Ciò che San Francesco può ancora insegnare alla diplomazia – di Edoardo Almagià
Prologo
Il 3 ottobre di otto secoli fa moriva nella Porziuncola nei pressi di Assisi Giovanni Di Francesco Bernardone, oggi per noi San Francesco. Aveva 44 anni ed è morto sorridendo. Da laico e da studioso di politica estera, ecco come ho pensato e scelto di contribuire al suo ricordo.
C’è qualcosa di sorprendentemente moderno, e insieme profondamente inattuale, nell’immagine di Francesco d’Assisi che nell’autunno del 1219 attraversa il campo di battaglia di Damietta e si presenta davanti al sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. Moderno, perché, in un’epoca nella quale il rapporto fra cristianità e Islam era inscritto nella grammatica della guerra, Francesco sceglie di entrare personalmente nello spazio dell’“altro”; inattuale, perché il suo obiettivo non era quello che oggi chiameremmo un negoziato diplomatico. Francesco voleva convertire il Sultano. E proprio questa contraddizione rende il suo gesto ancora più interessante per comprendere la diplomazia contemporanea: egli non ottenne ciò che desiderava, ma il fallimento del suo obiettivo immediato non impedì all’incontro di produrre un risultato storico assai più duraturo.
La vicenda va collocata nel suo tempo. Francesco aveva già tentato di raggiungere il mondo musulmano. Nel 1212 aveva cercato di recarsi in Siria, ma il viaggio era fallito per una tempesta; nel 1213-1214 aveva tentato la via del Marocco, venendo fermato dalla malattia. Nel 1219, durante la Quinta crociata, partì infine per l’Oriente e raggiunse il teatro della guerra. A Damietta i crociati assediavano le forze del Sultano. Francesco, insieme a fra Illuminato, ottenne il permesso di attraversare le linee e di entrare nell’accampamento musulmano. Le fonti sull’incontro sono in larga misura agiografiche e non consentono di ricostruire con certezza le parole pronunciate dai due uomini; questo è importante, perché la tradizione successiva ha trasformato l’episodio in una scena quasi archetipica del dialogo interreligioso. Ciò che possiamo affermare con più sicurezza è che Francesco fu ricevuto da al-Kamil e tornò vivo nel campo crociato.
Ma c’è un particolare ancora più interessante. Francesco non si recò dal Sultano come emissario di una potenza politica. Non aveva un esercito, non controllava una provincia, non disponeva di denaro, non poteva offrire territori né minacciare ritorsioni. La sua forza consisteva precisamente nella debolezza dei mezzi. Era un uomo disarmato che entrava nel campo dell’avversario. In questo senso, la sua iniziativa era quasi l’opposto della logica con cui funzionavano le relazioni internazionali del suo tempo. Eppure al-Kamil, che era tutt’altro che un sovrano ingenuo, comprese che davanti a sé non aveva semplicemente un altro combattente.
Qui occorre però evitare una lettura troppo romantica. Al-Kamil non era un pacifista moderno e Francesco non era un diplomatico delle Nazioni Unite ante litteram. Il sultano era un sovrano ayyubide impegnato in una guerra per difendere il proprio territorio ed i propri interessi. Aveva già cercato, attraverso canali propriamente politici, di arrivare a un accordo con i crociati. In una fase del conflitto offrì condizioni che avrebbero consentito ai cristiani di ottenere una parte sostanziale di ciò che dichiaravano di desiderare, compresa Gerusalemme, in cambio della cessazione della guerra; l’offerta fu respinta, anche perché nel campo crociato prevaleva una logica secondo cui la vittoria militare avrebbe dovuto precedere qualsiasi accordo.
Ed è forse proprio qui che Damietta diventa una straordinaria metafora della politica mediorientale contemporanea.
La prima lezione che si può trarre è che il contatto personale non è un ornamento della diplomazia: talvolta è la diplomazia stessa. Oggi, quando pensiamo alla crisi del Medio Oriente, siamo abituati a immaginare summit, risoluzioni, comunicati ufficiali, sanzioni, ultimatum, mediatori e tavoli negoziali. Ma molte delle trattative decisive avvengono lontano dalle telecamere, attraverso interlocutori che possono parlare con parti che ufficialmente non vogliono o non possono parlarsi. Negli ultimi anni Qatar ed Egitto hanno svolto ripetutamente questo ruolo nei negoziati riguardanti Gaza, affiancati dagli Stati Uniti; nel gennaio 2025, per esempio, il negoziato che portò a un accordo di cessate il fuoco e scambio di ostaggi fu il risultato di un’intensa mediazione congiunta americana, egiziana e qatariota.
E nel 2026 questa funzione mediatrice è diventata ancora più evidente in un quadro regionale ulteriormente complicato. Il Qatar sta tentando, attraverso una diplomazia indiretta, di mettere in comunicazione Washington e Teheran nel tentativo di riaprire uno spazio negoziale; parallelamente Egitto, Qatar, Turchia e altri Paesi arabi e musulmani continuano a esercitare pressioni diplomatiche sulla questione di Gaza e sulla sua sistemazione politica.
