casa; un’ampia varietà di carni, e quando è tempo anche di cacciagione; e per finire una “creme brulle” da leccarsi i baffi! Ma attenzione è d’obbligo la prenotazione, perché i “coperti” non sono molti, solitamente è chiuso il sabato e a volte anche la sera. E per chi vuole trattenersi, suggeriamo, sempre in piazza, che è poi la piazza di Leonardo Pieraccioni nel film il “Ciclone”, di pernottare nell’albergo “Falterona”. Non poteva chiamarsi altro che così!

Andando via da Stia dopo una sana scorpacciata di cibo e di cultura, consigliamo, per quanti non l’avessero paesi stia14 romena5ancora percorsa, di imboccar la strada in salita che, superato l’Arno, porta verso Firenze. Dopo pochi chilometri ecco, sulla sinistra, quel che resta del Castello di Romena, un tempo sempre dei Conti Guidi e ora di proprietà della famiglia Goretti de’ Flamini, dove vi soggiornò anche Dante, che il Sommo Poeta “ricorda” nel suo “trentatreesimo canto dell’Inferno”. Una visita, se non altro pure solo dal di fuori, anche qui è d’obbligo.

Lasciamo così Casentino e Stia, con l’intimo dubbio d’aver trascurato qualcosa di importante. E’ vero, manca non poco. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, infatti! E il Monte Falterona, Campigna. Il Parco, istituito nel 1993, si estende per circa 36.000 ettari lungo il crinale appenninico tra le province di Arezzo, Firenze e Forlì. Il territorio, per l’80 per cento della sua estensione, è coperto da boschi e foreste di abeti, faggi e castagni monumentali, tra i più estesi e meglio conservati d’Italia. Non c’è dubbio, presto si torna.

Luca Marco Massidda