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Il rimpasto del governo ucraino: tra logica di guerra, consolidamento del potere e ricerca di una nuova fase politica – di Edoardo Almagià

Le grandi guerre non modificano soltanto i confini degli Stati. Ridefiniscono le istituzioni, alterano gli equilibri costituzionali, concentrano il potere esecutivo e costringono le classi dirigenti a continui adattamenti. È una costante della storia europea: accadde nella Gran Bretagna di David Lloyd George durante la Prima guerra mondiale, nell’Unione Sovietica durante il secondo conflitto mondiale, nella Francia della Liberazione e, più recentemente, in Israele dopo le grandi crisi di sicurezza che hanno segnato la sua storia contemporanea. L’Ucraina non fa eccezione. Dopo oltre tre anni di guerra su vasta scala contro la Federazione Russa, il rimaneggiamento dell’esecutivo promosso dal presidente Volodymyr Zelensky non rappresenta un semplice avvicendamento di incarichi, ma il tentativo di ridefinire l’assetto dello Stato in funzione di una guerra destinata a protrarsi e di un contesto internazionale profondamente mutato.

L’avvicendamento alla guida del governo e il ricambio di alcuni ministeri strategici, tra cui quello della Difesa, devono essere letti innanzitutto alla luce dell’evoluzione del conflitto. Le guerre di lunga durata consumano rapidamente il capitale politico degli esecutivi. Figure che appaiono indispensabili nella fase dell’emergenza finiscono inevitabilmente per essere identificate con le difficoltà quotidiane, con la lentezza delle riforme, con i ritardi amministrativi e con le inevitabili tensioni tra esigenze militari ed economia civile. La sostituzione di un primo ministro, in queste circostanze, raramente costituisce una sconfessione personale; rappresenta piuttosto il tentativo di inaugurare una nuova fase senza mettere in discussione la continuità della leadership presidenziale.

Dal febbraio 2022, il sistema politico ucraino ha progressivamente assunto caratteristiche proprie di un esecutivo di guerra. Pur rimanendo formalmente una democrazia parlamentare con un presidente dotato di rilevanti prerogative costituzionali, l’Ucraina ha inevitabilmente visto rafforzarsi il ruolo della Presidenza quale centro di coordinamento delle decisioni militari, diplomatiche e finanziarie. Si tratta di un fenomeno ampiamente studiato dalla scienza politica: nelle situazioni eccezionali il baricentro del potere tende a spostarsi verso l’esecutivo e, all’interno dell’esecutivo stesso, verso il capo dello Stato o del governo. Non è soltanto una scelta politica, ma una conseguenza della necessità di accelerare i processi decisionali.

In questo quadro, il rimpasto appare come una duplice operazione. Da un lato, esso mira a rafforzare l’efficienza amministrativa di un apparato statale sottoposto a uno sforzo senza precedenti. Dall’altro, consente al presidente Zelensky di consolidare ulteriormente la coesione della squadra di governo, sostituendo figure ormai logorate dall’esercizio del potere con personalità ritenute più adatte ad affrontare la nuova fase del conflitto.

Particolarmente significativa è la sostituzione del ministro della Difesa, un dicastero che, in tempo di guerra, costituisce il vero cuore operativo dello Stato. Nel corso del conflitto il Ministero della Difesa è divenuto il centro di gestione di risorse finanziarie immense, di programmi di approvvigionamento militare estremamente complessi e di una cooperazione senza precedenti con gli alleati occidentali. L’acquisto di armamenti, la produzione nazionale, la logistica, il coordinamento con la NATO e con i principali partner europei e nordamericani hanno progressivamente trasformato quel ministero in una delle amministrazioni più delicate dell’intero sistema istituzionale.

Proprio questa crescente centralità ha reso inevitabili tensioni politiche e amministrative. In ogni guerra moderna la gestione degli appalti militari costituisce uno dei settori più esposti a critiche, polemiche e richieste di maggiore trasparenza. L’Ucraina, inoltre, continua a essere impegnata nel difficile percorso di riforma dello Stato richiesto dall’Unione europea nel quadro del processo di adesione. La lotta alla corruzione, il rafforzamento delle istituzioni indipendenti e la trasparenza amministrativa rappresentano condizioni essenziali tanto per mantenere la fiducia dei partner occidentali quanto per proseguire il negoziato europeo.

