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La generazione che non vuole più aspettare (2) – di Edoardo Almagià

Quella che segue è la seconda parte dell’articolo pubblicato ieri (CLICCA QUI)

 La crisi della rappresentanza: quando destra e sinistra smettono di parlare ai giovani:la difficoltà della politica europea non riguarda esclusivamente i governi conservatori o le forze della destra nazionalista. Interessa, in forme diverse, anche una parte della sinistra, che storicamente aveva costruito la propria identità sulla difesa del lavoro, dell’istruzione pubblica, della mobilità sociale e dei diritti collettivi.

È proprio questa trasversalità a rendere il fenomeno più importante di una normale alternanza elettorale.

La destra tende spesso a interpretare le proteste attraverso il prisma dell’ordine, della sicurezza e della responsabilità individuale. Una parte della sinistra, invece, rischia di leggerle esclusivamente attraverso categorie tradizionali, riconducendole alla disuguaglianza economica senza comprendere fino in fondo la trasformazione culturale e generazionale che le accompagna.

Entrambe possono perdere di vista un elemento essenziale: i giovani non costituiscono soltanto una categoria sociale da assistere o un segmento elettorale da conquistare. Sono cittadini che chiedono di partecipare alla definizione delle priorità collettive.

La distanza fra rappresentanza politica ed esperienza quotidiana è uno dei problemi più seri delle democrazie contemporanee. I partiti tradizionali sono spesso organizzazioni gerarchiche, costruite attorno a gruppi dirigenti che hanno acquisito esperienza all’interno delle istituzioni e che tendono a riprodurre i linguaggi, i tempi e le logiche del sistema. La società, invece, cambia più rapidamente, soprattutto nei suoi comportamenti culturali e nelle sue forme di comunicazione.

Un movimento può nascere in pochi giorni, coordinarsi attraverso piattaforme digitali, raccogliere migliaia di partecipanti e costringere un governo a reagire prima che i partiti abbiano compreso la natura del fenomeno. Ma la velocità della mobilitazione non trova necessariamente un corrispettivo nella capacità delle istituzioni di rispondere.

Si crea così una frattura fra una società che comunica in tempo reale e una politica che spesso reagisce con categorie elaborate in un’altra epoca.

La questione non è che i giovani siano sempre più lucidi o moralmente superiori agli adulti. Anche le nuove generazioni possono essere attraversate da contraddizioni, semplificazioni e forme di radicalizzazione. La differenza è che oggi molti di loro vivono una condizione nella quale le promesse di autonomia sono più facilmente accessibili sul piano simbolico che su quello materiale.

Viene detto loro che possono diventare ciò che desiderano, studiare ovunque, inventare professioni nuove, creare imprese e partecipare a una società aperta. Ma quando cercano di tradurre queste possibilità in una vita concreta, scoprono ostacoli che non dipendono soltanto dalle loro capacità individuali.

È questa contraddizione che la politica deve imparare a riconoscere. Un partito che si limiti a promettere più controlli e repressione, senza spiegare come intenda affrontare il costo della vita, la precarietà e le disuguaglianze educative, può forse raccogliere consenso in una fase di paura. Ma difficilmente riuscirà a ricostruire un rapporto durevole con una generazione che percepisce la propria autonomia come sistematicamente rinviata.

Allo stesso modo, una forza progressista che si limiti a denunciare l’autoritarismo senza offrire risposte credibili alle difficoltà materiali rischia di difendere valori giusti attraverso un linguaggio incapace di convincere chi si sente escluso.

La politica deve tornare a essere il luogo nel quale le esperienze individuali diventano progetti collettivi. Se rinuncia a questa funzione, lascia che la protesta si trasformi in risentimento e che il risentimento venga raccolto da chi promette soluzioni semplici, identifica nemici riconoscibili e presenta la propria leadership come l’unica alternativa possibile.

È proprio questo spazio che le forze populiste, di destra e talvolta di sinistra, possono sfruttare: il vuoto lasciato da una rappresentanza che non riesce più a tradurre i bisogni sociali in decisioni credibili.

