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La generazione che non vuole più aspettare – di Edoardo Almagià

Le riforme hanno sempre un costo. Ritardarle ne avrà uno ben più altro – C. Sforza

Sbarrate il fiume, avrete l’inondazione. Sbarrate l’avvenire, avrete la rivoluzione – G. Picelli

“Io sono qui per dirvi che la risposta esiste” alle nuove generazioni -Papa Giovanni Paolo II

Premessa: c’è qualcosa di nuovo ed in fase di gestazione nelle società mondiali. Anche se con varianti nazionali lo stesso fenomeno sta emergendo anche in Europa. Serve capire cosa sta avvenendo altrimenti questo malessere diffuso è destinato ad aumentare e quelle democrazie alle quali si chiede di barattare la libertà con la sicurezza possono lasciar pensare di essere in cattiva salute.

Dalle piazze francesi a Belgrado, da Madrid a Lisbona, da Roma a Tirana, una generazione connessa, precaria e inquieta torna a interrogare le democrazie europee. Non è una rivoluzione con un unico programma, né un movimento omogeneo. È qualcosa di forse più profondo: la manifestazione di una frattura fra le promesse delle nostre società e le possibilità concrete offerte a chi dovrebbe ereditarne il futuro.

C’è un momento, nella vita delle società, in cui il malessere smette di essere una somma di inquietudini individuali e diventa un fatto politico. Per mesi, talvolta per anni, la frustrazione si accumula nelle conversazioni private, nelle aule scolastiche, nelle università, nelle case condivise da ragazzi che non possono permettersi un affitto autonomo, nei lavori sottopagati e nelle famiglie che si interrogano su quale futuro possano realmente offrire ai propri figli. Poi, improvvisamente, le persone scendono in piazza. Ciò che sembrava un disagio disperso assume una forma collettiva, acquista un linguaggio, trova simboli comuni e costringe il potere a guardare ciò che fino al giorno precedente preferiva non vedere.

È quanto sembra accadere in queste settimane in diverse parti d’Europa. Dalla Francia alla Serbia, dall’Italia alla Spagna, dal Portogallo all’Albania, le manifestazioni giovanili stanno portando in superficie una costellazione di problemi che, pur assumendo caratteristiche differenti da un paese all’altro, rimandano a una medesima questione fondamentale: la difficoltà crescente di una parte delle nuove generazioni a immaginare un futuro nel quale il lavoro, lo studio, l’impegno e il talento siano sufficienti a costruire una vita dignitosa.

Le cronache di ottobre 2026 raccontano di studenti francesi che protestano contro scuole degradate e carenze di personale, di giovani italiani che denunciano la precarietà del lavoro e l’insufficienza dei servizi pubblici, di manifestanti spagnoli e portoghesi che chiedono case accessibili, di studenti albanesi che contestano la corruzione e l’assenza di opportunità, e di un movimento serbo che ha trasformato la denuncia della corruzione in una sfida politica più ampia. In alcune città, le manifestazioni sono state accompagnate da scontri, arresti e atti di vandalismo; in altre, hanno assunto prevalentemente la forma di presidi, cortei e occupazioni. Le motivazioni non coincidono, ma il filo che le attraversa è riconoscibile: la sensazione di essere esclusi dalle decisioni che riguardano il proprio presente e il proprio avvenire.

Sarebbe sbagliato definire tutto questo una rivoluzione europea già compiuta. Non esiste un’unica organizzazione, un programma comune o una leadership continentale capace di rappresentare l’intera Generazione Z. Sarebbe altrettanto sbagliato, però, liquidare queste mobilitazioni come episodi passeggeri di agitazione studentesca, facilmente contenibili attraverso un rafforzamento delle misure di ordine pubblico.

La questione decisiva non è soltanto quanti giovani protestino, né quanto dureranno le manifestazioni. È capire perché società governate da maggioranze differenti, con storie politiche diverse e livelli di sviluppo economico non paragonabili, stiano assistendo contemporaneamente all’emergere di una protesta che mette in discussione la capacità delle istituzioni di mantenere le proprie promesse.

