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“Dragonball” e crimini di guerra: le montagne russe della politica internazionale europea – di Edoardo Matteo Infante

Francia e Italia, ma un po’ tutti i paesi europei, sono impegnate in una complessa politica internazionale costretta a viaggiare tra rispetto del Diritto e necessità di stringere relazioni ed accordi senza andare troppo per il sottile.

Il 24 agosto, il presidente francese Emmanuel Macron e il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, noto anche come MBS, si sono incontrati ed hanno annunciato la creazione di un parco di attrazioni da sei miliardi di euro. Il complesso, che verrebbe costruito nei pressi di Cergy-Pontoise, vicino Parigi, sarà composto da tre parchi a tema e strutture alberghiere collegate. Secondo stime iniziali, dovrebbe creare circa 22.000 posti di lavoro e finanziato dal gruppo d’investimento saudita Qiddiya.

Uno dei parchi dovrebbe essere dedicato a “Dragon Ball”, celebri fumetti e video manga giapponesi, la passione per il quale avrebbe unito MBS e Macron. Le Mond, però, spiega che c’è un “ma”: un piccolo granellino di sabbia del tipo di quelli che rischia di bloccare i più sofisticati ingranaggi e cioè che mancherebbe l’autorizzazione da parte di chi ha i diritti di proprietà sul marchio “Dragon Ball”. Anche questo un segno della fretta con cui si è voluto procedere a stendere un grande progetto, dall’indubitabile effetto comunicativo e dal valore politico significativo?

In ogni caso, questo è solamente il pezzo più fotogenico di una relazione molto più ampia. Durante la stessa visita, il colosso francese della navigazione CMA CGM ha annunciato un altro accordo da 434 milioni di dollari per sviluppare e gestire un nuovo terminal al porto di Jeddah.

Inoltre, Alstom, multinazionale francese nel settore della costruzione di veicoli e infrastrutture per i veicoli ferroviari, ha ottenuto nuovi contratti legati alla metropolitana di Riyadh. Mistral AI, “campione” francese dell’IA, ha firmato un accordo con la controparte saudita HUMAIN. Orano, un titano del settore del nucleare, ha approfondito la cooperazione con l’Arabia Saudita sul nucleare, un progetto nascente nel Regno sul Mar Rosso.

Dall’archeologia all’Expo di Riyadh 2030, dall’IA ad armamenti e formazione militare, l’incontro – insomma – ha coperto tutte le più ampie possibili basi di una forte cooperazione tra i due paesi.

Il partner storico di cui la Francia ha bisogno

Per l’industria bellica francese, l’Arabia Saudita rappresenta il quinto maggiore cliente nel mondo, e i lettori ricorderanno che già negli anni passati il Regno Saudita aveva preso in considerazione l’acquisto di 54 caccia Rafale, un acquisto che la Francia corteggiava da anni.

Per quanto riguarda gli idrocarburi, TotalEnergies già possiede il 37,5% di SATORP, il gigantesco complesso di raffinazione e petrolchimica di Jubail, e il 37,5% del nuovo complesso Amiral, sviluppato insieme a Saudi Aramco, con un investimento complessivo di circa 11 miliardi di dollari. La sua entrata in funzione commerciale è prevista per il 2027. Per l’IA, i nostri vicini transalpini vogliono che Mistral AI diventi un’alternativa europea al dominio americano/cinese nel settore dell’intelligenza artificiale, e l’Arabia Saudita ha capitale, energia e ambizioni nei data center, oltre a un enorme potere d’acquisto statale. È chiaro, allora, che questo incontro non è servito a trattare una singola transazione, bensì un vero e propri ecosistema di interessi reciproci e di lunga durata.

A sottolinearlo sono anche elementi come la forte presenza di compagnie francesi in tutto il settore idrico del Paese. Dalla gestione e l’operatività di importanti aree urbane e centri abitati, a centri di impianti di desalinizzazione e infrastrutture per il trattamento delle acque reflue e sistemi idrici industriali. Alcuni di questi contratti hanno una durata di almeno 25 o 30 anni.

Il parco di Dragon Ball ha immediatamente portato alcuni commentatori in Francia a sottolineare come questo potrebbe costituire un tentativo di MBS di ripulire l’immagine dell’Arabia Saudita, associandola a investimenti spettacolari e a un’inattesa e condivisa passione per Son Goku, uno dei principali personaggi dei manga.

