In attesa del disastro? Le dichiarazioni contano – di Giancarlo Infante
Le dichiarazioni contano. Soprattutto in tempo di guerra, quando la voce più grossa, quella che davvero pesa, la fanno i fatti: le armi, le operazioni militari, quelle di intelligence e di spionaggio. E spesso tra le prime e le seconde esiste un legame preciso, perché gli interventi dei principali attori di un conflitto non sono rivolti soltanto all’avversario. Sono messaggi destinati, prima di tutto, agli altri protagonisti dello scontro, a quelli direttamente coinvolti e a quanti vi partecipano in maniera più o meno forte. Ma sono messaggi rivolti anche al resto del mondo.
La giornata di ieri è stata, da questo punto di vista, particolarmente piena di segnali che non possono non preoccupare. In particolare, le gravi dichiarazioni di Volodymyr Zelensky, arrivato a minacciare l’abbattimento degli aerei di linea che dovessero sorvolare i cieli russi, e lo scambio di accuse e avvertimenti tra Berlino e Mosca dopo che le autorità tedesche hanno reso noto il ritrovamento a Lipsia di droni e altro materiale bellico, attribuito alla possibile preparazione di azioni contro il territorio tedesco.
Al di là della fondatezza e dell’interpretazione di ciascuna di queste notizie, il dato politico che emerge è difficile da ignorare: l’Europa è più che mai parte di questa guerra. E basta davvero poco perché vi entri, ahinoi, a vele spiegate.
Ma con l’Europa entrerebbe in guerra anche una parte sempre più ampia del mondo. Perché l’eventuale abbattimento di un aereo civile nei cieli russi potrebbe rappresentare qualcosa di enormemente più grave di un ulteriore episodio della guerra in Ucraina. Potrebbe diventare l’innesco di una reazione a catena capace di trasformare un conflitto combattuto ancora per gran parte per procura e sul territorio ucraino in una guerra diretta, nella quale il coinvolgimento di altri Paesi diventerebbe difficilmente controllabile.
E a quel punto non parleremmo più di una guerra combattuta “a pezzi”, ma di qualcosa che potrebbe assumere una dimensione molto più vasta.
È questo che vogliamo? La risposta, naturalmente, è scontata. Nessuno può desiderare che una guerra già terribile si trasformi in un conflitto generalizzato tra potenze dotate di arsenali capaci di mettere a rischio la sicurezza dell’intero continente e, potenzialmente, del mondo.
Ma proprio per questo la domanda successiva è inevitabile: che cosa stiamo facendo per impedire che ciò accada?Perché oggi dobbiamo fare i conti con una constatazione che appare sempre più difficile da eludere: non sembrano esistere ancora i termini politici necessari per arrivare almeno a una tregua, a una fase di decantazione, a uno spazio nel quale le parti possano fermarsi, ripensare le proprie posizioni e cercare una via d’uscita.
È evidente che chi è stato aggredito abbia il diritto di difendersi. Ma neppure questo diritto può essere interpretato come un’autorizzazione a colpire alla cieca, né a creare deliberatamente o inconsapevolmente le condizioni perché la guerra coinvolga altri Paesi fino a trasformare un conflitto regionale in qualcosa di incontrollabile.
La difesa non può significare necessariamente l’assenza di qualsiasi limite. E soprattutto, una guerra non può essere combattuta senza interrogarsi continuamente sulle conseguenze delle proprie azioni.
Questo vale per tutti. Vale per la Russia, che ha aperto e continua a condurre una guerra di aggressione contro l’Ucraina. Vale per l’Ucraina, che ha il diritto di difendersi ma non quello di ignorare il rischio che determinate azioni possano provocare un’escalation dagli esiti imprevedibili. E vale, ancora di più, per gli Stati europei e per tutti gli altri protagonisti che, direttamente o indirettamente, stanno contribuendo alla prosecuzione del conflitto.
Il problema è che, quando le armi parlano sempre più forte e le dichiarazioni si fanno sempre più minacciose, il margine dell’errore si restringe. E allora non sarebbe più sufficiente chiedersi chi abbia ragione.
Bisognerebbe chiedersi se tutti gli attori in campo, quelli espliciti e quelli indiretti, siano ancora in grado di controllare ciò che è stato messo in movimento. È per questo che, al di là delle ragioni e dei torti che hanno prodotto e alimentano la guerra, è arrivato il momento di tracciare una linea politica sulla quale lavorare per fermare l’escalation e costruire le condizioni almeno per una tregua.
Non significa arrendersi all’aggressore. Non significa abbandonare l’Ucraina. Non significa dimenticare le responsabilità di chi ha iniziato questa guerra. Significa, più semplicemente, riconoscere che ogni guerra ha un limite oltre il quale la ricerca della vittoria rischia di produrre una sconfitta molto più grande.
Giancarlo Infante