Una generazione senza futuro o una società che ha smesso di immaginarlo?:fra le questioni più inquietanti sollevate dalle proteste vi è quella del tempo.

Le democrazie hanno bisogno di una promessa intergenerazionale: l’idea che ogni generazione possa ricevere dalla precedente un patrimonio di conoscenze, istituzioni e opportunità e contribuire a migliorarlo per chi verrà dopo.

Questa promessa non è mai stata mantenuta integralmente. Il passato europeo è attraversato da povertà, esclusioni, discriminazioni e disuguaglianze profonde. Sarebbe quindi sbagliato idealizzare le condizioni di vita dei genitori o dei nonni, come se tutte le generazioni precedenti avessero goduto di una sicurezza che oggi sarebbe scomparsa.

Ma qualcosa è cambiato nel modo in cui il futuro viene percepito.

Per una parte dei giovani, il domani non appare più necessariamente come un orizzonte di miglioramento. È piuttosto un territorio incerto, nel quale si sommano il cambiamento climatico, le tensioni internazionali, l’instabilità economica, la trasformazione tecnologica e la difficoltà di raggiungere una sicurezza materiale.

Questa percezione è particolarmente importante perché la fiducia nel futuro è una risorsa sociale. Consente di investire nella formazione, avviare un’attività, costruire relazioni durature, mettere al mondo figli, assumersi responsabilità e partecipare alla vita collettiva. Quando diminuisce, le scelte individuali tendono a diventare più difensive: si cerca di ridurre il rischio, si rinviano i progetti, si privilegia la sopravvivenza immediata.

Il risultato non è necessariamente una rivolta. Può essere anche il disimpegno, il ritiro dalla partecipazione politica, la rinuncia a costruire legami con le istituzioni o la decisione di lasciare il proprio paese.

Da questo punto di vista, le piazze sono soltanto una delle possibili manifestazioni della crisi. Sono la forma più visibile, ma non necessariamente quella più diffusa o meno pericolosa.

Per ogni giovane che protesta, possono essercene altri che non partecipano, che non si riconoscono in nessun movimento o che hanno semplicemente smesso di credere che la politica possa cambiare le loro condizioni. La protesta, pertanto, non va considerata una rappresentazione statistica dell’intera Generazione Z. È un segnale che rende visibile un problema più ampio, senza esaurirlo.

Qui si inserisce anche la questione demografica. Le società europee invecchiano, mentre la partecipazione elettorale degli anziani è spesso superiore a quella dei più giovani. Questo squilibrio può influenzare le priorità dei governi, perché le decisioni politiche tendono inevitabilmente a rispondere anche al peso elettorale dei diversi gruppi sociali.

Le pensioni, la sanità e l’assistenza agli anziani sono diritti e responsabilità fondamentali, non privilegi da mettere in discussione in nome di una guerra fra generazioni. Il problema nasce quando la distribuzione delle risorse pubbliche non riesce a garantire un equilibrio sostenibile fra la protezione di chi ha già lavorato e l’investimento in chi dovrà lavorare domani.

Una società che difende giustamente le pensioni ma trascura le scuole, che protegge i patrimoni esistenti ma non affronta l’emergenza abitativa, rischia di trasferire ai giovani una parte crescente dei costi del proprio equilibrio sociale.

Non è una colpa individuale degli anziani, né una ragione per contrapporre padri e figli. È una questione di responsabilità collettiva e di capacità di pianificazione.

La giustizia fra generazioni non consiste nel sottrarre diritti a chi è più anziano, ma nell’impedire che il benessere presente venga finanziato attraverso la progressiva riduzione delle opportunità future.

Una democrazia che non riesce a comporre questa tensione rischia di alimentare una competizione distributiva nella quale ogni gruppo sociale si sente minacciato e cerca di difendere ciò che possiede. Ed è precisamente in queste condizioni che la solidarietà collettiva si indebolisce.

