La morte di Abderrahim Fakir a Bologna riapre il dibattito su immigrazione, polizia e presunzione di innocenza – di Edoardo Matteo Infante
Ha fatto scalpore anche all’estero la morte di Abderrahim Fakir, il quarantenne originario del Marocco deceduto lunedì 19 luglio nel rione Pilastro di Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine.
Le immagini riprese da un vicino negli ultimi momenti della sua vita hanno rapidamente alimentato un acceso dibattito pubblico non solo in Italia, ma anche oltre i confini nazionali.
Il sindaco di Bologna ha chiesto una manifestazione per ricordare Fakir e per aprire una discussione sulle circostanze della sua morte. Nei giorni successivi, lo scontro politico si è diviso tra chi ha chiesto piena trasparenza e responsabilità nell’operato delle forze dell’ordine e chi invece ha difeso l’intervento della polizia.
Un dibattito seguito anche all’estero, ripreso da emittenti internazionali come la BBC nel Regno Unito, Al Jazeera English e numerosi quotidiani francesi.
Uno dei temi centrali intorno a cui si è sviluppata la discussione è stato quello dell’immigrazione. In particolare, molti osservatori si sono concentrati sul fatto che, durante la chiamata alle forze dell’ordine, la persona che ha richiesto l’intervento avrebbe definito Fakir come “extracomunitario”.
Secondo l’avvocato della famiglia, Fakir stava vivendo un periodo particolarmente difficile, caratterizzato anche dalla paura di poter essere deportato in un clima politico e retorico che percepiva come ostile nei confronti degli immigrati. Tra giugno e luglio avrebbe inoltre richiesto aiuto psicologico.
Secondo alcuni testimoni, il giorno della sua morte Fakir si trovava in uno stato di forte crisi e aveva iniziato a urlare e colpire alcune porte, portando alla chiamata alle forze dell’ordine. Le immagini diffuse online mostrano l’uomo immobilizzato a terra dagli agenti per diversi minuti prima di perdere conoscenza e morire.
Il caso è stato paragonato da Al Jazeera alla morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso durante un intervento della polizia statunitense sei anni fa, un episodio che aveva dato origine a una lunga stagione di proteste negli Stati Uniti e che aveva avuto ripercussioni anche in Europa, arrivando fino alla Francia.
Anche in Francia la vicenda di Bologna è stata ripresa da quasi tutti i principali quotidiani.
Il caso ha trovato particolare risonanza in un Paese che negli ultimi anni ha affrontato un acceso dibattito sul rapporto tra forze dell’ordine e comunità di origine immigrata. Nel 2023, infatti, la Francia aveva vissuto una delle più grandi ondate di proteste degli ultimi anni dopo la morte di Nahel Merzouk, un diciassettenne di origine maghrebina ucciso da un agente durante un controllo stradale a Nanterre.
Il 27 giugno 2023 Nahel Merzouk fu fermato dalla polizia mentre era alla guida di un veicolo. Secondo la versione dell’agente Florian M., il ragazzo non avrebbe rispettato gli ordini di fermarsi e il poliziotto avrebbe sparato ritenendo di trovarsi in una situazione di pericolo.
I giudici incaricati delle indagini respinsero inizialmente l’argomento della legittima difesa, ritenendo che non fossero presenti le condizioni necessarie: il pericolo non sarebbe stato sufficientemente immediato e l’uso della forza letale non sarebbe risultato necessario o proporzionato nelle circostanze.
Successivamente alcune decisioni processuali modificarono la qualificazione giuridica del caso, ma non stabilirono che l’intervento fosse stato automaticamente giustificato. La questione della responsabilità penale dell’agente resta ancora materia di valutazione giudiziaria.
La morte di Fakir e quella di Merzouk presentano circostanze diverse, ma alcuni paralleli sono stati evidenziati.
Il primo riguarda il contesto sociale e politico: entrambi i casi hanno coinvolto persone di origine immigrata in Paesi dove negli ultimi anni è cresciuta una retorica sempre più dura sul tema dell’immigrazione. È anche per questo motivo che diversi media hanno letto queste vicende principalmente attraverso la lente del rapporto tra minoranze, immigrazione e forze dell’ordine.
Ma il tema che emerge va oltre la sola origine delle vittime. Al di là delle differenze tra i due casi, entrambi aprono una discussione più ampia sul rapporto tra cittadino e Stato nel momento in cui quest’ultimo esercita il proprio potere coercitivo.
