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Se la politica torna ad immischiarsi con le banche – di Giancarlo Infante

Il grande risiko bancario che scuote i caveau italiani – con la mossa di Monte dei Paschi di Siena, l’ombra di Intesa, il ruolo di Unipol e la partita su Generali e Mediobanca – ha fatto cadere definitivamente i veli sulla grande illusione del mercato totalmente puro e neutrale. Quando a intervenire nel dibattito pubblico è un esponente di spicco come Giovanni Donzelli, parlando apertamente e rivendicando l’interesse politico per le sorti della Banca di Siena, la politica smette di recitare la parte della spettatrice distaccata. Anche se pudicamente Donzelli parla di moral suasion, suona alquanto strano che ad intervenire direttamente per i Fratelli d’Italia sia il responsabile organizzativo e senza che abbia una qualche competenza in materia bancaria.

In sostanza, a parole, il mercato regna sovrano; nei fatti, la politica fa di tutto per rimettere le mani sulle leve del potere economico o, almeno, prova ad introfularcisi in qualche modo.

La doppia morale dei salotti e della politica

La vicenda di MPS e del risiko bancario mette a nudo una struttura ibrida, dove la cosiddetta “società civile” invoca la libertà d’azione e la difesa dei propri fortini quando c’è da fare profitti, salvo poi invocare lo Stato-salvatore e la protezione pubblica quando i nodi vengono al pettine. E questo consente scorrerie della politica di ogni genere. In questo schema, la maggioranza di governo e l’opposizione si muovono spesso su binari speculari, divise al proprio interno tra anime liberiste e pulsioni interventiste.

Da un lato, c’è chi agita lo spauracchio dello “spezzatino” e la difesa della territorialità; dall’altro, chi guarda con sospetto o favore alle manovre di colossi come Unipol o alle vecchie geometrie di potere che per decenni hanno legato il destino di certe banche a un asse politico ben preciso.

Dal MSI ad Alleanza Nazionale: la genealogia dell’interventismo sociale

Se oggi Fratelli d’Italia e il Governo scelgono la strada della moral suasion e dell’attenzione strategica agli asset nazionali, non si tratta di un fatto estraneo alla tradizione culturale della destra politica, ma dell’evoluzione di un sentimento antico.

Il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante non ha mai fatto mistero di un certo anticapitalismo di fondo e di una visione d’impronta sociale. Nei decenni della cosiddetta Prima Repubblica, il MSI guardava con favore all’intervento dello Stato nell’economia, concepito come baluardo centralistico e dirigista per tutelare il lavoro e la produzione nazionale. Alleanza Nazionale, con Gianfranco Fini, ha ereditato e modernizzato questa sensibilità, parlando di “capitalismo nazionale” e di difesa delle partecipazioni strategiche. Oggi, con Giorgia Meloni, questa eredità si traduce nell’uso di una “doppia tastiera”: da un lato, si celebrano le regole del mercato europeo, dall’altro, si esercita una forte pressione politica (moral suasion) per orientare le fusioni ed intervenire sui centri nevralgici del risparmio.

La nuova IRI: il ruolo silenzioso di Cassa Depositi e Prestiti

In questo scenario, il tassello che chiude il cerchio è il ruolo silenzioso ma pervasivo della Cassa Depositi e Prestiti. CDP è diventata, nei fatti, una sorta di nuova IRI senza dirlo: utilizza i 290 miliardi del risparmio postale degli italiani per muoversi nei dossier più caldi, entrare nel capitale di grandi aziende, fare da scudo o da sponda nelle operazioni strategiche e rimettere in piedi il controllo pubblico laddove il mercato privato si arena. La notizia recente della collaborazione tra Poste Italiane e Intesa Sanpaolo — con la distribuzione di prodotti assicurativi e servizi finanziari integrati — è solo l’ultimo segnale di una trasformazione profonda: Poste non è più un semplice operatore postale, ma un colosso finanziario che entra nei giochi delle banche, li condiziona e li riequilibra.

Non va dimenticato che Poste è controllata dal MEF. Questo la rende un soggetto che può essere utilizzato — e spesso lo è — come: stabilizzatore del sistema;  strumento di intervento pubblico; leva per operazioni che le banche non possono o non vogliono fare: partner di CDP nelle crisi industriali e infrastrutturali. E a questo pensa da anni Giancarlo Giorgetti.

È anche per questo che, negli ultimi anni, è circolata più volte l’ipotesi di un intervento di Poste (o CDP tramite Poste) in situazioni delicate come Monte dei Paschi. Non è mai diventata operativa, ma il solo fatto che sia stata discussa dimostra il peso politico‑finanziario dell’azienda.