Quando un fenomeno si manifesta con modalità simili in contesti tanto diversi, non significa necessariamente che esista una regia comune. Significa, piuttosto, che potrebbero esserci condizioni strutturali condivise, capaci di produrre reazioni analoghe. E se la politica non riesce a riconoscere queste condizioni, rischia di scambiare il sintomo per la malattia, il disordine visibile per il problema profondo, la piazza per la causa di una crisi che, in realtà, precede la piazza stessa.

La domanda che l’Europa dovrebbe porsi, dunque, è semplice e insieme inquietante: che cosa sta accadendo a una generazione che dispone di strumenti di comunicazione mai conosciuti prima nella storia, ma che sempre più spesso dichiara di non riuscire a immaginare il proprio domani?

Una generazione connessa, ma non necessariamente ascoltata:la Generazione Z è cresciuta in un mondo radicalmente diverso da quello dei propri genitori. Per i più giovani, Internet non è una tecnologia introdotta successivamente nella vita adulta, ma l’ambiente nel quale si sono formati i rapporti sociali, le identità culturali, le abitudini di apprendimento e le forme della partecipazione pubblica. La distanza geografica si è ridotta, le informazioni circolano in tempo reale e le immagini di una protesta a Belgrado possono raggiungere, in pochi minuti, uno studente di Milano o una ragazza di Lisbona.

Questa connessione produce una conseguenza politica importante: rende immediatamente visibili esperienze che, fino a poco tempo fa, sarebbero rimaste separate. Il giovane portoghese che non riesce a trovare una casa, lo studente francese che frequenta una scuola in condizioni inadeguate e la ragazza italiana e albanese convinta di dover emigrare per costruirsi una carriera possono riconoscere, nelle difficoltà reciproche, una parte della propria esperienza.

Non hanno necessariamente gli stessi interessi, né attribuiscono le responsabilità agli stessi soggetti. Ma possono riconoscere un sentimento comune: l’impressione che il futuro venga discusso e amministrato da altri, mentre a loro sia richiesto soprattutto di adattarsi.

Il paradosso è evidente. Mai una generazione ha avuto a disposizione una quantità così vasta di informazioni sulle opportunità del mondo; mai è stato così facile osservare, confrontare e misurare le condizioni di vita in paesi diversi. Eppure, proprio questa visibilità può rendere più dolorosa la percezione della distanza fra ciò che sarebbe possibile e ciò che appare concretamente accessibile.

Un giovane vede immagini di città dinamiche, università prestigiose, professioni creative, viaggi e stili di vita apparentemente raggiungibili. Poi si confronta con il costo di una stanza, con uno stage malpagato, con un contratto di pochi mesi o con la necessità di dipendere economicamente dalla famiglia ben oltre l’età in cui, nella generazione precedente, molti avevano già iniziato una vita autonoma.

La connessione amplia l’orizzonte delle possibilità, ma rende più evidente la disuguaglianza nell’accesso a quelle possibilità. Altro esempio di ciò, e forse più malefico, un dilagare di campagne pubblicitarie che fanno nascere sogni ed aspirazioni consumistiche irraggiungibili.

È un fenomeno che riguarda anche la dimensione psicologica della politica. Le aspettative non sono più definite soltanto dall’ambiente nel quale si nasce e si cresce: vengono continuamente confrontate con quelle degli altri, spesso attraverso rappresentazioni selettive e idealizzate della realtà. Il confronto permanente può alimentare aspirazioni, curiosità e desiderio di emancipazione, ma anche una sensazione di inadeguatezza e di esclusione.

Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire la protesta ai social network, come se bastasse spegnere uno smartphone per far scomparire il malcontento. Le piattaforme digitali accelerano la circolazione delle informazioni, facilitano l’organizzazione e moltiplicano la visibilità dei movimenti, ma non creano dal nulla il costo insostenibile di un’abitazione, la mancanza di insegnanti, la corruzione amministrativa o l’insufficienza dei salari.

La rete può trasformare una frustrazione individuale in una mobilitazione collettiva; non è necessariamente la causa della frustrazione.

