Quando il potere riscrive la storia – di Giancarlo Infante
Anche Google Map ha deciso di seguire l’ennesima, bislacca idea di Donald Trump di cambiare ufficialmente la denominazione del lago Ontario in “Lake America”. Non è più dunque solo una delle tante trovate di un Presidente che ha fatto della provocazione una componente essenziale della propria comunicazione politica. Anche se pure questo va inserito in una lunga lista di fallimenti che ne hanno fatto precipitare l’apprezzamento e la considerazione a livello mondiale.
Ma sarebbe un errore fermarsi al sorriso. Del resto, Trump si è già appropriato, almeno sul piano della denominazione ufficiale statunitense, del Golfo del Messico, trasformandolo nel “Golfo d’America”. E proprio questa insistenza sui nomi, sui simboli, sulle parole e persino sulla geografia dice qualcosa di più profondo sul modo nel quale il potere può cercare di costruire la propria realtà.
Riscrivere i nomi è, in qualche modo, un primo passo per riscrivere la storia
Riscrivere i nomi è, in qualche modo, un primo passo per riscrivere la storia cosa a cui si pesta anche Google Map che già solo per questo meriterebbe una decisa azione di boicottaggio a livello planetario.
E l’attitudine non è certo nuova. Fin dall’antichità, il potere ha cercato di cancellare dalla memoria ciò che non voleva fosse ricordato. Nell’antico Egitto, come poi in altre civiltà, non sono mancati i tentativi di eliminare dal ricordo pubblico i nomi e le immagini dei nemici o dei sovrani caduti in disgrazia. I Romani avrebbero dato a questa pratica una formulazione destinata a rimanere nella storia: damnatio memoriae. Il principio era semplice e terribile: se non posso cancellare ciò che è accaduto, posso almeno tentare di cancellarne la memoria.
I greci avevano preceduto i romani con il caso di Eròstrato che nel 356 a.C., a Efeso, incendiò il tempio di Artemide, una delle Sette Meraviglie del mondo antico. Lo fece deliberatamente per rendere immortale il proprio nome. Fu condannato a morte e gli Efesini decretarono che il suo nome non dovesse mai più essere pronunciato né tramandato. E c’è una splendida ironia storica che vedremo se si applicherà a Trump e alla riscrittura del nome del lago Ontario : la damnatio memoriae di Eròstrato fallì completamente. Il suo nome, che si voleva cancellare, nonostante tutto è arrivato fino a noi mentre sembra che non si sappia proprio niente del tempio che distrusse. E’ molto probabile che quando Trump uscirà di scena, le acque del Lago Ontario saranno sempre le stesse, così come il suo nome.
E’ successo anche a Stalin che ha portato questa logica dentro la modernità politica, utilizzando anche la manipolazione delle immagini per modificare la memoria stessa della Rivoluzione, in particolare della figura di Lev Trotsky. Le fotografie della prima stagione rivoluzionaria venivano ritoccate per eliminarlo dalle immagini della Rivoluzione giacché divenuto l’acerrimo avversario di Stalin.
Non si trattava più soltanto di distruggere una statua o cancellare un’iscrizione. Si interveniva sulla fotografia, cioè sulla testimonianza visiva di ciò che era realmente accaduto. La manipolazione diventava così uno strumento per riscrivere la storia. Una storia naturalmente funzionale al potere che la riscrive.
Dietro la provocazione c’è una strategia
Quella di Trump appare, a prima vista, una versione molto più banale e persino più grottesca dello stesso fenomeno. Sarebbe sbagliato metterla sullo stesso piano delle dittature che hanno utilizzato sistematicamente la falsificazione della storia come strumento di dominio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarla come una semplice impresa da “guitto di periferia”. Perché il “guitto” dispone di un potere immenso. E dietro la battuta, la provocazione, il nome cambiato e la dichiarazione apparentemente assurda c’è una strategia comunicativa che ha dimostrato di saper incidere profondamente sull’immaginario collettivo.
Trump conosce il valore politico delle parole. Sa che una comunicazione continuamente alimentata da provocazioni, slogan e racconti semplici può occupare lo spazio pubblico molto più efficacemente di una discussione complessa sui problemi reali. È un misto di megalomania, strategia comunicativa e costruzione di racconti funzionali.
Racconti che possono servire anche a spostare l’attenzione dagli insuccessi, dalle contraddizioni e dai problemi concreti del governo verso una realtà simbolica nella quale il leader appare sempre protagonista, sempre capace di imporre l’agenda, sempre in grado di stabilire ciò di cui si deve parlare.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe pericoloso sorridere troppo. Perché Trump, in questa sua propensione a reinterpretare nomi, confini, identità e vicende storiche, non è affatto solo. È in buona compagnia. La rilettura della storia è infatti diventata uno degli strumenti attraverso i quali diversi movimenti politici cercano di costruire una legittimazione del presente.
Ritorno al passato per giustificare le pretese del presente
Si torna al passato per trovare una giustificazione alle pretese del presente. Si selezionano episodi, personaggi e tradizioni. Si cancellano le responsabilità più scomode. Si trasformano sconfitte in epopee, dittature in stagioni di ordine, aggressioni in inevitabili guerre difensive. È una tendenza che attraversa anche una parte dell’estrema destra europea.
In Italia c’è ancora chi sostiene che, tutto sommato, Mussolini abbia fatto anche “qualcosa di buono”, quasi che le realizzazioni materiali di un regime possano essere separate dalla natura della dittatura, dalla repressione, dalle leggi razziali e dalla guerra. In Germania, settori dell’AfD hanno prodotto nel tempo dichiarazioni e atteggiamenti che tendono a relativizzare o rivalutare aspetti della storia tedesca legati al nazismo. Il meccanismo è sempre lo stesso Non si nega necessariamente tutto il passato. Se ne prende una parte. La si separa dal contesto per costruire una nuova identità politica e fornire agli autori di questa manipolazione una verginità politica e un apparente solido basamento storico e culturale..
Quando il potere comincia a stabilire non soltanto ciò che bisogna fare, ma anche come bisogna chiamare le cose, il problema non è più soltanto linguistico. È culturale. È politico. Investe i principi democratici. E nei limiti del possibile, nel nostro piccolo dell’Italia, qualcosa si può fare per respingere questa tentazione.
Giancarlo Infante