La questione non riguarda soltanto chi viene fermato, controllato o sottoposto all’azione delle forze dell’ordine, ma anche quali garanzie, limiti e meccanismi di controllo debbano accompagnare il potere pubblico quando entra in contatto con i diritti individuali.
È su questo terreno che il dibattito francese sulla presunzione di legittima difesa per le forze dell’ordine assume un significato più ampio: non soltanto una discussione sulla tutela degli agenti, ma sul delicato equilibrio costituzionale tra autonomia delle istituzioni e responsabilità nei confronti della società.
Il secondo elemento riguarda il tema della presunzione di innocenza degli agenti di polizia. In Italia il dibattito si è sviluppato soprattutto sul piano politico e mediatico; in Francia è diventato anche un tema di riforma legislativa.
Recentemente, infatti, l’Assemblée nationale francese ha approvato una proposta di legge sulla cosiddetta presunzione di legittima difesa per le forze dell’ordine.
Attualmente la Francia prevede già regole specifiche sull’utilizzo delle armi da parte della polizia. L’articolo L435-1 del Codice della sicurezza interna stabilisce che gli agenti possono usare le armi solo in situazioni di “assoluta necessità” e nel rispetto della “stretta proporzionalità”, ad esempio in presenza di una minaccia immediata alla vita o di determinate situazioni di grave pericolo.
I sostenitori della riforma sostengono che questa modifica offrirebbe maggiore protezione giuridica agli agenti. I critici, invece, temono che possa alterare l’equilibrio delle indagini, rendendo più difficile valutare in modo neutrale l’operato delle forze dell’ordine.
Il testo dovrà ora essere esaminato dal Senato. Se entrambe le camere raggiungeranno un accordo, seguiranno la promulgazione del Presidente della Repubblica e la pubblicazione ufficiale prima dell’entrata in vigore. In caso contrario, saranno possibili ulteriori letture parlamentari o una commissione incaricata di trovare un compromesso.
Il dibattito francese, quindi, non riguarda soltanto il livello di protezione giuridica garantito agli agenti, ma una questione più ampia: il ruolo degli apparati di sicurezza all’interno di una democrazia.
Ogni istituzione pubblica necessita di un certo grado di autonomia per poter funzionare. La polizia, in particolare, deve poter esercitare poteri eccezionali senza essere paralizzata dal timore di conseguenze giudiziarie ogni volta che interviene. Allo stesso tempo, proprio perché dispone del monopolio della forza, rimane soggetta a un principio fondamentale delle democrazie liberali: il potere deve essere esercitato sotto controllo e poter essere contestato.
è qui che nasce il dibattito attuale
Secondo i critici di queste riforme, il rischio non è semplicemente un aumento dei poteri dello Stato, ma una trasformazione simbolica del ruolo degli apparati di sicurezza: da strumenti della società per proteggere i cittadini a istituzioni che sembrano dover essere protette e rafforzate in quanto tali.
La questione diventa quindi quella del confine tra autonomia istituzionale e distanza dalla società. Quanto più un apparato viene considerato indispensabile alla sicurezza collettiva, tanto più diventa centrale il problema di mantenere aperti i meccanismi di controllo che ne garantiscono la legittimità.
Ed è proprio qui che emerge un altro parallelo interessante tra Italia e Francia, che forse aiuta a spiegare l’attenzione dei media francesi verso la vicenda di Bologna.
Recentemente il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha annunciato una riforma che modifica il modo in cui viene valutata la responsabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni che commettono reati, un tema che avevamo già approfondito in precedenza.
Anche in questo caso il dibattito riguarda il rapporto tra responsabilità individuale e ruolo dello Stato nel garantire sicurezza. La riforma italiana, così come quella francese, si inserisce in una tendenza più ampia: la ricerca di nuovi strumenti attraverso cui le istituzioni cercano di rispondere a una crescente domanda di ordine e protezione.
Tuttavia, mentre in Francia il confronto riguarda soprattutto la tutela giuridica degli agenti nell’uso della forza, in Italia il dibattito si concentra maggiormente sulla responsabilità penale dei giovani e sulla funzione della pena.
In entrambi i casi, il punto centrale non è soltanto quale sia il livello corretto di sicurezza da garantire, ma quale equilibrio debba esistere tra la capacità dello Stato di intervenire e i limiti posti al suo potere.
Quando un’istituzione creata per proteggere la società acquisisce una propria logica di conservazione, come si mantiene l’equilibrio tra autonomia e responsabilità?
Edoardo Matteo Infante