CronacaUltime notizie

Autonomia differenziata e diritto alla salute: l’Italia può garantire gli stessi diritti in territori diversi? – di Rosapia Farese

La salute non può dipendere dal luogo in cui si nasce o si vive. Eppure, in Italia, la distanza tra il diritto costituzionalmente riconosciuto e la sua effettiva fruizione continua a rappresentare una delle questioni più importanti per la coesione nazionale.

Il 13 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato le intese definitive sull’autonomia differenziata con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, insieme ai relativi disegni di legge. Il percorso parlamentare deve ancora compiersi, ma il passaggio riapre una domanda fondamentale: come conciliare una maggiore autonomia delle Regioni con l’uguaglianza sostanziale dei cittadini?

Non è soltanto una questione di competenze amministrative. È una questione di cittadinanza.

Autonomia e uguaglianza: due principi da tenere insieme

La Costituzione riconosce e promuove le autonomie locali, ma affida alla Repubblica anche il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano concretamente libertà e uguaglianza.

L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. L’articolo 3 richiama l’uguaglianza sostanziale; l’articolo 5 tiene insieme unità della Repubblica e autonomie; l’articolo 117 attribuisce allo Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

Non siamo dunque davanti a principi alternativi. L’autonomia può migliorare l’amministrazione pubblica, ma deve concorrere a rendere effettivi i diritti, non a differenziarne il godimento.

La sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale ha ricordato che il trasferimento deve riguardare specifiche funzioni, secondo il principio di sussidiarietà, e che la differenziazione deve essere compatibile con solidarietà e unità nazionale.

La vera questione: quali effetti sulla vita delle persone?

Le intese prevedono maggiori margini regionali nella gestione di determinate risorse sanitarie, tariffe e investimenti, senza finanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli del Servizio sanitario nazionale.

Chi sostiene il rafforzamento dell’autonomia sottolinea le possibilità di semplificazione, responsabilizzazione amministrativa e maggiore aderenza ai bisogni territoriali.

Le preoccupazioni riguardano invece le differenti capacità finanziarie e organizzative delle Regioni e il rischio che diventi più difficile ridurre divari già esistenti. Sono questioni che richiedono verifiche concrete.

Pensiamo a una persona anziana non autosufficiente, a una famiglia che attende una visita specialistica, a un malato cronico che necessita di continuità assistenziale. Il diritto formalmente riconosciuto perde efficacia quando ottenere una prestazione dipende eccessivamente dal territorio, dal reddito o dalla capacità di orientarsi nel sistema.

Un diritto non è pienamente garantito soltanto perché è scritto in una norma: deve diventare accessibile nella vita quotidiana.

Dai livelli essenziali alla qualità effettiva delle cure

Il dibattito sui Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e sui Livelli essenziali di assistenza (LEA), specifici della sanità, non può esaurirsi nella loro definizione normativa.

Occorre verificare se siano effettivamente garantiti, con quali risorse, in quali tempi e con quale qualità.

Non basta misurare la spesa sanitaria o il numero delle prestazioni erogate. Dobbiamo interrogarci sull’accessibilità, sulla continuità assistenziale, sulla partecipazione dei cittadini, sulla dignità della persona e sulla qualità delle relazioni di cura.

È questa la prospettiva dell’umanizzazione delle politiche pubbliche, che trova nel Manifesto per l’Umanizzazione della Società e nel percorso di elaborazione dell’Humanization Impact Framework (HIF) un riferimento culturale e metodologico.

L’HIF propone di integrare gli indicatori tradizionali con l’osservazione degli effetti delle decisioni sulla persona, sulle relazioni e sulle comunità.

Non si tratta di sostituire le valutazioni economiche e sanitarie, ma di completarle con una domanda: chi beneficia realmente delle scelte pubbliche e chi rischia di rimanerne escluso?

La sussidiarietà non è abbandono

Una maggiore autonomia può rappresentare un’opportunità quando favorisce innovazione, prossimità e responsabilità istituzionale.

Ma la sussidiarietà non significa lasciare ciascun territorio alle proprie risorse. Significa riconoscere capacità e responsabilità dei diversi livelli istituzionali, dentro una solidarietà nazionale concretamente esigibile.

Le Case della Comunità, l’integrazione sociosanitaria, la prevenzione e le reti del Terzo settore possono contribuire a costruire risposte più vicine ai bisogni, purché siano accompagnate da personale, risorse e strumenti di valutazione adeguati.

Il Parlamento è ora chiamato a interrogarsi non soltanto sulle competenze da trasferire, ma sulle garanzie da assicurare. Quali effetti avranno le nuove funzioni sulle Regioni interessate e sulle altre? Come saranno tutelati i territori più fragili? Quali indicatori consentiranno di verificare risultati e disuguaglianze?

La risposta non può essere affidata alle sole dichiarazioni di principio. La sfida non è scegliere tra autonomia e unità, ma costruire un’autonomia responsabile, capace di rafforzare l’uguaglianza anziché indebolirla.

Perché un Servizio sanitario realmente nazionale non richiede che tutti i territori siano amministrati nello stesso modo. Richiede che ogni persona, ovunque viva, possa vedere riconosciuta e concretamente tutelata la propria dignità.

La qualità di una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di trasformare diritti uguali in opportunità reali di cura per tutti.

Rosapia Farese