La deindustrializzazione italiana – di Roberto Pertile
Dalla crisi finanziaria del 2008 alla deindustrializzazione italiana
Dalla crisi, squisitamente finanziaria, del 2008 si è usciti, in Italia come nei Paesi occidentali, dando di nuovo fiducia al modello essenzialmente basato sulla finanza speculativa, modello che è stato la causa degli elevati danni economici subiti nel 2008.
Le élite hanno, cioè, proseguito nella scelta di realizzare una progressiva deindustrializzazione, che, per l’Italia, il suo inizio può essere datato negli anni ottanta. Specificatamente, l’Italia si trovava, allora, a gestire la fase successiva ai felici anni sessanta, i cui effetti positivi si espressero fino al 1991, anno in cui l’Italia risultò la quarta potenza economica mondiale (attualmente è ottava).
Dagli anni settanta in poi, le forze economiche e politiche, sia di destra che di sinistra, adottarono una politica industriale che si caratterizza per alcune scelte significative. Non si dà fiducia all’Olivetti, prima in Europa nei semiconduttori al silicio. Nell’ambito del piano Iri ’80 per l’elettronica, la Stet delegò alla tedesca Siemens il rischio tecnologico, riservandosi i benefici finanziari della gestione delle tariffe italiane. Il risultato è che l’italiana Sit Siemens è uscita dal mercato. Si teorizzò l’uscita dall’industria di base, ritenuta tecnologicamente obsoleta; non si investì nella chimica fine (anche se Giulio Natta‑Montecatini, grazie ai suoi studi nel 1963, aveva vinto il premio Nobel per la chimica); non si vollero “capire”, già allora, gli errori fatti nella siderurgia di Stato con gli impianti di Taranto. A questo proposito, il governo Colombo (anni 1970‑1972) avrebbe investito in Calabria nella medesima tecnologia siderurgica di Taranto, pur di aderire alle richieste sindacali, nonostante i diversi indirizzi di ristrutturazione; si ritenne preferibile una “rottura” sindacale, piuttosto che dialogare con le parti sociali sul futuro dell’automotive, coinvolgendo anche le comunità di base.
L’obiettivo, infatti, era quello di mettere al centro del sistema le banche d’affari. Il settore industriale rappresentava il passato.
Così, si decise la fine dell’Iri, ritenendo più opportuno impiegare la liquidità realizzata dalla cessione delle aziende nella finanziarizzazione dell’economia italiana. Anche da qui, le ragioni per una delega a una banca d’affari (Mediobanca) per la gestione degli equilibri economici dell’economia italiana. Il risultato, in sintesi, è stato che le imprese private di dimensione globale hanno chiuso oppure sono emigrate in Paesi ritenuti industrialmente più avanzati. L’elenco dei casi di discutibile deindustrializzazione è lungo.
Contemporaneamente, si è sovrastimato il ruolo di un terziario che si è rivelato sostanzialmente arretrato e poco competitivo nei prodotti di alta qualità (solo negli anni recenti siamo di fronte a un recupero di competitività).
Le conseguenze e la necessità di un nuovo modello produttivo
Inoltre, anche se le esportazioni di beni manifatturieri sono state il punto di forza del sistema economico italiano, i vari governi degli anni ’70 e seguenti, condizionati da un sistema di partiti chiusi alle istanze di cambiamento, non hanno operato una svolta negli indirizzi di politica industriale. Così, è accaduto che le critiche allo svuotamento della politica industriale continuassero a cadere nel vuoto.
Di conseguenza, in particolare, con la crisi del sistema finanziario del 2008, si è diffuso, in Italia, un senso di insicurezza economica: il posto di lavoro non ha più un futuro certo; non c’è una prospettiva occupazionale per i figli; cresce l’aspettativa di un declino economico. C’è nostalgia del passato; si ritiene che una diversa politica industriale avrebbe potuto dare un quadro economico più rassicurante.
Su questo tema, il capitalismo finanziario viene presentato come l’inevitabile e immodificabile sviluppo del capitalismo. Non è così. Se non vogliamo avere, anche in Italia, una Sassonia‑Anhalt bis, è indispensabile tenere presente che il capitalismo attuale è l’effetto delle regole del gioco fissate dalle forze sociali dominanti, regole che favoriscono soprattutto USA e Cina. Perciò, al centro del sistema produttivo, ci sia l’economia reale, e non la finanza speculativa.
Roberto Pertile