Il dato più interessante è proprio questo: una generazione spesso descritta dagli adulti come distratta, individualista, incapace di concentrazione e distante dalla politica tradizionale sta dimostrando di saper riconoscere interessi comuni, mobilitare energie e contestare decisioni che considera ingiuste.

La sua debolezza, semmai, può trovarsi altrove: nella difficoltà di trasformare una mobilitazione rapida in una struttura durevole, di passare dalla denuncia alla proposta e di costruire strumenti di rappresentanza capaci di sopravvivere al momento dell’indignazione.

Ma questa difficoltà non dovrebbe essere utilizzata per sminuire il significato della protesta. È, piuttosto, una delle sfide che la stessa generazione deve affrontare e che le istituzioni dovrebbero contribuire a rendere possibile.

Il futuro sottratto la casa, il lavoro, l’istruzione e la dignità:se vogliamo comprendere davvero la natura di questa inquietudine, dobbiamo abbandonare per un momento il linguaggio delle emergenze e guardare alle condizioni materiali nelle quali i giovani sono chiamati a costruire la propria esistenza.

La casa è forse il simbolo più evidente di questa frattura. In Spagna e in Portogallo, il costo degli affitti è diventato uno dei principali motivi della mobilitazione. A Madrid, Barcellona, Lisbona, Porto e Milano, la crescita dei prezzi immobiliari, la pressione turistica e la diffusione di forme di investimento che trattano gli alloggi soprattutto come attività finanziarie hanno reso più difficile, soprattutto per chi ha redditi bassi o discontinui, accedere a un’abitazione stabile. Il 27 Ottobre, a Lisbona, migliaia di persone sono tornate a manifestare contro la crisi abitativa e contro gli interventi delle forze dell’ordine nei campi organizzati dagli attivisti per il diritto alla casa.

Non si tratta semplicemente di una questione immobiliare. La casa è il luogo nel quale una persona costruisce la propria autonomia, stabilisce relazioni, progetta una famiglia, decide se restare in una città o trasferirsi altrove. Quando il suo costo diventa sproporzionato rispetto al reddito, non aumenta soltanto una spesa: viene compromessa la possibilità stessa di organizzare il proprio futuro.

Un’intera generazione rischia così di trovarsi di fronte a una contraddizione: le viene chiesto di essere flessibile, mobile, intraprendente e pronta a cogliere le opportunità, ma le vengono spesso negate le condizioni materiali che consentirebbero di esercitare questa autonomia. Si può essere incoraggiati a cambiare città per trovare lavoro, ma non avere le risorse per sostenere il costo di un trasferimento. Si può ottenere una laurea, ma scoprire che il salario iniziale non permette di vivere indipendentemente. Si può lavorare regolarmente e, allo stesso tempo, non riuscire a costruire un patrimonio, risparmiare o immaginare una stabilità duratura.

Il lavoro, del resto, ha perso per molti giovani una parte della sua antica funzione di promessa sociale. Per le generazioni che entrarono nel mercato occupazionale durante il grande ciclo di crescita del dopoguerra, pur con differenze enormi fra paesi e classi sociali, il lavoro stabile rappresentava spesso una via d’accesso alla casa, al risparmio e alla mobilità sociale. Oggi il titolo di studio non garantisce più, da solo, una traiettoria professionale prevedibile; l’ingresso nel mondo del lavoro può essere segnato da contratti temporanei, retribuzioni insufficienti e lunghi periodi di dipendenza economica.

Non tutti i giovani vivono questa condizione, e sarebbe scorretto descrivere un’intera generazione come uniformemente povera o priva di prospettive. Le opportunità differiscono in base al paese, al territorio, alla formazione, alle risorse familiari e alle competenze individuali. Ma proprio questa disuguaglianza costituisce uno dei problemi più seri: il punto di partenza familiare continua a influenzare in misura considerevole la possibilità di trasformare il talento in autonomia.

