CronacaEsteriUltime notizie

L’ombra della guerra lunga: l’Iran, l’Europa e la sfida alla strategia di Trump- di Edoardo Matteo Infante

Negli ultimi giorni la possibilità di una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran è tornata al centro delle valutazioni e delle possibilità. Anche se gli analisti del New York Times, proprio questa mattina, leggono nelle minacce di Donald Trump di scatenare la più decisa “guerra economica” contro l’Iran – e i paesi che lo aiutano- come un segnale della sua intenzione di non tornare subito alla scelta militare (CLICCA QUI). Ma sempre guerra rimane.

Questa settimana Washington ha escluso, infatti, l’estensione dell’attuale accordo di cessate il fuoco mentre i negoziati rimangono bloccati. Intanto, la Portaerei USS George Washington avrebbe attraversato lo stretto di Singapore dirigendosi verso la regione del Golfo Persico. E Teheran ha minacciato di passare ad una postura offensiva se la diplomazia dovesse fallire.

Si parla di quanto pubblicato dal Financial Times, secondo il quale Teheran starebbe addirittura valutando di dare corso a possibili attacchi contro obiettivi militari statunitensi in Europa qualora Donald Trump dovesse intensificare nuovamente la guerra. Tra gli obiettivi valutati figurano la base di Bezmer, in Bulgaria, e quelle britanniche a Cipro. Una di queste ultime, quella di Akrotiri  era già stata colpita da un drone i primi di marzo, e il mese scorso Teheran indicò la base RAF Fairford nel Gloucestershire, dopo che gli americani l’avevano usata per lanciare operazioni contro l’Iran.

La logica di difesa iraniana è esplicita sin da marzo

A Ginevra, immediatamente dopo gli attacchi israelo-americani di fine febbraio, l’Ambasciatore iraniano presso l’ONU, Ali Bahreini, dichiarò che qualsiasi base usata per attaccare l’Iran avrebbe costituito un bersaglio legittimo”. Alla domanda se questo potesse includere installazioni in Europa, Bahreini non escluse l’ipotesi.

Per Teheran, il problema è che mentre le basi americane più vicine all’Iran diventano più vulnerabili, il dispositivo statunitense si sposta verso ovest: e con esso si spostano anche i confini geografici della guerra.

Il precedente turco

L’Iran, oltre Cipro, ha già coinvolto il territorio di un membro NATO durante il conflitto. Proprio il primo mese della guerra, missili iraniani sono stati intercettati in quattro occasioni distinte mentre si dirigevano verso lo spazio aereo turco. Il Governo iraniano promise ai turchi che non si trattava di attacchi deliberati e non venne richiesta l’attivazione dell’Articolo 5 dell’Alleanza atlantica. Allora, il Segretario generale Nato, Mark Rutte, dichiarò che nessuno stava discutendo tale possibilità.

Dopo le rivelazioni del Financial Times, sempre Rutte, però, ha dichiarato che qualsiasi attacco diretto verso un membro Nato porterebbe ad una risposta da parte di tutti gli alleati. Non è stato comunque precisato cosa sia da considerarsi come un attacco diretto. Intanto, la Bulgaria ha rafforzato la sicurezza attorno alla base di Bezmer.

La crisi con la Francia e il riarmo europeo

Il deterioramento dei rapporti franco-iraniani aggiunge una componente di “intelligence” alla crisi. Il passato 18 agosto, il parlamentare iraniano Alaeddin Boroujerdi ha accusato la Francia di svolgere attività di “intelligence” per conto degli Stati Uniti. Teheran aveva precedentemente accusato due diplomatici francesi di attività clandestine e di “infiltrazione”. Parigi ha respinto le accuse e il giorno dopo ha annunciato l’espulsione di due diplomatici iraniani. Teheran ha adottato misure equivalente contro diplomatici francesi.

Le accuse iraniane indicano il determinarsi di un rapporto sempre più conflittuale con taluni paesi europei in cui “intelligence”,  pericoli di infiltrazione e la valutazione del sostegno agli Stati Uniti occupano un posto crescente. Il timore è che, dal punto di vista di Teheran, la complicità, reale o presunta, di taluni paesi del Vecchio Continente con gli Stati Uniti, possa diventare intollerabile.