La lezione di Francesco, dunque, non sarebbe semplicemente “dialogate”. Sarebbe molto più esigente: andate a parlare con chi non parla con voi. È una differenza di non poco conto. Il dialogo autentico comincia precisamente quando l’interlocutore non è più quello che ci è simpatico, quando non condivide la nostra visione del mondo e quando, soprattutto, rappresenta interessi che giudichiamo ingiusti. Parlare con l’amico è politica; riuscire a parlare con il nemico è diplomazia.
Un secondo insegnamento, forse ancora più importante: parlare con il nemico non significa dargli ragione
Francesco andò dal Sultano per predicare il Vangelo. Non rinunciò alla propria identità per rendere possibile l’incontro. Questo aspetto viene talvolta edulcorato nelle rappresentazioni moderne dell’episodio. Francesco non pensava che tutte le religioni fossero equivalenti, né aveva elaborato la moderna teoria del pluralismo religioso. La sua intenzione era missionaria. Eppure proprio l’incontro con l’altro sembra avere contribuito a maturare una modalità diversa di stare davanti all’altro. Nella Regola non bollata, parlando della presenza dei frati tra musulmani e non credenti, Francesco prescrive di non litigare né disputare e di vivere fra gli altri «per amore di Dio», lasciando spazio a una testimonianza fatta anzitutto di presenza e comportamento. I Francescani stessi, rileggendo oggi quella norma, sottolineano il passaggio da una missione ad gentes a una missione inter gentes: non andare semplicemente verso gli altri per trasformarli, ma vivere in mezzo a loro.
È una distinzione che potrebbe essere utilissima anche alla politica.
Uno degli errori ricorrenti delle grandi potenze consiste nel confondere persuasione e imposizione. Una potenza può avere la capacità militare di colpire un avversario, quella economica di sanzionarlo e quella diplomatica di isolarlo; ma nessuna di queste capacità garantisce automaticamente la trasformazione politica desiderata. La storia del Medio Oriente è piena di esempi di potenze che hanno vinto una battaglia e perso la pace, conquistato una città e prodotto un problema più grande, eliminato un governo e lasciato dietro di sé un vuoto che altri hanno riempito.
Damietta lo dimostra in maniera quasi crudele. I crociati riuscirono infine a conquistare la città nel novembre 1219, ma la conquista non risolse la guerra. Due anni più tardi la Quinta crociata sarebbe terminata con la sconfitta cristiana a Mansura e il ritiro dei crociati. La vittoria militare locale si rivelò incapace di produrre il risultato politico e strategico desiderato.
Ed è qui che il parallelo con il presente diventa particolarmente istruttivo. Una diplomazia efficace non può limitarsi a chiedere: «Come costringiamo l’altra parte a fare ciò che vogliamo?» Deve anche domandarsi: «Quale ordine politico nascerà il giorno dopo che avremo ottenuto ciò che vogliamo?»
La domanda è fondamentale per Gaza, ma anche per Libano, Siria, Iran, Israele e per l’intero sistema regionale. Un cessate il fuoco è prezioso, ma non è ancora una pace. Uno scambio di ostaggi è un risultato umano e politico enorme, ma non risolve automaticamente le questioni di sicurezza, sovranità, governo, ricostruzione, confini e riconoscimento reciproco. Una pressione militare può produrre concessioni, ma una concessione ottenuta esclusivamente sotto minaccia può essere fragile quanto la minaccia che l’ha generata.
E qui torna Francesco. Il suo incontro con al-Kamil non produsse la conversione del Sultano. Ma forse proprio per questo è diventato un modello. Benedetto XVI, ricordando l’episodio, sottolineò che Francesco, nel pieno del conflitto tra cristianesimo e Islam, scelse la via del dialogo, del rispetto reciproco e della comprensione.
La cosa sorprendente è che il fallimento dell’obiettivo immediato non cancellò il valore dell’incontro. Anzi, lo rese quasi più significativo. Francesco partì per convertire il sultano e tornò senza averlo convertito. Ma entrambi avevano conosciuto direttamente l’uomo che, fino a pochi istanti prima, apparteneva alla categoria astratta dell’“infedele” o dell’“avversario”. In questo senso, l’incontro fece qualcosa che nessuna dichiarazione diplomatica avrebbe potuto fare: trasformò l’immagine dell’altro.
Questo è un punto essenziale anche oggi. La propaganda prospera sull’astrazione. Il nemico è più facilmente demonizzabile quando non lo si incontra mai. Quando invece l’avversario ha un volto, una voce, una storia familiare, una cultura, delle paure e persino una propria idea di giustizia, non necessariamente lo si assolve — ma diventa più difficile ridurlo a caricatura.