Dalla piazza alla democrazia ed il rischio di una protesta senza rappresentanza: esiste, tuttavia, un problema che riguarda anche i movimenti giovanili.

La protesta è indispensabile quando le istituzioni ignorano una domanda sociale, ma non può sostituire indefinitamente le istituzioni. La capacità di mobilitare persone non coincide automaticamente con la capacità di governare; la denuncia di un’ingiustizia non produce da sola una soluzione praticabile; la spontaneità, che rappresenta spesso la forza iniziale dei movimenti, può diventare un limite quando occorre assumere decisioni, negoziare compromessi e distribuire responsabilità.

Il caso serbo è particolarmente istruttivo proprio perché mostra quanto sia difficile passare dalla contestazione alla costruzione di un’alternativa politica. Il movimento studentesco ha acquisito una forza significativa intorno alla denuncia della corruzione e alla richiesta di responsabilità istituzionale. Ma una mobilitazione che mette in discussione un sistema di potere deve affrontare, prima o poi, il problema di come organizzare il cambiamento senza riprodurre le pratiche che intende superare.

Chi sceglie i rappresentanti? Come vengono definite le priorità? Come si risolvono i conflitti interni? Quale rapporto deve esistere fra movimento e partiti? E come si impedisce che le figure più carismatiche finiscano per monopolizzare una protesta nata proprio contro la concentrazione del potere?

Sono domande difficili, ma inevitabili. La storia insegna che una rivoluzione può rovesciare un governo senza trasformare profondamente le strutture sociali che lo sostenevano. Può sostituire una classe dirigente con un’altra, modificare i simboli del potere e conservare, tuttavia, parte delle vecchie logiche di esclusione.

La qualità di un movimento democratico si misura anche dalla sua capacità di riconoscere i propri limiti, accettare il pluralismo e costruire forme di rappresentanza responsabili.

Per questo sarebbe sbagliato chiedere ai giovani soltanto di protestare, come se la loro funzione fosse quella di produrre periodicamente un segnale di allarme. Ma sarebbe altrettanto sbagliato attribuire loro automaticamente la capacità di risolvere problemi che le istituzioni, i partiti e le amministrazioni non sono riusciti ad affrontare.

La responsabilità deve essere condivisa. I movimenti possono contribuire a definire nuove priorità, portare all’attenzione pubblica esperienze ignorate e sperimentare forme di partecipazione più aperte. I partiti devono saper tradurre queste domande in proposte legislative, programmi e decisioni verificabili. Le istituzioni devono garantire che la partecipazione non si riduca a una consultazione simbolica, ma possa influire sulle scelte pubbliche.

Se questo passaggio non avviene, la protesta rischia di consumarsi nella propria stessa energia. Le piazze si svuotano, i partecipanti tornano alle proprie vite e la delusione può diventare ancora più profonda di quella che aveva preceduto la mobilitazione. Oppure possono saltare gli argini.

La democrazia, in fondo, non consiste nel mantenere permanentemente la società in uno stato di rivolta. Consiste nel creare le condizioni affinché la rivolta non sia l’unico strumento attraverso il quale i cittadini possono sperare di essere ascoltati.

Che cosa dovrebbe fare una classe dirigente all’altezza del proprio tempo:se l’analisi fin qui proposta è corretta, la risposta alla protesta non può esaurirsi in un nuovo decreto sulla sicurezza o in una generica promessa di ascolto. Deve tradursi in un cambiamento delle priorità, delle modalità di partecipazione e del rapporto fra istituzioni e cittadini.

La prima necessità riguarda la casa. Occorre riconoscere che l’accesso a un’abitazione dignitosa è diventato, in molte città europee, un ostacolo all’autonomia economica e alla formazione di nuove famiglie. Questo richiede politiche che aumentino l’offerta di alloggi accessibili, recuperino il patrimonio pubblico inutilizzato, contrastino gli abusi e valutino con attenzione gli effetti delle attività speculative e degli affitti turistici sui mercati locali. Non esiste una soluzione identica per ogni città, ma esiste una responsabilità comune: impedire che il luogo in cui si vive diventi un privilegio riservato a chi dispone già di un patrimonio.