In questo contesto l’Europa sta compiendo una trasformazione sostanziale. Nel 2025 gli Stati membri dell’UE hanno speso circa 418 miliardi per la difesa. Nel 2026 saranno quasi a 454 miliardi. Un aumento di quasi il 75% rispetto al 2021. E’ la Germania a trainare la spesa militare, con circa 114 miliardi nel 2025.

Sebbene il riarmo europeo non nasca dalla crisi iraniana, essendo principalmente legato ai rapporti con la Russia, soprattutto dopo lo scatenarsi della guerra all’ Ucraina e all’incertezza sul futuro dell’impegno americano, ci si chiede dove tiri il vento.

L’Iran però potrebbe giocare una partita diversa. Il fattore “Jimmy Carter” e la corsa contro il tempo

Teheran ha sempre ritenuto di poter sostenere il conflitto abbastanza a lungo da danneggiare politicamente Trump. Un alto funzionario dell’amministrazione aveva sintetizzato la valutazione con una frase: “They know they can Carter him.”

La frase sibillina fa riferimento alla crisi degli ostaggi del 1979, quando degli studenti iraniani fecero irruzione nell’Ambasciata americana e presero 52 ostaggi. Un episodio che giocò un ruolo importante nel pregiudicare la presidenza di Jimmy Carter al quale fallì il tentativo di liberare gli ostaggi con una operazione militare fulminea.

Con le elezioni di mid-term che si avvicinano, la strategia iraniana potrebbe essere quella di far pagare caramente il costo politico di questa guerra profondamente impopolare a Donald Trump, così come allora fecero con Carter, poi sconfitto da Reagan.

La bilancia dei costi

Interessante è seguire l’analisi anche dei giornali ed esperti cinesi e turchi: per l’Iran colpire obiettivi americani in Europa porterebbe il vantaggio di dimostrare che la guerra non può essere confinata al solo Medio Oriente. Avrebbe però il costo enorme di trasformare un conflitto principalmente americano- israeliano- iraniano in una questione direttamente europea e Nato.

Per il momento non ci sono elementi sufficienti per sostenere che l’Iran stia per lanciare attacchi su basi americane in territori europei, però è sempre più concreta l’ipotesi che il territorio europeo possa eventualmente entrare nel calcolo strategico della guerra. Se Washington riprenderà la guerra, fino a dove sarà disposto ad arrivare l’Iran per aumentare il prezzo di quella decisione?

La guerra non deve necessariamente arrivare in Europa perché l’Unione ne diventi una delle variabili decisive

Già oggi l’Europa paga il costo altissimo del conflitto scatenato da Israele e dagli Stati Uniti, ma a differenza di quanto avviene sul fronte orientale europeo dell’Ucraina, i paesi del Vecchio Continente si sono tenuti ostentatamente fuori del conflitto lasciando a Trump e a Netanyahu la responsabilità ed il peso del conflitto. La possibilità che potesse esserci il diretto coinvolgimento europeo in una Terza Guerra del Golfo è stata categoricamente esclusa e, soprattutto, dimostrata da tutte le difficoltà e riserve da parte degli europei che hanno accompagnato il conflitto nel corso del quale, almeno ufficialmente, gli americani non hanno potuto utilizzare basi Nato presenti in Europa ed affidarsi esclusivamente a quelle direttamente da loro gestite.

E’ un punto che non è sfuggito a Teheran che fino ad oggi, salvo alcuni bombardamenti su Cipro – particolarmente vicina ad Israele , e comunque pare con lanci partiti dalle postazioni di Hamas in Libano – non ha messo in atto alcun esplicito gesto di guerra nei confronti dell’Europa.

Si tratta, però, di vedere l’evolversi del conflitto in armi, ammesso che Donald Trump, lo scateni nuovamente per davvero a tutto campo. Abbiamo visto come egli minacci quello economico in un modo mai visto in precedenza paragonandolo al ” D- Day” del 1944 in Normandia. Ma questo, in realtà, è in corso ed attivo dal 1979 senza che la cosa abbia smosso più di tanto il regime di Teheran.

Edoardo Matteo Infante