Vi è poi una dimensione internazionale che contribuisce a spiegare il momento scelto per il rimpasto. Negli ultimi mesi il quadro geopolitico è diventato più incerto. Le dinamiche della politica statunitense, le differenti sensibilità emerse tra gli alleati europei, le difficoltà dell’industria bellica occidentale nel sostenere ritmi elevati di produzione e la crescente competizione strategica globale hanno modificato il contesto nel quale Kiev opera. In tale scenario, presentare un governo rinnovato significa anche inviare ai partner un messaggio di efficienza, affidabilità e capacità di adattamento.

Non meno importante appare il piano interno. Dopo anni di mobilitazione generale, la società ucraina vive inevitabilmente una fase di stanchezza collettiva. La pressione economica, la perdita di popolazione, le distruzioni infrastrutturali e il peso umano della guerra hanno trasformato profondamente il Paese. In questo contesto il governo non è chiamato soltanto a dirigere lo sforzo militare, ma anche a preservare la fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni. Un ricambio dell’esecutivo può contribuire a trasmettere l’idea di una leadership capace di rinnovarsi senza rinunciare alla continuità strategica.

Naturalmente, ogni riorganizzazione comporta anche rischi. La concentrazione crescente del potere decisionale attorno alla Presidenza potrebbe alimentare, nel medio periodo, interrogativi sull’equilibrio tra esigenze di sicurezza e normale dialettica democratica. Si tratta di una questione che attraversa tutte le democrazie impegnate in guerre prolungate. La storia insegna che l’eccezione tende spesso a consolidarsi ben oltre la durata dell’emergenza. Terminato il conflitto, una delle principali sfide dell’Ucraina consisterà proprio nel ricondurre pienamente il sistema politico alle ordinarie dinamiche costituzionali, rafforzando il ruolo del Parlamento, dei partiti e delle istituzioni di controllo.

Sul piano degli equilibri di governo, è plausibile che il rimpasto rafforzi nel breve periodo la posizione del presidente Zelensky. Il suo partito continua infatti a costituire il principale perno della maggioranza parlamentare e, in regime di legge marziale, la competizione politica risulta inevitabilmente attenuata. Ciò non significa, tuttavia, che siano scomparse le differenze di vedute all’interno delle élite civili e militari. Il rapporto tra Presidenza, comando delle Forze armate, amministrazione statale e autorità locali continuerà a rappresentare uno degli elementi più delicati della governance ucraina.

Molto dipenderà anche dalla capacità del nuovo esecutivo di affrontare alcune questioni decisive: il rafforzamento della produzione nazionale di armamenti; la sostenibilità finanziaria dello Stato; la prosecuzione delle riforme richieste da Bruxelles; il mantenimento del consenso interno; la gestione della ricostruzione delle aree danneggiate; e, soprattutto, la preparazione dell’Ucraina a un conflitto che appare destinato a essere ancora lungo, indipendentemente dall’evoluzione delle operazioni militari.

Il rimpasto governativo, dunque, non dovrebbe essere interpretato come il segnale di una crisi politica tradizionale. Piuttosto, esso rappresenta il tentativo di adattare l’architettura dello Stato alle esigenze di una guerra di logoramento che ha ormai trasformato ogni settore della vita nazionale. Più che cambiare la linea politica, Kiev sembra voler cambiare gli strumenti con cui perseguirla.

La vera prova non sarà la composizione del nuovo governo, bensì la sua capacità di coniugare tre esigenze solo apparentemente contraddittorie: garantire l’efficienza di uno Stato impegnato in una guerra esistenziale, preservare gli standard democratici che costituiscono uno degli elementi distintivi dell’identità europea dell’Ucraina e mantenere la fiducia di una società che, dopo anni di sacrifici, chiede non soltanto sicurezza, ma anche una prospettiva credibile di pace, ricostruzione e integrazione nel sistema politico ed economico europeo. È da questo difficile equilibrio che dipenderà, probabilmente più ancora degli avvicendamenti personali, la stabilità politica dell’Ucraina negli anni a venire.

Edoardo Almagià