La seconda riguarda il lavoro. Non basta creare occupazione in termini numerici, se una parte consistente dei nuovi impieghi non permette di raggiungere un livello sufficiente di autonomia. Servono salari adeguati, formazione continua, percorsi credibili di ingresso nelle professioni e un contrasto più efficace alla precarietà involontaria. L’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale dovrebbero essere utilizzate per migliorare la produttività e ampliare le opportunità, non soltanto per comprimere i costi del lavoro o concentrare ulteriormente i benefici economici.

La terza priorità è l’istruzione. Scuole sicure, edifici adeguati, docenti valorizzati, servizi di orientamento e accesso equo all’università sono investimenti nella capacità futura di una società. Non si tratta soltanto di aumentare la spesa, ma di utilizzarla con efficacia, riducendo le disuguaglianze territoriali e assicurando che la qualità dell’istruzione non dipenda in misura eccessiva dal reddito della famiglia o dal quartiere in cui si nasce.

La quarta riguarda la lotta alla corruzione e il funzionamento delle istituzioni. In particolare nei paesi come l’Italia e l’Albania nei quali il sospetto di favoritismi e clientelismo è più radicato, la trasparenza degli appalti, l’indipendenza della magistratura, la libertà dell’informazione e la chiarezza delle procedure amministrative sono condizioni essenziali per ricostruire fiducia. Non è sufficiente dichiarare che il merito deve prevalere: bisogna creare regole e controlli che rendano più difficile aggirarlo.

Infine, occorre ripensare la partecipazione politica. Le istituzioni dovrebbero sperimentare forme stabili di consultazione dei giovani, assemblee civiche, bilanci partecipativi, rappresentanza studentesca effettiva e strumenti che permettano di seguire pubblicamente l’attuazione delle promesse. La partecipazione non può ridursi a un incontro occasionale fra un ministro e una delegazione di manifestanti, organizzato quando la pressione mediatica è diventata troppo forte per essere ignorata.

Ascoltare significa anche accettare di modificare una decisione quando emergono ragioni fondate per farlo. Se le istituzioni invitano i cittadini a esprimersi, ma non spiegano mai perché le loro proposte vengano accolte o respinte, la partecipazione si trasforma rapidamente in una cerimonia priva di conseguenze.

Queste misure richiedono risorse, capacità amministrativa e scelte politiche difficili. Non possono essere realizzate tutte immediatamente, né possono prescindere dai vincoli di bilancio e dalle differenze fra i paesi. Ma proprio per questo è necessario stabilire priorità verificabili, indicare tempi realistici e rendere conto dei risultati.

Una classe dirigente credibile non è quella che promette di risolvere ogni problema. È quella che riconosce i problemi reali, spiega i vincoli, stabilisce obiettivi e accetta di essere giudicata sulla base dei risultati.

La sicurezza, in questa prospettiva, non scompare. Cambia significato. Non è soltanto protezione dalla violenza nelle strade, ma anche sicurezza economica, abitativa, educativa e istituzionale. Una persona che non teme di perdere improvvisamente il lavoro, che può permettersi una casa e che sa di poter contare su servizi pubblici affidabili dispone di una maggiore capacità di affrontare le incertezze della vita.

Una società più giusta non elimina ogni conflitto, ma riduce alcune delle condizioni che trasformano il conflitto in disperazione.

Evitare che la delusione diventi una nuova frattura democratica: la protesta giovanile ha anche una dimensione propriamente europea. Non perché le istituzioni dell’Unione possano risolvere da sole ogni problema, ma perché molti dei fenomeni che alimentano il malcontento oltrepassano i confini nazionali.

