A due anni dal rapporto Draghi: quanta acqua passata sotto i ponti – di Giancarlo Infante
Due anni passati dal Rapporto Draghi e sembra, invece, volata via un’eternità.
In effetti, tanta acqua è passata sotto i ponti dell’Unione Europea dal settembre del 2024, quando il Rapporto Draghi fu pubblicato e presentato il 17 di quel mese al Parlamento riunito a Strasburgo. E la sensazione netta è che quel documento a molti appare già dimenticato, ma altri non lo considerano lettera morta incastratasi tra i cassetti di Bruxelles. Volenti o nolenti, resta il metro di misura invisibile, il parametro costante con cui tutti e i 27 devono misurarsi e spiegare al Continente e al mondo dove stanno andando.
Ursula von der Leyen lo ha rivendicato apertamente e senza mezzi termini. Nel suo discorso sul rilancio dell’economia europea di due giorni fa, la Presidente della Commissione ha citato esplicitamente l’ex Presidente italiano, pronunciando parole inequivocabili: “ Questa è la logica deli Rapporti Draghi e Letta. Ed insieme la stiamo sviluppando”.
C’è il filo della continuità?
Il legame si sviluppa su almeno cinque direttrici fondamentali:
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La competitività al primo posto: Draghi partiva dalla constatazione impietosa della perdita di terreno dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina. Oggi von der Leyen mette l’economia in cima all’agenda, puntando sul completamento del Mercato unico, sul taglio della burocrazia e sugli investimenti in innovazione ed energia.
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Innovazione e tecnologia: Colmare il divario tecnologico con i colossi globali era uno dei tre pilastri del Competitiveness Compass. Nel discorso della von der Leyen, l’Intelligenza artificiale e la sovranità tecnologica europea hanno occupato uno spazio centrale.
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Energia e transizione: Il caro-energia come zavorra industriale era il cuore della diagnosi di draghiana. Von der Leyen insiste sulla necessità di energia accessibile e sull’elettrificazione, cercando il difficile equilibrio tra decarbonizzazione e difesa della struttura industriale.
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La leva degli investimenti: È forse il nodo cruciale. Draghi quantificava il fabbisogno in 750-800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, invocando capitali privati ma anche strumenti pubblici comuni. Von der Leyen insiste sulla mobilitazione del risparmio europeo — l’Unione dei risparmi e degli investimenti — ribadendo che “savings finance our future”.
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Autonomia strategica e dipendenze: Sicurezza, catene di approvvigionamento, materie prime e difesa. Quella che per Draghi era un’intuizione legata all’industria, oggi è diventata una necessità geopolitica assoluta.
La distanza, però, tra la carta e la realtà
Eppure, il punto non è stabilire se von der Leyen stia seguendo o meno la rotta tracciata da Draghi. La vera domanda è: quanto di quella trasformazione è stato effettivamente calato nella realtà?
A rimettere i piedi per terra ci pensano i dati. Secondo un’analisi dell’European Policy Innovation Council citata da EUobserver a luglio 2026, soltanto il 15,7% delle 383 raccomandazioni del Rapporto Draghi risultava pienamente attuato. Un divario abissale tra la narrazione istituzionale e lo stato dell’arte legislativo e operativo.
Nel settembre 2024, Mario Draghi spiegava che il blocco europeo non soffriva di una carenza di regole, ma di una drammatica incapacità finanziaria, industriale e politica di sostenere una metamorfosi epocale. E. nel frattempo, lo scenario è radicalmente imploso: la competizione economica si è fusa indissolubilmente con il riarmo, la guerra in Ucraina e quella del Golfo che non si fermano, la frammentazione globale e le nuove catene di vulnerabilità geopolitica. Oltre che il disordine mondiale creato da Donald Trump e da Netanyahu.
L’ombra di Draghi come bussola (e come alibi)
Il “fantasma” di Draghi, insomma, aleggia sulle istituzioni europee non più solo come firma autorevole di un’analisi economica, ma come una sorta di esame di coscienza permanente. Von der Leyen dice che la strada è tracciata e che i risultati stanno arrivando. Ma la verità è che l’Europa di oggi si trova a stringere i denti su un terreno molto più ostile di quello ipotizzato due anni fa.
E in Italia? La tentazione di un’eredità rivendicata a metà
Una riflessione, in questa partita, spetta anche all’Italia e a Giorgia Meloni. A Palazzo Chigi non si dispiacciono affatto per quelle narrazioni — spesso di sapore cortigiano — che accreditano la Presidente del Consiglio come la vera custode e continuatrice della linea economica di Mario Draghi sui tavoli interni e su quelli internazionali. Non è affatto così, ma quando ci si innamora di un racconto si finisce per leggerlo e rileggerlo svariate volte tralasciando il resto della libreria.
E difatti la propaganda e la realtà dei fatti corrono spesso su binari paralleli, ma distanti. A due anni da quel rapporto che indicava la via della competitività, degli investimenti strutturali e del coraggio industriale, la domanda va rovesciata: quanto di quelle indicazioni ha effettivamente recepito e tradotto in politica economica il Governo italiano? Tra ritardi cronici sul PNRR, una Spesa pubblica spesso orientata al consenso immediato anziché alla transizione tecnologica ed energetica, e una timidezza atavica sui grandi temi del Debito comune e della riforma dei capitali, la “continuità con Draghi” rischia di restare uno slogan utile per rassicurare i mercati a Bruxelles, ma vuoto di riforme a Roma. I dati internazionali ci dicono che l’Italia – afflitta da una possente crisi di produzione e di deindustrializzazione di cui ci ha parlato proprio ieri Roberto Pertile (CLICCA QUI) – continua a scivolare all’ingiù nelle graduatorie mondiali fermandosi attorno alla cinquantesima posizione sui 90 paesi presi in considerazione: sopravanzata addirittura dal Vietnam.
Evocare Draghi fa comodo a tutti. Persino a chi ha costruito le proprie fortune politiche contestandone a suo tempo l’azione di governo. Ma alla prova dei fatti, i bilanci si fanno sui numeri e sulle scelte compiute. E su quel fronte, la strada da percorrere è ancora maledettamente lunga. Ammesso che ci si decida a percorrerla, cosa oggi del tutto ancora incerta.
Giancarlo Infante