Il merito, quando non è accompagnato da condizioni ragionevolmente eque, rischia di diventare una parola consolatoria. Si dice ai giovani che devono impegnarsi, studiare, migliorarsi e competere, ma non sempre si garantisce loro un terreno sul quale l’impegno possa produrre risultati proporzionati.

La protesta nasce anche da qui: dalla percezione che il patto fra generazioni si sia incrinato.

L’istruzione rappresenta il terzo elemento fondamentale. In Francia, le manifestazioni di studenti delle scuole superiori hanno richiamato l’attenzione sulle strutture degradate, sulle carenze di personale e sulle difficoltà dei quartieri meno favoriti. In Italia, le contestazioni hanno investito le condizioni degli edifici scolastici, la qualità dei servizi e le priorità della spesa pubblica. Le richieste non si limitano a ottenere risorse aggiuntive: esprimono il bisogno di essere considerati una priorità politica reale, non soltanto una categoria evocata nei discorsi sul futuro.

È difficile non cogliere il significato simbolico di una scuola che cade a pezzi in una società che si definisce avanzata. La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale l’origine sociale perde parte del proprio peso, nel quale il sapere consente di emanciparsi e nel quale il futuro viene preparato attraverso la conoscenza. Se invece diventa il luogo in cui si manifestano le disuguaglianze, la scarsità di risorse e l’abbandono istituzionale, la sua crisi assume una dimensione che va ben oltre l’organizzazione didattica.

Una società che investe poco nella formazione dei giovani rischia di trasmettere loro un messaggio implicito: il futuro è importante, purché non richieda di modificare troppo le priorità del presente.

Ecco perché le proteste non possono essere interpretate soltanto come una reazione alla precarietà economica. In esse si manifesta una domanda di dignità, di riconoscimento e di partecipazione. I giovani non chiedono esclusivamente più risorse: chiedono che la loro esistenza concreta venga considerata nella definizione delle priorità collettive.

Sei paesi, una stessa inquietudine:le somiglianze fra le mobilitazioni europee sono evidenti, ma le differenze nazionali sono altrettanto importanti. Confonderle significherebbe perdere una parte essenziale della loro natura.

In Francia, la protesta si inserisce in una lunga tradizione di conflitto sociale e di mobilitazione studentesca. Dalla rivolta del maggio 1968 ai movimenti contro le riforme del lavoro e delle pensioni, la strada è stata spesso il luogo nel quale la società francese ha cercato di correggere decisioni percepite come imposte dall’alto. La Repubblica francese possiede una forte cultura dello Stato, ma proprio per questo il rapporto fra autorità e cittadini può diventare particolarmente conflittuale quando una parte della popolazione ritiene che le istituzioni abbiano smesso di ascoltarla.

Le proteste odierne, nate anche dalle condizioni delle scuole e poi intrecciatesi con il costo della vita, ripropongono una questione antica: fino a che punto un governo può invocare la propria legittimità istituzionale quando una parte consistente della società contesta il modo in cui vengono distribuiti i sacrifici?

La Serbia presenta una storia differente. Qui il movimento studentesco si è sviluppato soprattutto intorno alla denuncia della corruzione e alla richiesta di responsabilità pubblica. La sua importanza deriva anche dalla capacità di collegare una specifica rivendicazione civile a una più ampia contestazione del sistema politico. In un paese segnato da una complessa transizione post-socialista, da tensioni istituzionali e da un rapporto controverso con l’eredità autoritaria, la protesta degli studenti assume inevitabilmente una dimensione che riguarda la qualità della democrazia e la credibilità dello Stato.

Le manifestazioni serbe mostrano che la corruzione non è soltanto un problema contabile o giudiziario. È una forma di ingiustizia che altera il rapporto fra competenza e successo, fra lavoro e riconoscimento, fra cittadino e istituzione. Quando un giovane ritiene che le opportunità dipendano più dalle conoscenze personali e dalle relazioni con il potere che dalla preparazione, viene meno una delle condizioni fondamentali della fiducia democratica: la convinzione che le regole siano applicate in modo sufficientemente equo.

