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Erdoğan alla guida del fronte contro Israele – di Giancarlo Infante

La giornata di ieri ha segnato un nuovo, clamoroso livello nello scontro ormai aperto tra Ankara e il governo di Benjamin Netanyahu. Una vera e propria sequenza di “cannonate” politiche, scambiate a distanza, che confermano come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan stia assumendo un ruolo sempre più centrale nel fronte anti‑israeliano che si sta consolidando nel mondo arabo e musulmano.

Dalla capitale turca è infatti arrivata la notizia dell’emissione di un mandato di cattura internazionale contro Benjamin Netanyahu e altri 35 alti funzionari israeliani, accusati di crimini contro l’umanità in relazione al fermo, alle violenze e alla detenzione degli attivisti della Flotilla del maggio scorso, sequestrati e trasferiti nel carcere di Ktziot dopo l’intercettazione delle imbarcazioni. Il mandato è stato spiccato dalle autorità turche su richiesta del tribunale che, dallo scorso luglio, sta esaminando il comportamento delle forze israeliane nei confronti della Flotilla e dei circa 430 attivisti internazionali coinvolti.

La risposta di Netanyahu è stata immediata: ha definito Erdoğan un “dittatore antisemita”, allargando un nuovo fronte verbale che si aggiunge alle tensioni giudiziarie già in corso. E non va dimenticato che questo mandato turco si somma a quello emesso dalla Corte Penale Internazionale per le atrocità commesse a Gaza: ma la novità è che l’ordine di cattura turco potrebbe avere effetti più insidiosi, perché Ankara può far valere il diritto internazionale in tutto il mondo, anche da parte dei paesi che non riconoscono la CPI, come gli Stati Uniti, qualora Netanyahu vi si dovesse recare in visita.

Uno scontro che viene da lontano

Il durissimo scambio di dichiarazioni di ieri non è un episodio isolato. Si inserisce in un lungo deterioramento dei rapporti tra Turchia e Israele, dopo anni di cooperazione economica, militare e diplomatica che avevano reso i due paesi partner strategici nel Mediterraneo orientale.

Oggi quella fase è finita. Erdoğan sta progressivamente assumendo la funzione di leader politico e simbolico di un fronte anti‑israeliano che coinvolge un numero crescente di stati arabi e musulmani. E lo fa stando più che mai restando a cavallo della Nato – assicurando all’Alleanza atlantica il secondo esercito più potente –  e dell’inedito e recente  Accordo della Mecca, un patto di mutua difesa e sostegno siglato con Arabia Saudita e Pakistan, al quale potrebbero aggiungersi Egitto e Siria. Non è un caso che il ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan Al‑Shaibani, abbia definito proprio ieri la Turchia un “partner fondamentale” nella ricostruzione della Siria durante la sua visita ufficiale in Pakistan. E tutto questo avviene mentre il recente bombardamento israeliano su una base siriana nei pressi di Aleppo — dove, secondo il governo di Netanyahu, stavano per insediarsi truppe turche — ha ulteriormente aggravato lo scontro tra Israele, Turchia e Siria.

Il Medio Oriente senza guida americana

La situazione attuale è anche la conseguenza della perdita di leadership diplomatica degli Stati Uniti che, con la politica di Donald Trump, hanno abbandonato la tradizionale funzione di equilibrio mantenuta per oltre 80 anni. Israele, con le sue mire espansive e gli interventi continui negli altri paesi della regione, sta generando una pressione insostenibile su molti governi della regione, già messi alla prova dalla tragedia di Gaza e dalla politica di annessione della Cisgiordania. La troppo smaccata politica genocidaria a danno dei palestinesi e l’ennesima invasione del sud del Libano, con l’ulteriore carico di uccisione  di civili, le distruzione di abitazioni e il trasferimento forzato di abitanti di ampie zone, che siano sunniti, sciti o cristiani non conta, hanno creato una situazione insostenibile persino per l’Arabia Saudita e prt quei paesi arabi o musulmani per decenni rimasti sostanzialmente indifferenti alla piega che prendeva la questione palestinese.

In questo vuoto di leadership, Erdoğan si muove con abilità, continuando comunque ad ospitare gli esponenti di Hamas, i quali, del resto, sono parte della Fratellanza musulmana cui è vicino anche il Presidente turco. Egli ha aperto canali di collaborazione con Pakistan, Qatar e Arabia Saudita, paesi sunniti che fino a poco tempo fa erano distanti da Ankara; ha riallacciato rapporti con il fronte sciita dell’Iran; ha recuperato interlocuzioni con attori considerati avversari storici della Turchia, come i curdi, delusi dalle promesse non mantenute da Washington dopo la guerra all’ISIS.

Il fronte anti‑Israele si sta dunque rafforzando, almeno a livello diplomatico. Ne è prova la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Pakistan, Egitto, Turchia, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che hanno condannato la continua espansione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, definendo il progetto E1 di Gerusalemme Est una “pericolosa escalation” che minaccia la continuità territoriale palestinese e la fattibilità di uno Stato indipendente.

La dichiarazione denuncia anche le violenze dei coloni israeliani contro i palestinesi, sostenendo che tali atti avvengono con il sostegno delle autorità israeliane e violano il diritto internazionale e le risoluzioni ONU.

Un fronte che potrebbe durare?

Il mondo arabo ci ha abituato, nel corso del secolo scorso, a vedere nascere alleanze e fronti che poi si sono dissolti rapidamente. La domanda di oggi è se questa volta, complici la assenza di una guida diplomatica americana e le mire espansionistiche israeliane, non si stia formando qualcosa di diverso: un fronte anti‑israeliano più stabile, più ampio, più strutturato.

Ovviamente, ci si augura che dalle parole non si passi ai fatti. Ma la giornata di ieri — tra mandati di cattura, accuse incrociate e bombardamenti — mostra che il Medio Oriente sta entrando in una fase nuova, più instabile e più imprevedibile.

Giancarlo Infante