Afghanistan: la polvere messa sotto il tappeto
Cinque anni dopo l’abbandono dell’Afghanistan, quello che rimane di una delle più lunghe guerre dell’Occidente non è soltanto la riconquista del potere da parte dei talebani. Rimane soprattutto il fallimento di una stagione politica nella quale si era pensato, o almeno raccontato, che la democrazia potesse essere esportata attraverso le armi.
Era una favola politica che serviva a coprire interessi molto più concreti e a rivestire di una sorta di morale politico-culturale una partita di potere di dimensione globale. Per anni abbiamo sentito parlare della necessità di costruire istituzioni democratiche, garantire la sicurezza, emancipare le donne, modernizzare il Paese. Poi, nel giro di poche settimane, tutto è crollato e Kabul è tornata nelle mani dei talebani.
Allora fu facile puntare il dito contro Joe Biden. La precipitosa conclusione del ritiro americano offrì immagini drammatiche e difficili da dimenticare. Ma sarebbe troppo semplice attribuire soltanto a lui la responsabilità di una sconfitta maturata molto prima. Biden, durante la campagna elettorale, aveva promesso il ritiro e, in qualche modo, aveva preso atto di un fallimento che molti, negli stessi ambienti democratici americani e non soltanto americani, avevano previsto già molto tempo prima.
Dopo quasi vent’anni di guerra, migliaia di morti e una quantità enorme di risorse impiegate, l’Afghanistan veniva comunque riconsegnato ai talebani.
La vera responsabilità, allora, riguarda anche tutti gli altri Paesi occidentali che avevano partecipato a quella avventura e che, una volta arrivato il momento di andarsene, seguirono Washington attribuendo però a Biden la colpa di una decisione che non poteva essere soltanto americana.
Cinque anni dopo, tuttavia, la questione afghana ci presenta un’altra faccia della stessa storia. Non più l’esportazione della democrazia, ma la rimozione delle conseguenze di quella stagione.
È quanto racconta con particolare efficacia Lyse Doucet, corrispondente internazionale della BBC, in un reportage dal confine tra Pakistan e Afghanistan e da Kabul. Il titolo è già una fotografia della tragedia: “I’ve never been to Afghanistan”: sei milioni di deportati costretti a ricominciare sotto i talebani.
Il dato è impressionante. Secondo l’UNHCR, in poco meno di tre anni circa sei milioni di persone sono rientrate in Afghanistan. Solo quest’anno, dal Pakistan e dall’Iran, il numero ha già raggiunto un altro milione. È uno dei più grandi movimenti transfrontalieri di popolazione del mondo contemporaneo.
Ma chiamarlo semplicemente “ritorno” rischia di nascondere la realtà. Molti di questi afghani non stanno tornando volontariamente nel Paese dal quale erano fuggiti. Vengono espulsi. Alcuni non vi hanno mai vissuto. È il caso di Nazia, 35 anni, nata in Pakistan e costretta ora ad attraversare il confine verso un Paese che non ha mai conosciuto.
È forse questa l’immagine che più di ogni altra dovrebbe interrogare le nostre coscienze: persone che per decenni hanno costruito la propria vita fuori dall’Afghanistan vengono oggi ricondotte in un Paese nel quale non hanno una casa, un lavoro, spesso neppure qualcuno che possa accoglierle.
Pakistan e Iran hanno deciso di accelerare le espulsioni degli afghani privi di documenti, sostenendo che il loro rientro sia necessario per ragioni di sicurezza e per il peso economico della loro presenza. Ma secondo le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani, la repressione si è estesa anche a persone regolarmente registrate.
La conseguenza è che un Paese già devastato da decenni di guerra si trova oggi a dover assorbire milioni di persone che arrivano senza risorse. L’UNHCR stima che 21,9 milioni di afghani, quasi la metà della popolazione, abbiano bisogno di assistenza per sopravvivere. L’UNICEF ha recentemente segnalato che un milione di bambini è esposto a forme di malnutrizione potenzialmente letali.