Il costo dell’energia, la trasformazione del mercato del lavoro, la competizione tecnologica, la pressione sui sistemi abitativi, le conseguenze della guerra e la transizione climatica incidono sulle politiche nazionali, ma sono legati a dinamiche internazionali. L’Europa dovrebbe quindi utilizzare la propria capacità di coordinamento per sostenere gli investimenti nell’istruzione, favorire la mobilità senza precarietà, rafforzare gli strumenti per l’edilizia accessibile e impedire che la concorrenza economica si traduca sistematicamente in una riduzione delle tutele.

La questione è anche politica. Se le nuove generazioni percepiscono l’Unione europea soltanto come un insieme di regole, vincoli finanziari e procedure amministrative, difficilmente potranno riconoscervi una comunità capace di migliorare le loro condizioni di vita. Se invece l’Europa riuscirà a rendere visibili i benefici della cooperazione, potrà contrastare l’idea che l’unica forma di protezione possibile sia il ritorno a una sovranità nazionale assoluta.

Questo non significa ignorare le critiche all’integrazione europea. Al contrario, significa prenderle sul serio. Un progetto politico sopravvive non perché le sue intenzioni originarie siano nobili, ma perché riesce a dimostrare la propria utilità nel presente.

L’Europa deve inoltre evitare che la protesta venga strumentalizzata da forze politiche che, pur denunciando problemi reali, offrono risposte fondate sull’esclusione o sull’individuazione di capri espiatori. La frustrazione per la mancanza di opportunità può essere indirizzata verso una riforma delle istituzioni e delle politiche economiche, ma può anche trasformarsi in ostilità verso gli immigrati, le minoranze, i giornalisti o gli oppositori.

La responsabilità della politica democratica consiste proprio nel distinguere le cause reali dai bersagli più facili. Se i salari sono insufficienti, occorre intervenire sulle condizioni del lavoro; se le case sono troppo costose, bisogna affrontare il mercato immobiliare; se la corruzione ostacola il merito, occorre rafforzare i controlli. Attribuire ogni problema a un gruppo sociale identificabile può offrire un sollievo simbolico, ma non costituisce una politica efficace.

La storia europea dovrebbe averci insegnato quanto possa essere pericolosa la trasformazione del disagio sociale in una politica permanente del nemico.

Al tempo stesso, non si può chiedere ai giovani di avere fiducia nelle istituzioni soltanto in nome dei pericoli che deriverebbero dalla loro crisi. La democrazia non si difende esclusivamente ricordando che le alternative possono essere peggiori. Si difende dimostrando di essere capace di correggere le proprie ingiustizie.

Questo è forse il punto più delicato dell’intera questione: il consenso democratico non può essere considerato un patrimonio acquisito per sempre. Deve essere continuamente rinnovato attraverso la qualità delle decisioni, la trasparenza del potere e la possibilità per i cittadini di riconoscersi nella società alla quale appartengono.

Non una generazione contro gli adulti, ma una società chiamata a cambiare:la domanda che attraversa le piazze europee non è soltanto se i governi sapranno riportare l’ordine. È se sapranno comprendere il significato di ciò che è accaduto prima che l’ordine venisse messo in discussione.

La Generazione Z non è un soggetto uniforme, non parla con una sola voce e non possiede automaticamente la soluzione ai problemi che denuncia. Al suo interno convivono orientamenti politici differenti, aspirazioni contraddittorie, forme di partecipazione tradizionali e nuove modalità di mobilitazione. Non tutti i giovani sono in piazza, non tutti condividono le stesse rivendicazioni e non tutte le proteste sono prive di elementi problematici.

Ma sarebbe un errore grave confondere l’eterogeneità dei movimenti con l’assenza di un messaggio comune.

Quel messaggio riguarda la difficoltà di costruire una vita autonoma, la percezione di un futuro meno sicuro, la sfiducia nella capacità delle istituzioni di rispondere ai problemi quotidiani e il desiderio di essere riconosciuti come soggetti politici, non semplicemente come destinatari delle decisioni altrui.

