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L’emergenza informazione – di Giancarlo Infante

Quando la politica si impadronisce dei fatti: il caso Lavitola e l’emergenza informazione

In Italia ogni fatto, ogni vicenda, ogni episodio che dovrebbe essere analizzato con rigore finisce quasi sempre per diventare “materiale politico”, un’occasione di scontro, di vendetta, di regolamento di conti. Il caso Lavitola è emblematico: invece di interrogarsi seriamente sulle dinamiche che hanno portato a un attentato contro Sigfrido Ranucci, si è preferito distorcere l’obiettivo per colpire una trasmissione scomoda come Report.

È la conferma che nel nostro Paese esiste una vera e propria emergenza informazione, riconosciuta anche a livello internazionale: l’Italia è entrata stabilmente nella lista dei paesi dove la libertà di stampa è più a rischio. Condizionata com’è dal potere politico e dagli interessi economici a cui troppo spesso l’informazione si mette al rimorchio, invece che alla guida.

La Rai, terreno di conquista

Della Rai abbiamo parlato molte volte (CLICCA QUI). Anche il caso Lavitola-Ranucci dimostra ancora una volta quanto sia urgente mettere il Servizio pubblico al riparo dalle maggioranze parlamentari e dai governi di turno. Non è un problema solo della destra: anche la sinistra, quando ha potuto, ha governato la Rai con gli stessi metodi, pur scegliendo talvolta figure meno mediocri e che cercavano di mantenere, almeno, un simulacro di pluralismo. Ma il meccanismo è identico: chi vince le elezioni si prende la Rai. E questo, in un Paese democratico, è semplicemente insostenibile.

La carta stampata: sempre meno letta, sempre più dipendente

La crisi dell’informazione non riguarda solo la Concessionaria del Servizio pubblico. La carta stampata vive una crisi profonda: meno lettori, meno ricavi, più dipendenza da aiuti pubblici e da una mole enorme di pubblicità pilotata, spesso indirizzata secondo convenienze politiche o economiche.

I contributi diretti all’editoria — tra 50 e 65 milioni l’anno — vanno a circa 150 testate, quasi tutte piccole, cooperative o minoranze linguistiche. Ma tra i beneficiari compaiono anche giornali che cooperative non sono, o lo sono solo sulla carta. È il caso di testate come Libero, Il Foglio, ItaliaOggi, che ricevono milioni pur essendo controllate da editori potenti e con agganci politici fortissimi.

E proprio i giornali del gruppo Angelucci — parlamentare tra i più assenteisti, editore di testate schierate stabilmente con l’estrema destra — sono tra i più accaniti contro Ranucci e Report. Un cortocircuito evidente: giornali che ricevono soldi pubblici usati per colpire chi fa giornalismo investigativo sul potere.

La vera ricchezza: i contributi indiretti

Molto più ingenti dei contributi diretti sono i finanziamenti indiretti, che alimentano soprattutto i grandi gruppi editoriali:

  • Pubblicità obbligatoria della PA: almeno il 50% deve andare ai giornali (circa 25 milioni l’anno).
  • IVA agevolata al 4%, un beneficio fiscale enorme.
  • Crediti d’imposta per carta, innovazione tecnologica, investimenti pubblicitari.
  • Sostegno alla distribuzione nei piccoli comuni.

Secondo AGCOM, il totale reale dei trasferimenti pubblici all’editoria — diretti e indiretti — arriva così a 120–150 milioni l’anno.

Un sistema che nasceva per sostenere cooperative di giornalisti, testate locali, minoranze linguistiche, giornali indipendenti è diventato un meccanismo che non garantisce indipendenza, non premia la qualità, non protegge il giornalismo, non impedisce interferenze politiche, non evita distorsioni economiche.

La responsabilità politica: non solo della destra

Lo abbiamo già detto: responsabilità non solo della destra. La sinistra, quando ha governato, non ha mai varato una vera riforma dell’editoria capace di tutelare davvero l’autonomia dei giornali e dei giornalisti. Ha lasciato tutto com’era, limitandosi a gestire il sistema esistente.

Conclusione: un’emergenza democratica

Il caso Lavitola-Ranucci non è un episodio isolato: è il sintomo di un sistema informativo fragile, permeabile, manipolabile. Un sistema dove la politica si impadronisce dei fatti, li piega, li usa come armi. Un sistema dove l’informazione non è più un contropotere, ma terreno di conquista.

Finché non si affronterà seriamente la questione — riformando la Rai, riscrivendo la legge sull’Editoria, garantendo trasparenza sulla pubblicità pubblica — l’Italia resterà un Paese dove la libertà di stampa è a rischio. E dove ogni fatto, ogni inchiesta, ogni verità può diventare solamente un’occasione di vendetta.

Ma se la destra continua ad occuparsi solamente di come mettersi al riparo da inchieste scomode, non sentiamo nell’altro campo alcunché che sia in grado di farci ritenere che questa emergenza è riconosciuta e che merita di far parte di un serio programma per la prossima legislatura.

Giancarlo Infante