E tutto questo avviene mentre l’attenzione internazionale sull’Afghanistan si è progressivamente spenta. È qui che il reportage della BBC diventa qualcosa di più di una cronaca umanitaria. Ci racconta ciò che accade quando una guerra finisce politicamente ma non finisce affatto per le persone che ne hanno subito le conseguenze.
Perché il problema dell’Afghanistan è stato, in larga misura, messo sotto il tappeto.
Abbiamo lasciato il Paese ai talebani e abbiamo progressivamente spostato altrove lo sguardo. Ma sotto quel tappeto sono rimasti milioni di esseri umani, una società impoverita, donne private di gran parte dei loro diritti, ragazze escluse dalla scuola secondaria e dall’università, ex appartenenti alle forze di sicurezza che vivono nella paura delle ritorsioni.
La BBC raccoglie anche la testimonianza di un ex appartenente alle forze di sicurezza afghane che, dopo essere stato deportato dall’Iran e poi dal Pakistan, vive nascosto con la famiglia. Non si fida dell’amnistia promessa dai talebani perché, racconta, molti dei suoi ex colleghi sono stati uccisi.
È difficile non vedere, dietro queste storie, il prezzo umano di una guerra che avevamo presentato anche come una missione per costruire un nuovo Afghanistan.
Naturalmente non tutto ciò che accade oggi può essere attribuito direttamente all’Occidente. Le responsabilità dei talebani sono evidenti, così come quelle dei governi di Pakistan e Iran per le modalità con cui stanno conducendo le espulsioni. Ma proprio per questo occorre distinguere le responsabilità senza cancellare la nostra.
Abbiamo contribuito per vent’anni a costruire un sistema politico e militare che non è sopravvissuto al momento in cui abbiamo deciso di ritirarci. Abbiamo sostenuto una strategia che aveva tra i suoi obiettivi dichiarati la trasformazione dell’Afghanistan e, quando quella strategia è fallita, abbiamo lasciato il Paese alle sue sorti.
Il problema non è dunque soltanto che la democrazia non sia stata “esportata”. Il problema è che, dopo aver preteso di trasformare una società attraverso la forza militare, abbiamo finito per comportarci come se le conseguenze di quel fallimento non ci riguardassero più.
E oggi assistiamo a qualcosa di ancora più paradossale. Milioni di afghani che per anni erano stati considerati rifugiati, lavoratori, persone da proteggere o semplicemente esseri umani in fuga dalla guerra vengono ora rispediti proprio nel Paese dal quale le generazioni precedenti erano scappate.
È difficile non chiamarla, con tutta la prudenza necessaria davanti a una vicenda così complessa, una delle più grandi deportazioni di massa dell’epoca contemporanea. E mentre ciò accade, l’Afghanistan torna ai margini dell’agenda internazionale.
È questa forse la vera lezione di questi cinque anni. La stagione dell’esportazione della democrazia è finita non soltanto perché le immagini di Kabul del 2021 ne hanno mostrato il fallimento, ma perché il mondo occidentale ha scelto, dopo quella sconfitta, di occuparsi sempre meno delle conseguenze.
Abbiamo cambiato linguaggio: dalla costruzione della democrazia alla gestione dell’emergenza, dalla trasformazione politica alla sicurezza delle frontiere, dalla protezione dei rifugiati al loro rimpatrio. Ma sotto il tappeto il problema è rimasto.
E sotto quel tappeto ci sono oggi sei milioni di persone che, secondo l’UNHCR, sono state costrette a ricominciare la propria vita in Afghanistan. Un Paese che per molti di loro non è nemmeno il luogo nel quale sono nati.
Forse è arrivato il momento di chiederci se quella che abbiamo chiamato per anni “esportazione della democrazia” non sia stata anche una gigantesca illusione politica. E se il modo in cui oggi ci stiamo liberando delle sue conseguenze — lasciando che milioni di persone vengano riportate indietro — non rappresenti semplicemente l’ultimo, più amaro capitolo di quella stessa storia.
Non abbiamo risolto i problemi dell’Afghanistan. Abbiamo semplicemente smesso di guardarlo.