La politica europea si trova così davanti a una scelta che non può essere rinviata indefinitamente. Può considerare queste manifestazioni un’interruzione del normale funzionamento della società, da contenere attraverso la forza pubblica e nuove restrizioni. Oppure può riconoscerle come un segnale della necessità di rivedere priorità, strumenti e modalità della rappresentanza.

La prima strada può offrire un risultato immediato, ma rischia di lasciare intatte le cause della crisi. La seconda è più complessa, perché obbliga a mettere in discussione interessi consolidati, scelte di bilancio e abitudini istituzionali. È però l’unica che possa aspirare a trasformare la protesta in un’occasione di rinnovamento democratico.

Non si tratta di scegliere fra giovani e anziani, fra manifestanti e forze dell’ordine, fra ordine e disordine. Si tratta di ricostruire un patto sociale nel quale la sicurezza non sia separata dalla dignità, il merito dalle opportunità, la crescita economica dalla distribuzione dei suoi benefici e la rappresentanza dalla capacità di ascolto.

Una società democratica non può promettere a tutti il successo, ma deve poter garantire che il fallimento non sia scritto in anticipo nelle condizioni di partenza. Non può eliminare ogni incertezza, ma deve evitare che l’incertezza diventi una condizione permanente per chi lavora, studia e cerca di costruire la propria indipendenza.

Soprattutto, non può chiedere alle nuove generazioni di credere nel futuro se le decisioni del presente sembrano sistematicamente sottrarre loro gli strumenti per costruirlo.

Il rischio più grande, infatti, non è che i giovani protestino troppo. È che, dopo aver protestato senza ottenere risposte, smettano di credere che la partecipazione possa servire a qualcosa. Una generazione che perde fiducia nelle istituzioni può allontanarsene, emigrare, rifugiarsi nell’individualismo oppure diventare disponibile ad accogliere proposte politiche radicali, purché promettano di spezzare un equilibrio percepito come ingiusto.

In quel momento, la crisi non riguarderebbe più soltanto una generazione. Riguarderebbe la capacità della democrazia di riprodurre le condizioni della propria legittimità.

Per questo le piazze di Parigi, Belgrado, Roma, Madrid, Lisbona e Tirana meritano di essere ascoltate anche quando i loro messaggi sono confusi, le loro richieste divergono e alcune loro manifestazioni assumono forme inaccettabili. Ascoltare non significa approvare tutto, né rinunciare all’applicazione della legge. Significa distinguere la responsabilità individuale dalla domanda collettiva, il reato dal dissenso, il disordine visibile dalla crisi che lo ha preceduto.

La politica che comprende questa distinzione può ancora trasformare una stagione di conflitto in una stagione di riforme. Quella che non la comprende rischia di scoprire, troppo tardi, che l’autorità può essere imposta per decreto, ma la fiducia non può essere comandata. A rimetterci: libertà e democrazia.

La Generazione Z, in fondo, pone all’Europa una domanda antica quanto la democrazia stessa: a chi appartiene il futuro?

Non soltanto a chi governa oggi, né a chi possiede già risorse, case e sicurezze. Il futuro appartiene anche a chi dovrà vivere più a lungo con le conseguenze delle decisioni prese nel presente. E una democrazia che non riesce a riconoscere questa responsabilità intergenerazionale rischia di perdere la propria promessa più importante: quella secondo cui ogni cittadino, indipendentemente dalla propria origine, può contribuire a determinare il destino della comunità.

Forse, allora, il vero significato di questa stagione di proteste non è la nascita di una rivoluzione già compiuta, ma l’emergere di una domanda alla quale le classi dirigenti non possono più rispondere con le sole categorie del passato.

Una società non dimostra la propria forza quando riesce a far tacere chi protesta, ma quando sa trasformare le ragioni della protesta in un cambiamento capace di migliorare la vita di tutti.

È questa la prova che attende l’Europa: non soltanto difendere le proprie istituzioni dalla rabbia delle piazze, ma dimostrare che quelle istituzioni sono ancora in grado di meritare la fiducia di chi scende in piazza.

Edoardo Almagià