In Albania, le mobilitazioni hanno assunto un carattere apertamente politico, intrecciando le accuse di corruzione con le difficoltà dell’istruzione, la scarsità di opportunità e il timore che il paese non sappia offrire ai propri giovani un futuro all’altezza delle loro aspirazioni. La domanda che emerge dalle testimonianze degli studenti è particolarmente dura: perché investire le proprie energie in una società nella quale si teme che le relazioni personali contino più del merito e nella quale l’emigrazione sembra spesso l’unica via per costruire una vita autonoma?

Qui la protesta assume anche il significato di una contestazione della fuga dei talenti. Un paese non perde soltanto forza lavoro quando i suoi giovani emigrano: perde energie intellettuali, competenze, capacità imprenditoriali e fiducia nella possibilità di rinnovarsi. La libertà di partire è un diritto, ma quando partire diventa una necessità percepita da chi non riesce a trovare alternative, si trasforma anche in un indicatore della fragilità del patto sociale.

In Italia, la protesta incontra problemi strutturali che si sono accumulati per decenni: la difficoltà di accesso al lavoro stabile, la debolezza dei salari, la distanza economica fra generazioni, le disuguaglianze territoriali, il costo delle abitazioni nelle principali città e la qualità disomogenea dei servizi pubblici. La questione italiana è resa ancora più complessa dalla fragilità demografica e dalla lunga emigrazione di giovani qualificati, che priva il paese di una parte delle competenze necessarie per innovare e competere.

Quando un giovane italiano si domanda se potrà permettersi una casa, se riuscirà a ottenere un lavoro coerente con la propria formazione o se sarà costretto a trasferirsi all’estero, non sta formulando soltanto una valutazione individuale. Sta interrogando la capacità del sistema economico e istituzionale di trasformare la crescita in opportunità condivise.

In Spagna e Portogallo, infine, il diritto alla casa è diventato un terreno di conflitto particolarmente visibile. Le proteste non riguardano soltanto gli studenti o i disoccupati, ma anche lavoratori che percepiscono un reddito e che, nonostante questo, faticano a sostenere il costo dell’abitazione nelle aree in cui si concentrano le opportunità. Il problema rivela una contraddizione delle economie urbane contemporanee: le città possono essere dinamiche, attrarre investimenti e visitatori, aumentare la propria visibilità internazionale e, nello stesso tempo, diventare sempre meno accessibili a chi vi lavora.

Da questa prospettiva, la protesta giovanile non è una rivolta contro il progresso. È una domanda su chi ne riceva i benefici e chi ne sostenga i costi.

Non esiste, dunque, una sola rivoluzione della Generazione Z. Esiste una pluralità di movimenti che, attraverso linguaggi e obiettivi differenti, rende visibile una crisi comune della promessa di mobilità sociale. Ed è proprio questa combinazione di specificità nazionali e inquietudini condivise a rendere il fenomeno politicamente significativo.

La politica che non ascolta e lo Stato che risponde con la forza:di fronte a questo scenario, la reazione di una parte della classe dirigente europea sembra seguire un copione conosciuto: convocazioni dei vertici di sicurezza, rafforzamento dei dispositivi di ordine pubblico, annunci di nuove sanzioni, condanne dei comportamenti violenti e tentativi di ricondurre la protesta entro una cornice prevalentemente repressiva.

È una risposta che contiene una parte di legittimità. Uno Stato democratico ha il dovere di tutelare i cittadini, proteggere chi manifesta pacificamente, impedire aggressioni e saccheggi e garantire che nessuno possa trasformare la propria rabbia in un diritto di danneggiare gli altri. La libertà di manifestazione non autorizza la violenza, così come la contestazione del governo non giustifica l’intimidazione di chi la pensa diversamente.

Ma proprio perché l’ordine pubblico è una responsabilità fondamentale dello Stato, occorre distinguere fra la necessità di contrastare i reati e la pretesa di risolvere attraverso la repressione le condizioni sociali che alimentano il dissenso.

Un governo può disperdere un corteo, arrestare chi ha commesso un reato e ripristinare la circolazione in una strada. Non può, attraverso queste operazioni, rendere più accessibile una casa, migliorare le condizioni di una scuola, aumentare un salario insufficiente o restituire fiducia a un cittadino che ritiene corrotte le istituzioni.

