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Fast foods: già nell’antica Roma

Fast foods:  già nell’antica Roma

In una società come la nostra, in cui anche il momento del pasto consumato frettolosamente nella breve pausa lavorativa presso un centro di ristoro sembra figlio della nostra frenesia, è curioso riconoscere che tutto ciò è stato già sperimentato da altre generazioni …..e non si trattava di qualche anno fa…. bensì di millenni! Nella Roma repubblicana (non parliamo di quella imperiale, ma antecedente a Giulio Cesare!), infatti, il consumo di pasti in “fast foods” era la regola. Ma come e quando i Romani si alimentavano?
I pasti previsti durante la giornata erano tre: il primo, detto “jentaculum”, si avvicinava molto alla nostra prima colazione e veniva consumato intorno alla terza o quarta ora, corrispondenti alle nostre otto-nove del mattino.

Era un pasto frugale, costituito da frutta secca, pane e formaggio. I bambini che avevano il dovere di recarsi alle lezioni scolastiche (non per tutti), facevano sosta al “Pistor Dulciarius”, per acquistare la loro merenda. locanda_romanaIl secondo pasto della giornata (prandium) era assolutamente frenetico: nell’ora corrispondente al nostro mezzogiorno (sesta-settima), consisteva in un veloce spuntino consumato presso una delle “popinae” di cui la capitale del mondo di allora era piena. Un pasto veloce, freddo, a base di cibi leggeri, digeribili, il cui gusto veniva decantato dai venditori (o chi per loro) che si procacciavano clienti all’ingresso delle botteghe.
Il terzo pasto era la cena, di diversa consistenza a seconda del ceto sociale. Essa veniva consumata all’interno della propria casa e, dal punto di vista scenografico, non vedeva sempre il “pater familias” disteso sul “triclinium” a conversare con gli altri commensali. I ceti meno agiati si accontentavano di un piatto semplice di farina, verdura e legumi, il”pulmentum”.

Ma torniamo alle nostre “tabernae” e ai cibi veloci. Immaginiamoci pasti serviti in piedi nella convulsa caoticità di una città che potremmo definire “una New York avanti Cristo”. Il clima che vi si respirava è stato magistralmente descritto da Giovenale nelle sue Satire: ….”Ma c’è una casa in affitto a Roma che permetta il sonno? Solo ai ricchi è permesso dormire. La colpa di questo malanno è soprattutto dei carri che vanno su e giù dentro ai budelli dei vicoli….a me, pieno di fretta, fa ostacolo l’onda della folla che mi precede, quella che mi segue e che mi preme, come una falange compatta, alle reni; uno mi pianta un gomito in un fianco, un altro mi colpisce rudemente con una stanga, quello mi sbatte in testa una trave, l’altro una botte….”. In un quadro generale come questo è facile comprendere la nascita del pasto veloce, ma vi era forse un motivo ancor più importante e, direi, necessario alla presenza delle “popinae”: l’esigenza di non dover accendere fuochi all’interno delle abitazioni. botteghe romaneLa maggior parte della popolazione non abitava certo in ville; quelle erano di proprietà dei ceti abbienti.

I Romani vivevano per la maggior parte nelle “insulae”, una sorta di palazzi condominiali a più piani, anche cinque o sei, divisi in appartamenti in affitto, fabbricati per la maggior parte in legno. Questo spiega la quotidianità degli incendi a Roma e la difficoltà, vista la scarsa larghezza dei vicoli tra un palazzo e l’altro, per i pompieri ad accedere ai luoghi in preda alle fiamme. Per questo accendere un fuoco in un appartamento rappresentava sempre una fonte di possibili eventi catastrofici. Meglio affidare la preparazione del pasto alle sapienti mani dei cuochi di strada, presenti ovunque, dato che ogni “insula” era fornita al pianterreno di negozi, una sorta di “mini centro commerciale”.

Concludendo: siamo sempre davvero convinti di aver inventato qualcosa di nuovo nell’ambito della nostra società? La storia romana, nei suoi meandri, ci dimostra che spesso le nostre “originalità” sono solo idee rivedute e corrette che qualcuno, molto prima di noi, aveva già sperimentato e vissuto. I millenni passano, ma l’uomo rimane, in fondo, sempre lo stesso.

Stefania Giannella