Per la Francia, l’Arabia Saudita ha rappresentato, e continua a rappresentare, un interlocutore importante per gli equilibri del Golfo e del Medio Oriente, oltre che per la sicurezza del Mar Rosso. Parigi cerca da anni di mantenere una propria capacità di interlocuzione con i diversi attori della regione, anche quando le posizioni francesi non coincidono con quelle degli Stati Uniti o degli altri paesi europei. Anche questo elemento non sfugge agli analisti sauditi.

Centinaia di migliaia di morti, miliardi di incassi

Mentre in Francia è stato da subito evocato il caso Jamal Khashoggi, il giornalista assassinato nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul, con un punto interrogativo sul merito degli accordi annunciati durante la settimana, non viene proprio quasi citato il ruolo dell’Arabia Saudita nel sanguinoso conflitto che da oltre un decennio ormai dilania lo Yemen. Fu proprio l’Arabia Saudita, con supporto economico e con armi americane, inglesi e proprio francesi, a guidare l’intervento militare della coalizione nello Yemen, un conflitto nel quale le Nazioni Unite hanno documentato gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e raccolto accuse relative a possibili crimini di guerra.

Nel 2021 le Nazioni Unite la definivano la più grande crisi umanitaria nel mondo, avendo, la guerra, già causato oltre 233.000 morti, di cui circa 131.000 per cause indirette legate alla fame, alla mancanza di servizi sanitari e alle conseguenze della distruzione delle infrastrutture. Un rapporto dell’UNDP pubblicato nel novembre dello stesso anno stimava invece che, entro la fine del 2021, il conflitto sarebbe stato responsabile di circa 377.000 morti, includendo le conseguenze dirette e indirette della guerra. Non esiste oggi una nuova stima complessiva delle vittime che abbia sostituito quella dell’UNDP, ma il conflitto e le sue conseguenze umanitarie sono ancora in corso.

Nel 2026 le Nazioni Unite continuano a definire lo Yemen una delle più gravi crisi umanitarie e di sviluppo al mondo, con oltre 21 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria. Dal 2015, anno dell’intervento saudita nello Yemen, la Francia ha continuato a esportare armamenti verso l’Arabia Saudita. Secondo i dati del ministero francese della Difesa, tra il 2015 e il 2023 le consegne hanno raggiunto 1,36 miliardi di euro. Tra i sistemi d’arma francesi documentati utilizzati nel teatro yemenita figurano cannoni Caesar, carri Leclerc, radar Cobra e diversi tipi di elicotteri.

Nel 2018, un rapporto classificato dell’intelligence militare francese aveva identificato la presenza di questi sistemi e le aree nelle quali erano dispiegati. Il governo francese ha sostenuto che i Caesar sauditi erano impiegati per la difesa del confine e non per operazioni offensive nello Yemen. Ma la controversia è tuttora aperta: nell’aprile 2026, Disclose, Amnesty International France ed ECCHR hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che il rifiuto della Francia di fornire informazioni doganali sulle esportazioni di armamenti verso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto violasse diritti fondamentali.

Nell’agosto 2023, Human Rights Watch ha accusato le guardie di frontiera saudite di aver ucciso centinaia di migranti etiopi che cercavano di attraversare il confine dello Yemen tra il marzo 2022 e il giugno 2023. Un articolo del londinese Guardian del 2025 riportava come questi episodi si sarebbero riprodotti almeno fino al 2024. Le autorità saudite hanno respinto le accuse, affermando che non si trattava di episodi dovuti a una politica sistematica. Non risultano spiegazioni o prese di posizione pubbliche di rilievo da parte del governo francese specificamente su queste accuse.

Un dilemma europeo, anche italiano

A poche migliaia di chilometri da Riyadh, l’Italia sta costruendo un rapporto altrettanto ambizioso con un altro governo accusato di gravi violazioni dei diritti umani: quello etiope. È un rapporto che, come quello franco-saudita, mette sullo stesso tavolo interessi economici, strategici e questioni relative ai diritti umani.

Il Governo del Primo ministro Abiy Ahmed, in carica dal 2018, è stato direttamente coinvolto nella guerra del Tigray. Le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato, da parte delle forze governative e dei loro alleati, uccisioni extragiudiziali, violenze sessuali, torture, espulsioni forzate, saccheggi e attacchi contro strutture civili, oltre alla limitazione dell’accesso agli aiuti umanitari. Nel Western Tigray, inoltre, Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato l’espulsione sistematica di centinaia di migliaia di tigrini, definendo le violenze commesse dalle forze degli “amhara” etiopi e dalle autorità locali crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Rilevando l’acquiescenza e la possibile partecipazione delle forze federali dell’Etiopia.

