Ripensare il modello capitalistico dal basso – di Roberto Pertile
Alla luce degli eventi geopolitici di questi mesi e dagli scambi di idee avuti scaturisce una riflessione che può riguardare, da vicino, il sistema italiano di relazioni industriali. C’è una richiesta di cambiamento, sia per ovviare alle crescenti disuguaglianze sociali e alla forte riduzione del ruolo sociale del lavoratore di medio reddito, sia per rispondere alla domanda, da parte delle forze economiche riformiste, di modificare il modello tecnologico, che sta sostituendo quello neo-liberista degli anni 1989/2008, modello che privilegiava nettamente il capitale rispetto al lavoro.
Va considerato che la presente struttura capitalista non è un dato immutabile; è il risultato storico dello scontro e della dialettica degli interessi delle classi e dei gruppi sociali, in specie di quelli operanti in Occidente. Su questo tema, leggiamo:” abbiamo creato il sistema capitalistico e abbiamo la possibilità di plasmarlo nella forma di cui abbiamo bisogno “( Colin Mayer, Oxford,31-1-23).
Forse è arrivato il momento di fare sostanziali modifiche al modello di capitale attuale. Innanzi tutto, mettendo in discussione il principio, largamente condiviso, che chi guadagna di più, vale di più; con il corollario che il fine di “fare denaro per il denaro” le persone vengono considerate solo come una risorsa seconda da impiegare e da manipolare per ottenere performance, calpestandone, a volte, la dignità. Alla cultura del “denaro per il denaro” vanno ormai contrapposti nuovi modelli di gestione dei rapporti tra il capitale e il lavoro. Tenendo conto, anche e soprattutto, della peculiarità delle singole aree produttive e dei collegamenti a rete.
A questo proposito, dalle dinamiche economiche attuali notiamo che le imprese, anche di media grandezza, sviluppano volumi di ricchezza tali da renderle autonome dai vincoli delle politiche centralizzate dei Governi. In particolare, l’impiego delle tecnologie digitali avanzate consente, oggi, all’impresa di realizzare fatturati con elevato valore aggiunto, tali da consentire di progettare e gestire, localmente, un nuovo rapporto tra capitale e lavoro. Ciò grazie anche all’ausilio auspicabile di un comportamento attivo della comunità territoriale, dove si realizza la ricchezza. Emerge, in tal modo, sempre di più, il peso economico del territorio, anche perché l’impresa partecipa sovente a filiere tecnologiche e commerciali a rete, dove la divisione del lavoro prescinde dai singoli governi, impotenti di fronte alle attuali multinazionali.
Tuttavia, l’intreccio dei mercati, con i loro mix di interessi commerciali, favorisce l’incremento del capitale a scapito del lavoro. E’ un conflitto strutturale, non eliminabile, però modificabile, se si crede nella centralità della dignità della persona. Questa trasformazione dell’attuale scopo sociale fa emergere un aspetto molto innovativo del rapporto capitale/lavoro: non è più esaustiva la remunerazione monetaria per soddisfare le attese salariali del lavoratore. Particolarmente, questa nuova modalità salariale ( il servizio reale al posto del denaro) interessa il lavoro femminile. Infatti, al posto di alcune voci della busta paga, può essere più gratificante la fruibilità di specifici servizi del territorio, funzionali, ad esempio, al rapporto “lavoro della donna/famiglia“ oppure al “lavoro remoto”.
Assumerebbe, così, un ruolo decisivo la capacità della comunità di accogliere le istanze del mercato del lavoro locale, e di diventare un soggetto propositivo di coesione sociale, perché capace di fare sistema con imprese e lavoratori, nell’attuare programmi di investimenti sociali, secondo accordi salariali concordati tra datori di lavoro e lavoratori. Acquisterà, sempre più, importanza la prosperità realizzabile sul territorio a diretto vantaggio del lavoratore, generando, così, dal basso, un nuovo modello di vita sociale.
L’attuale trattativa sindacale, invece, non contempla una revisione sistematica del modello capitalista. Attualmente, il confronto sindacale è l’ espressione tradizionale di una contrapposizione di interessi di classe, che trovano la loro composizione nella stipula del CCNL, strumento base per l’articolazione monetaria del salario/stipendio. È ancora il modello fordista, che va superato, scegliendo di operare per un nuovo scopo sociale, che parla di dignità dei lavoratori, come sostiene con forza la Dottrina Sociale della Chiesa, tramite il Magistero del Papa Leone XIV.
Lo si realizza con il dialogo e il coinvolgimento della comunità territoriale, dove le forze sociali possono misurarsi per operare una coesione sociale sul territorio, tenendo conto anche dei livelli di giustizia distributiva raggiunti in fabbrica. Questo processo è finalizzato a implementare la prosperità economica, sociale e culturale del territorio, frutto di una sinergia tra tre componenti: la comunità, la fabbrica e i lavoratori. Allo strumento del CCNL va delegato soltanto il quadro generale.
Riassumendo, il confronto economico, mediante la partecipazione di tutti e tre i soggetti, diventa la premessa per la formazione di un valore sociale aggiunto, risultante dalla dialettica tra: comunità, lavoro e capitale. In tale modo, il rapporto capitale e lavoro diventa una diretta espressione del territorio.
La via proposta a tre può consentire, infine, una composizione duratura dello scontro di interessi che strutturalmente esiste tra imprenditori e lavoratori. Infatti, si danno vita a processi strutturali di creazione di valore sociale. In altri termini, i lavoratori e gli imprenditori possono concordare, all’interno del contratto di lavoro, investimenti che implementano le infrastrutture sociali del territorio, anche in sostituzione di aumenti salariali. Si realizza un’intesa dal basso, concertata tra forze sociali di base, che rende operativo un cambiamento del modello capitalistico nella direzione della tutela della dignità della persona.
Roberto Pertile