La repressione può contenere una manifestazione. Non può sostituire una politica sociale.

Eppure, in momenti di crisi, la tentazione di confondere le due cose è forte. La sicurezza offre risultati immediatamente visibili: agenti dispiegati, strade liberate, edifici protetti, arresti annunciati. Le riforme sociali, al contrario, richiedono tempo, risorse, negoziazioni e capacità amministrativa. I loro risultati sono meno spettacolari, spesso difficili da attribuire a un singolo governo e talvolta visibili soltanto dopo anni.

La politica mediatizzata tende così a privilegiare ciò che può essere mostrato rispetto a ciò che deve essere costruito.

Quando una città è attraversata da scontri, la prima responsabilità delle autorità è impedire che le persone vengano ferite e che la violenza si diffonda. Ma la responsabilità politica non termina quando le strade tornano tranquille. Comincia, semmai, la fase più difficile: capire perché la protesta sia esplosa, quali richieste abbiano un fondamento e quali interventi possano impedire che la stessa crisi si ripresenti.

Se il giorno successivo a una manifestazione l’unico risultato concreto è una nuova misura punitiva, mentre le condizioni che hanno prodotto il malcontento rimangono invariate, lo Stato può aver recuperato il controllo dello spazio pubblico senza recuperare la fiducia dei cittadini.

La differenza è fondamentale.

La fiducia non nasce dalla paura della sanzione. Nasce dalla convinzione che le istituzioni siano capaci di ascoltare, applicare le regole in modo equo e intervenire sui problemi che incidono sulla vita quotidiana.

La storia europea offre, a questo proposito, una lezione importante. Nel maggio 1968, la Francia fu attraversata da una mobilitazione studentesca che si trasformò rapidamente in una crisi sociale e politica, fino a coinvolgere milioni di lavoratori in uno sciopero generale. Le rivendicazioni non riguardavano soltanto le condizioni materiali: investivano l’autorità, i rapporti fra generazioni, la cultura del lavoro, l’organizzazione dell’università e il diritto di partecipare alle decisioni.

Le manifestazioni non produssero una rivoluzione politica nel senso classico del termine. Il potere gollista riuscì a ristabilire la propria autorità istituzionale e le elezioni successive confermarono la forza della maggioranza. Eppure il 1968 lasciò un’impronta profonda nei costumi, nella cultura, nei rapporti familiari e nelle forme di autorità della società francese.

La lezione è che una mobilitazione può perdere sul piano immediato e vincere su quello culturale. Può non conquistare il governo e tuttavia modificare le domande che una società rivolge a se stessa.

Lo stesso vale per altri momenti della storia europea: le mobilitazioni operaie, il movimento per i diritti civili, le proteste contro la guerra in Vietnam, le manifestazioni contro le dittature e i movimenti femministi hanno spesso anticipato trasformazioni che le istituzioni hanno riconosciuto soltanto dopo averle inizialmente contrastate.

Naturalmente, non ogni protesta produce progresso, né ogni rivendicazione giovanile è necessariamente giusta. La storia conosce anche mobilitazioni distruttive, movimenti manipolati e ondate di indignazione che hanno alimentato nuove forme di intolleranza. Ma una democrazia matura dovrebbe possedere gli strumenti per distinguere le rivendicazioni legittime dalla violenza, senza considerare ogni contestazione una minaccia all’autorità.

Il rischio, oggi, è che una parte delle classi dirigenti interpreti il dissenso soprattutto come un problema di governabilità e di sicurezza. In questo modo, ciò che dovrebbe essere un segnale utile a correggere le politiche pubbliche viene trattato come un ostacolo da rimuovere.

È un errore che può costare molto caro.

Perché una società può tollerare a lungo un governo impopolare, ma difficilmente può mantenere indefinitamente la propria coesione se una parte consistente dei cittadini si convince che nessuno sia disposto ad ascoltarla. (Segue)

Edoardo Almagià