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L’Utopia: l’isola felice che non c’é. A proposito della Misericordia chiesta da Francesco per i carcerati – di Giuseppe Careri

L’Utopia: l’isola felice che non c’é. A proposito della Misericordia chiesta da Francesco per i carcerati – di Giuseppe Careri

Un atto di clemenza per i carcerati” chiede Papa Francesco ai governi e alle competenti autorità civili in questo anno santo della misericordia. Un atto di clemenza verso tutti quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento. Poi aggiunge: “In occasione dell’odierno Giubileo dei carcerati vorrei rivolgere un appello in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti”.

Il Papa, al termine dell’Angelus ha sottolineato: “desidero ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società”. L’appello accorato di Papa Francesco è stato ribadito con grande fermezza anche in uno dei suoi storici viaggi effettuati recentemente in Messico. A Ciudad Juarez, parlando ai detenuti, ha detto: “Celebrare il Giubileo della misericordia con voi è ricordare il cammino urgente che dobbiamo intraprendere per spezzare i circoli viziosi della violenza e della delinquenza. Chi ha sofferto profondamente il dolore e ha sperimentato l’inferno, può diventare un profeta nella società. Lavorate perché questa società che usa e getta non continui a mietere vittime”.

Storiche sono le visite e il conforto dato ai detenuti di Papa Giovanni Paoli II nelle diverse sue visite nei carceri di Poggioreale, Regina Coeli e Rebibbia.

Papa Francesco: visita a Rebibbia

Papa Francesco: visita a Rebibbia

Nel giubileo del 2000, Papa Wojtyla rivolgendosi ai detenuti disse:

“La pena, la prigione hanno senso se, mentre affermano le esigenze della giustizia e scoraggiano il crimine, servono al rinnovamento dell’uomo, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società”.

Da sempre, si può affermare, uomini illustri, filosofi e scienziati hanno lottato per salvaguardare gli “ultimi”, i diseredati, coloro che la società li ha emarginati sin dai primi passi della loro infanzia, facendo mancare loro gli strumenti utili e necessari per un inserimento nella società in modo da poter vivere dignitosamente e non come rifiuti della società.

Tommaso Moro, filosofo, umanista, scrittore e politico cattolico inglese, nato a Londra nel 1478, si fece paladino dei diseredati in un’epoca di grandi differenze politiche, religiose e sociali.

Scrisse L’Utopia, un romanzo pubblicato in latino nel 1516, un viaggio immaginario raccontato da Raffaele Itlodeo in un “luogo felice inesistente” in cui descrive il sistema politico corrotto dell’epoca.

Tommaso Moro derivò il termine Utopia dal greco antico “ou-topos”, non luogo, e da “eutopos”, luogo felice.

L’opera, divisa in due libri, contiene una polemica violentissima contro gli ordinamenti politici inglesi; in particolare, viene condannata la pratica di sanzionare il furto con la pena di morte, pratica diffusasi sotto Enrico VII. La pena viene ritenuta da Tommaso Moro ingiusta perché sproporzionata alla gravita del danno.

La tesi di Tommaso Moro, a causa delle sue appassionate difese dei vagabondi, dei ladri, degli emarginati, ma soprattutto per le sue accuse al clima corrotto della società inglese dell’epoca, viene processato, incarcerato e giustiziato  sulla forca a Tower Hill il 6 luglio 1535.

Straordinariamente attuali sono le affermazioni del suo messaggero Itlodeo sui motivi sociali che costringono i cittadini emarginati a commettere reati:

“E’ la miseria che li ha resi ladri sinora, poiché quando lasciate che costoro siano educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano poco a poco, si devono punire, è evidente, allorché fatti uomini, commettono quelle infamie che la loro fanciullezza annunziava”.

Pur a distanza di cinque secoli, le considerazioni di Tommaso Moro, cattolico e umanista, richiamano le esortazioni dei pontefici in favore dei carcerati, degli “ultimi”, del nostro tempo.

Infatti, sulla riabilitazione dei detenuti, Papa Francesco aggiunge: “desidero ribadire l’importanza, di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società”.

L’attenzione che la Chiesa cattolica mostra nei riguardi del reinserimento dei  carcerati è particolarmente sentita in quei settori della società che vede tanti ragazzi in tenera età abbandonati a se stessi, senza guida, e senza mezzi di sostegno, con uno Stato assente che li costringe a vivere privi completamente di guida sociale.

Un professionista, attuale direttore di una stazione televisiva internazionale descrive così la sua infanzia e la paura del carcere che è riuscito a evitare:

“ Da bambino avevo una paura tremenda del carcere. Facevo parte di una piccola banda di ragazzini: il più piccolo aveva sei anni, il più grande dieci. In periferia non esistevano i giardini;  noi bambini giocavano per strada, inventavano giochi che solo i poveri sapevano inventare: l’aquilone con le code multicolore,  il moto pattino con le sfere, la fionda con la quale colpivamo i lampioni a trenta metri di distanza. Ma la strada, si sa, oltre che a giocare e socializzare, è anche cattiva consigliera, dove i ragazzi più svelti, spesso, ti indirizzano verso una strada sbagliata, a volte senza ritorno. Un giorno la nostra piccola banda, composta da cinque ragazzini, rubò una confezione di uova da un piccolo negozio di alimentari. Poi, per completare  la “frittata”,  rubammo la frutta dall’orto del Sor Toto: nespole e albicocche. Il sor Toto c’inseguì per darci una lezione: invano.

Van Gogh: La ronda dei prigionieri

Van Gogh: La ronda dei prigionieri

Quando tornammo a casa cominciò a circolare la voce che i carabinieri ci stavano cercando per portarci tutti in carcere.  Ci prese il terrore. Ognuno di noi si nascose in casa sperando di non essere scovato dalle guardie. Rimanemmo tutti col fiato sospeso. Molti di noi piansero. Furono momenti di autentica paura. In realtà,  la voce dell’imminente arrivo dei carabinieri nelle nostre case la misero in giro i nostri genitori per spaventarci, per farci capire che rubare comporta poi una pena da scontare in uno di quei posti bui e freddi che sono le nostre carceri. Poi tutto passò. Ma la lezione l’avevamo ben imparata. Da allora mi è rimasto quel vago timore, quel ricordo di una pena da scontare in un luogo umido, buio, con una piccola finestra chiusa da sbarre di ferro, senza possibilità di vedere il chiarore dell’alba, la luna, le stelle, il firmamento; in una parola: finire nella cella di un carcere!  Il carcere era un luogo terribile, dove si scontavano pene per anni e anni, a volte per tutta la vita. Pensate: tutta la vita chiuso in una cella!!! Peggio che finire nell’inferno di Dante! ” “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”…

Giuseppe Careri