Non è un caso che, nella memoria francescana, l’incontro di Damietta sia diventato qualcosa di più di una semplice pagina agiografica. L’Ordine dei Frati Minori ha continuato per secoli a mantenere una presenza in Terra Santa e nel mondo musulmano, trasformando quell’antico episodio in una tradizione di presenza, servizio e dialogo. La stessa Chiesa cattolica, nel corso del Novecento, avrebbe progressivamente elaborato una concezione del rapporto con l’Islam molto distante dalla mentalità delle crociate, soprattutto con Nostra aetate e con il magistero successivo.
Naturalmente, sarebbe ingenuo pretendere che la politica internazionale possa semplicemente imitare un Santo. Gli Stati non sono frati, i presidenti non sono Francesco, i gruppi armati non sono comunità monastiche e il Medio Oriente del XXI secolo non è il Mediterraneo del XIII secolo. Inoltre, la diplomazia moderna deve fare i conti con elementi che Francesco non conosceva: diritto internazionale, deterrenza nucleare, terrorismo transnazionale, opinione pubblica globale, sistemi economici interdipendenti, guerra informatica e comunicazione istantanea.
E tuttavia esiste un principio che attraversa otto secoli quasi senza perdere la propria forza: la pace non nasce necessariamente quando le parti smettono di essere nemiche; talvolta comincia quando accettano di incontrarsi prima di smettere di esserlo.
Francesco non convinse al-Kamil. Al-Kamil non convinse Francesco. Nessuno dei due abbandonò la propria identità. Eppure si parlarono. Questo è forse il punto più difficile da accettare nella politica contemporanea, perché viviamo in un’epoca che pretende risultati immediati. La diplomazia invece è spesso un’arte del risultato differito. Un incontro che oggi sembra sterile può diventare utile dieci anni dopo; un canale mantenuto aperto quando tutto sembra fallito può diventare decisivo quando cambiano i rapporti di forza; un mediatore che oggi appare irrilevante può domani diventare l’unico interlocutore possibile.
È esattamente ciò che vediamo nei tentativi contemporanei di mediazione: Qatar, Egitto e altri attori regionali possono non avere il potere di imporre unilateralmente una soluzione, ma possiedono qualcosa di diverso e in certi momenti altrettanto prezioso: accesso. Possono parlare con soggetti che altri non riescono a raggiungere. Il loro valore diplomatico deriva non dalla capacità di comandare, ma dalla capacità di far arrivare un messaggio da una parte all’altra. Le recenti iniziative regionali sulla questione di Gaza mostrano proprio questa pluralità di mediatori e la crescente consapevolezza che nessuna singola potenza può facilmente costruire da sola un nuovo equilibrio regionale.
Se dunque dovessimo condensare l’insegnamento di Damietta in una formula politica contemporanea, non dovremmo dire«bisogna essere come San Francesco», perché sarebbe una semplificazione. Diremmo piuttosto: non bisogna confondere la forza necessaria per difendersi con la capacità di costruire la pace.
La prima può ottenere obbedienza. La seconda deve ottenere, almeno in parte, consenso.
E soprattutto bisogna avere il coraggio di riconoscere che la diplomazia non coincide con la resa. Parlare con Hamas non significa approvare Hamas; parlare con Israele non significa approvare ogni decisione del governo israeliano; parlare con l’Iran non significa accettarne la politica regionale; parlare con una potenza ostile non significa diventarne alleati. Significa riconoscere una realtà elementare ma continuamente rimossa dalla storia: se l’altra parte esiste, prima o poi bisognerà trovare un modo per parlarle.
Francesco, nel 1219, cercò addirittura di convertire il sultano. Non vi riuscì. Eppure proprio quel fallimento ci ha lasciato una delle immagini più potenti della storia del dialogo fra cristianesimo e Islam: un uomo disarmato che attraversa una linea di guerra e si presenta davanti al proprio avversario non per ucciderlo, ma per parlargli. Oggi non ci serve imitare la sua teologia della conversione; ci serve recuperare la sua intuizione antropologica: l’avversario non cessa di essere avversario perché lo incontriamo, ma smette di essere soltanto un’astrazione.
Forse è questa la lezione più profonda che Damietta consegna alla politica del nostro tempo. La pace non comincia necessariamente dalla fiducia — spesso sarebbe impossibile pretenderla — ma dalla decisione di mantenere aperto un canale anche quando la fiducia non esiste ancora. Non comincia dalla certezza che l’altro cambierà, ma dalla consapevolezza che nessuna guerra può durare eternamente senza trasformarsi, prima o poi, in una qualche forma di negoziato. E non richiede che uno dei due protagonisti perda la propria identità: richiede che entrambi comprendano che l’identità dell’altro è una realtà con cui dovranno convivere.
Otto secoli dopo, la lezione di Damietta potrebbe dunque essere formulata in termini molto semplici: la diplomazia più difficile non è quella che convince l’amico; è quella che impedisce al nemico di diventare definitivamente un estraneo.
Ed è forse per questo che un incontro avvenuto nel 1219, nel fango e nel sangue di una crociata, continua ancora oggi a parlarci.
Edoardo Almagià