Potenza senza strategia: l’America e il nuovo disordine mondiale – di Giancarlo Infante
L’avvicinarsi di un possibile intervento USA in Iran e la crisi energetica globale
Le ricostruzioni del Wall Street Journal indicano che Donald Trump potrebbe aver perso fiducia nella via negoziale con Teheran, valutando un ritorno al “Piano A”: un intervento militare di terra. Questa prospettiva, qualitativamente diversa dai bombardamenti degli ultimi mesi, avrebbe effetti immediati sui mercati energetici e aggraverebbe la crisi già in corso.
Permane un intreccio di conflitti, vulnerabilità energetiche, eccessi e limiti di potere e fratture politiche, che coinvolge Medio Oriente, Europa, Russia, Cina e Israele. Il punto centrale: gli Stati Uniti hanno aperto un fronte che non riescono né a chiudere né a dominare, e ciò si riflette sull’intero sistema internazionale. Il contesto è infatti già deteriorato per gli effetti congiunti dei due conflitti maggiori in atto. Uno, tra Ucraina e Russia, l’altro, tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Gli ultimi scambi di colpi ci fanno trovare con gli Houthi dello Yemen che, di fatto, hanno chiuso il Mar Rosso, bloccando la rotta alternativa saudita; il Kazakhistan ha ridotto la produzione petrolifera dopo gli attacchi di droni ucraini al terminal russo di Novorossiysk; le raffinerie della Russia continuano a riceve i colpi dei droni avversari, al punto che la produzione russa di diesel è finita fuori mercato.
L’Europa, già fragile, reagisce in modo disordinato: il Regno Unito ha tagliato l’export di elettricità, mentre altri paesi temono il “contagio” dei prezzi energetici. L’Italia, nonostante quattro anni e mezzo di guerra in Ucraina rimane dipendente da pochi grandi fornitori.
Trump intrappolato in una guerra senza uscita
Donald Trump aveva avviato il conflitto contro l’Iran ponendosi obiettivi importanti: porre una fine definitiva al programma nucleare iraniano e cambiare il regime a Teheran. Cinque mesi dopo, questi obiettivi appaiono quasi se non del tutto falliti. Trump, nonostante continui a ricordare che ha in mano l’ “Hammer” – il martello – più potente del mondo, si trova ora in un vicolo cieco. Non controlla i prezzi del petrolio; non riesce a riaprire stabilmente Hormuz; non ha veri margini per un’invasione di terra; vede gli alleati – arabi e non – irritati dalle sue decisioni improvvise. Affronta un’opinione pubblica interna sempre più ostile alla guerra.
Il cessate il fuoco firmato a Versailles è durato solo due settimane. Così il Presidente statunitense ha dinanzi a se tre sole scelte, tutte complesse e dagli esiti – oltre che dai tempi – incerti. Trump parla spesso di una possibile escalation militare, ma si trova a fare i conti con scorte sempre più ridotte di diversi tipi di strumenti d’arma. E forse questo spiega anche la sua rabbia l’abbandono degli alleati che, invece, nelle precedenti guerre americane nel Golfo o nelle sue immediatezze, come è stato il caso dell’Afghanistan, hanno assicurato la propria partecipazione. Ma in questo caso Trump ed Israele hanno voluto fare a modo loro e adesso le recriminazioni appaiono davvero patetiche.
Trump ha anche fatto capire di puntare all’arma del fallimento economico dell’Iran, ma questo significherebbe un lento processo e, soprattutto, una presenza militare costante per un periodo di tempo che, forse, non è più alla portata della sua Presidenza. Ipotesi contro cui da tempo egli registra la riottosità della sua stessa base dei Maga (Make America Great Again) e di un gruppo presente tra le fila del Partito repubblicano al Congresso
Infine, come terza ipotesi, il Presidente americano può dichiarare vittoria e uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato, lasciando però l’Iran con l’attuale capacità nucleare ed il pieno controllo di Hormuz.
Il ruolo di Netanyahu e la pressione politica israeliana
Benjamin Netanyahu sta per giungere per la dodicesima volta di fila in visita alla Casa Bianca da quando è stata scatenato il conflitto mediorientale. Sotto una forte pressione interna perché non arrivano risultati tangibili dalla guerra contro l’Iran e gli Hezbollah in Libano. Ha già spinto Trump verso attacchi congiunti a febbraio e ora chiede una linea dura sul programma nucleare iraniano. Gli USA, però, sembrano avere come priorità quella della riapertura di Hormuz più che un confronto diretto sul nucleare. Nel frattempo, Israele è impegnata a scatenare una delle peggiori ondate di violenza dell’anno in Cisgiordania, con operazioni militari estese dopo gli attacchi mortali dei coloni ebrei contro gli insediamenti palestinesi.
Un quadro globale instabile e privo di strategia
Il quadro, dunque, è dipinto in modo tale che emerge come gli USA appaiono logorati da una guerra che non riescono né a vincere né a chiudere; l’Iran alterna segnali di apertura e atti di forza, sfruttando la debolezza strategica americana; Israele spinge per un’escalation, ma gli USA non hanno risorse né consenso interno; l’Europa, vulnerabile sul piano energetico, reagisce in modo disordinato e non ha una strategia comune e, al suo interno, l’Italia rimane esposta, senza aver costruito alternative energetiche solide. Infine, Russia e Cina osservano, pronti a sfruttare l’indebolimento americano.
Il risultato è un sistema internazionale dove nessuno ha una strategia chiara, mentre le crisi si intrecciano: energetica, militare, diplomatica, politica.
Inutile aggiungere che i due principali attori di questa storia, Trump e Netanyahu, si muovono tenendo ben presenti i due appuntamenti elettorali che giungeranno ad ottobre per il secondo e a novembre per il primo. Così vanno le cose del mondo…
Giancarlo Infante