Sebbene nell’agosto 2022 i tribunali militari avevano emesso 27 condanne e 2 assoluzioni, le Nazioni Unite e Human Rights Watch hanno tuttavia criticato la trasparenza e la portata del processo di ripartizione di responsabilità. La guerra è formalmente cessata nel 2022 con l’accordo di Pretoria, ma le accuse non si sono esaurite con il cessate il fuoco. Già dall’anno successivo, le forze federali combattono contro le milizie Fano e hanno nuovamente collezionato accuse di uccisioni extragiudiziali e altre violazioni contro i civili.

Il Piano Mattei

Secondo i dati del governo italiano, il commercio tra Italia ed Etiopia ha raggiunto 335 milioni di euro nel 2025, con un aumento del 21,7% rispetto all’anno precedente. Gli investimenti italiani sono considerevolmente più grandi di quanto suggeriscano i soli dati sul commercio. Lo stock di investimenti diretti italiani in Etiopia era di 619 milioni di euro nel 2024. Si parla quindi di centinaia di milioni di euro di investimenti aziendali italiani già presenti nel Paese, e non semplicemente di aiuti allo sviluppo.

L’Etiopia è esplicitamente uno dei Paesi prioritari del Piano Mattei. Il rapporto si è rafforzato anche sul piano finanziario. Nel giugno 2026, Italia ed Etiopia hanno firmato un accordo di finanziamento da 80 milioni di euro per sostenere le riforme economiche e lo sviluppo resiliente ai cambiamenti climatici. Il pacchetto comprende:70 milioni di euro di finanziamenti agevolati e 10 milioni di euro provenienti dal Fondo italiano per il clima.

Secondo quanto riportato dalla stampa italiana, il contributo italiano complessivo al programma di riforme dell’Etiopia potrebbe arrivare a 150 milioni di euro. E non è l’unico impegno recente: nell’aprile 2026 l’Italia ha annunciato un ulteriore stanziamento di 25 milioni di euro per l’Etiopia nell’ambito del Piano Mattei, destinato a occupazione, crescita economica e sviluppo sostenibile.

Webuild è probabilmente l’esempio più evidente della significativa presenza italiana in settori strategici dell’economia etiope. Il gruppo italiano di costruzioni è coinvolto da anni in importanti progetti infrastrutturali etiopi, il più noto dei quali è la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). Ma il progetto potenzialmente più grande è il nuovo aeroporto di Addis Abeba, con un valore stimato di circa 13-14 miliardi di dollari. Ed anche in questo caso, tra i soggetti interessati ci sono anche operatori italiani del settore delle costruzioni. Vale la pena sottolineare che nei documenti ufficiali italiani l’Etiopia viene descritta esplicitamente come “partner chiave” e “prioritario” del Piano Mattei, mentre le stesse fonti riconoscono che il Paese è alle prese con “forti tensioni interne”.

Le complicazioni

A complicare però il rapporto tra Roma e Addis Abeba c’è il caso dell’ambasciatore italiano Sem Fabrizi, nominato nel giugno 2025 e arrivato ad Addis Abeba il 1° novembre dello stesso anno. Il 30 luglio 2026 un decreto del Presidente della Repubblica ne ha disposto il rientro al Ministero degli Esteri in deroga alla permanenza minima prevista per la sede. La versione ufficiale della Farnesina è che Frabrizi sia stato richiamato di comune accordo, per motivi personali, e in vista di un futuro incarico.

La ricostruzione pubblicata da Il Post, basata su fonti dirette del Ministero degli Esteri, sembra però raccontare una storia diversa. Fabrizi sarebbe stato sul punto di essere dichiarato persona non grata dal governo di Abiy Ahmed e il nostro ministro Antonio Tajani avrebbe scelto di richiamarlo prima che la procedura arrivasse a quel punto.
Secondo la stessa ricostruzione, tra le ragioni della tensione ci sarebbero state anche rimostranze dell’ambasciatore sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale da parte del governo etiope. Addirittura, il 13 febbraio 2026, sempre secondo la ricostruzione di Il Post, durante il vertice Italia-Africa, Abiy avrebbe espresso a Meloni il proprio malcontento nei confronti di Fabrizi.

Nei mesi successivi, Addis Abeba avrebbe ripetutamente chiesto alla Farnesina il richiamo dell’ambasciatore. Il Governo italiano non ha confermato questa ipotesi, ma il caso Fabrizi arriva mentre Roma sta rafforzando il proprio rapporto con Addis Abeba. Appena un mese prima del suo rientro, l’ambasciatore aveva firmato un nuovo finanziamento italiano da otto milioni di euro, nell’ambito di un programma che può arrivare a 150 milioni.

Edoardo Matteo Infante