È la prova provata che lo Stato non solo non è uscito dall’economia, ma ha semplicemente cambiato cassetta degli attrezzi.

Alla fine, la partita su Siena, Mediobanca e Generali dimostra che la sovranità economica è un terreno di scontro quotidiano. La politica urla che “il mercato è libero”, ma nei momenti decisivi fa capire, eccome se lo fa capire!, che lo Stato – meglio sarebbe dire la politica? – non intende abdicare al suo ruolo.

In questa fase del risiko bancario, la domanda da porsi davvero è se tutti nella maggioranza lavorino alle stesse strategie e se abbiano la stessa voce “in capitolo”. E il quesito potrebbe riguarda direttamente persino i rapporti tra Palazzo Chigi e il Tesoro. Sono emerse, infatti, sensibilità e rappresentanze di interessi diverse anche all’interno del Governo, e non sono mancati segnali di orientamenti non perfettamente coincidenti: Meloni e Giorgetti sembrano condividere l’obiettivo di preservare un forte sistema bancario nazionale, ma non necessariamente coincidono sul come debba esserne definita la configurazione e sulle operazioni attraverso cui realizzarla. Non è una frattura aperta, non è uno scontro dichiarato, ma registriamo quella distanza sottile che si vede quando uno dei due parla di “moral suasion” e l’altro fa finta che tutto sia sotto controllo. Donzelli, con quella uscita, stava forse parlando non solo alle banche? Stava parlando pure a Giorgetti, come per dire “non pensare che il risiko lo gestisci solo tu”? Non è un caso che un quotidiano come il Foglio, nel luglio scorso, sintetizzasse la situazione dicendo di un Giorgetti che spingeva per dare maggiore centralità a Banco BPM, mentre Meloni guardava con favore all’operazione di Intesa Sanpaolo. Ma il punto è che il gioco bancario vero, quello che si muove tra CDP, Poste, Intesa e MEF, non è nelle mani di FdI, e Giorgia Meloni lo sa benissimo.

E allora la domanda diventa inevitabile: ma quali sono i giochi in corso? E quanto influenzano anche le decisioni, … diciamo.., politiche? Perché mentre Giorgetti maneggia i dossier veri — CDP, Poste, i rapporti con Intesa, le partite europee — Meloni e il suo cerchio ristretto si muovono più sul piano della della pressione, del “far vedere che ci siamo”. È come se ci fosse una doppia regia: quella tecnica, silenziosa, che passa dal MEF; e quella politica, rumorosa, che passa da FdI. E quando, appunto, Donzelli parla di moral suasion, sembra quasi voler rivendicare un ruolo che il partito non ha e che aspira ad avere.

In fondo, Meloni e Giorgetti stanno giocando due partite diverse: lui quella della gestione del potere economico, lei quella della gestione del potere politico. E ogni volta che il risiko bancario si muove, questa differenza si vede. Anche se nessuno la dice. E così si spiega il perché Giorgetti proprio abbia annunciato che il Tesoro non venderà il 4,8% ancora detenuto in MPS finché non sarà conclusa l’attuale battaglia per il controllo della banca, congelando di fatto la partecipazione pubblica. Una mano indiretta a MPS e alla sua doppia operazione su Banco BPM e Banca Generali, per costruire un grande polo bancario italiano alternativo a Intesa e UniCredit.

La partita è così ancora aperta e c’è da chiedersi, visto che anche su questo sembrerebbe emergere una difformità di opinione tra Salvini – il Capo della Lega di cui fa parte Giorgetti – e Giorgia Meloni sulla data in cui fissare le prossime elezioni politiche generali, viene spontaneo chiedersi se gli sviluppi, i tempi e il risultato del risiko bancario non finiranno per condizionare la data o delle elezioni anticipate – destinate comunque a passare al vaglio di Sergio Mattarella – o del rispetto dei tempi del fine legislatura.

Lo capiremo. Ma finora abbiamo parlato, come dire?, di un qualcosa che ha anche dei tratti di “nobiltà” politica, visti i ruoli e le responsabilità degli attori politici in campo. C’è in effetti un’altra area da considerare costituita dal rapporti della politica nelle realtà locali con tutte le banche. Anche quelle di caratura nazionale ed oltre, non solo le medio – piccole. Ebbene, essa ci racconta di vicende molto più “volgari” di pressioni, di mercimoni, di “voti di scambio”, per sconfinare nelle vere e proprie ruberie. Cose che rimandano con il ricordo a crack bancari del passato, poi pagati con i soldi degli italiani. E su tutto ciò scende spesso una cappa silente perché c’è una sorta di coinvolgimento di tutti i partiti.

Giancarlo Infante