Diritto a restare: da Grosseto una proposta nazionale contro lo spopolamento giovanile
Lo spopolamento giovanile non è un problema solo di Grosseto, della Maremma o delle aree interne. È una delle grandi questioni nazionali sulle quali l’Italia dovrebbe interrogarsi con maggiore urgenza.
Ogni territorio che perde giovani perde molto più di una generazione. Perde competenze, capacità imprenditoriale, consumi, famiglie, innovazione, vitalità sociale. E quando questo processo si prolunga nel tempo, diventa difficile persino invertire la tendenza: diminuiscono i servizi, si riducono le opportunità e altri giovani sono spinti a partire.
Per questo la proposta del “Diritto a Restare” segnalata dall’amico Amedeo Gabbrielli, del Consiglio comunale di Grosseto, merita di essere guardata non soltanto come una questione legislativa, ma come una possibile nuova impostazione delle politiche pubbliche.
Perché un giovane può restare soltanto se esiste un luogo nel quale possa trovare un’opportunità. E qui la vicenda della Maremma può diventare un esempio nazionale. A Grosseto è stata riportata all’attenzione delle istituzioni l’emergenza dello spopolamento giovanile, anche attraverso un ordine del giorno in Consiglio comunale a sostegno della proposta di legge sul “Diritto a Restare”.
Ma una legge, da sola, non basta.
Se vogliamo davvero dire a un ragazzo che può costruire il proprio futuro nel territorio in cui è nato, dobbiamo mettergli a disposizione strumenti concreti: qualcuno che lo ascolti, che lo orienti, che lo aiuti a trasformare un’idea in un progetto, che gli spieghi come accedere al credito, che lo accompagni nella ricerca del lavoro o nella creazione di un’impresa.
È esattamente su questo terreno che può assumere un significato nazionale l’esperienza del Progetto Policoro, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana.
L’idea di uno Sportello Policoro nella provincia di Grosseto nasce dunque da un’esigenza locale, ma può diventare qualcosa di più: un modello di collaborazione fra istituzioni, comunità ecclesiali, mondo produttivo e società civile per affrontare concretamente lo spopolamento.
Non si tratta di chiedere alla Chiesa di sostituirsi alle istituzioni. Al contrario. Si tratta di mettere in rete competenze e strumenti che già esistono e che troppo spesso procedono separatamente. Il Comune e gli altri enti locali possono mettere a disposizione strutture, conoscenze del territorio e capacità di collegamento con i servizi pubblici. La Diocesi può offrire una presenza capillare e una rete di relazioni. Le associazioni di categoria possono mettere in contatto i giovani con il mondo delle imprese. Il sistema cooperativo e quello del credito possono contribuire a costruire percorsi finanziari accessibili. Il terzo settore può intercettare situazioni di fragilità e soprattutto quei giovani che rischiano di rimanere fuori dai circuiti dell’istruzione e del lavoro.
Il risultato potrebbe essere un vero presidio territoriale per il lavoro e l’intraprendenza giovanile. Un luogo nel quale un ragazzo possa arrivare con un’idea ancora confusa e uscire con un percorso possibile. Un luogo nel quale si possa parlare di agricoltura, turismo sostenibile, artigianato, nuove tecnologie, servizi alla persona, cooperazione, economia sociale. Un luogo nel quale anche chi non ha alle spalle una famiglia economicamente forte possa scoprire che esistono forme di accompagnamento, garanzia e credito che possono rendere possibile ciò che altrimenti rimarrebbe soltanto un progetto nel cassetto.
È questo il significato concreto del “Diritto a Restare”. Perché restare non può significare semplicemente non partire. Restare deve significare poter scegliere di restare. E questa è una differenza enorme. Un giovane che rimane perché non ha alternative è un giovane trattenuto. Un giovane che rimane perché trova lavoro, può fare impresa, costruire una famiglia e realizzare le proprie aspirazioni è invece un giovane che ha esercitato una scelta. È su questa differenza che dovrebbe essere costruita una politica nazionale contro lo spopolamento.
Per questo la Maremma può avanzare una proposta che va oltre i propri confini. Perché se lo Sportello Policoro può essere utile a Grosseto, può esserlo anche in molte altre province italiane che vivono lo stesso problema: dalle aree interne dell’Appennino ai piccoli comuni del Mezzogiorno, dalle zone montane ai territori periferici del Centro-Nord.
L’Italia è piena di territori che non hanno bisogno soltanto di incentivi economici occasionali. Hanno bisogno di presenza, accompagnamento e connessioni. Hanno bisogno di qualcuno che trasformi le opportunità esistenti in opportunità realmente accessibili. E allora la domanda nazionale dovrebbe essere molto semplice: quanti territori italiani hanno oggi un luogo nel quale un giovane possa andare per capire come trasformare la propria idea di lavoro in un progetto concreto? Se la risposta è “troppo pochi”, allora abbiamo trovato uno dei problemi.
Il “Diritto a Restare” dovrebbe partire anche da qui: non soltanto dalle norme, ma dalla costruzione di una rete territoriale capace di rendere quelle norme utilizzabili. La proposta che arriva dalla Maremma potrebbe quindi diventare un invito rivolto a tutte le istituzioni locali italiane: Comuni, Province, Regioni, Diocesi, associazioni, imprese, cooperative, banche e organizzazioni del terzo settore.
Non aspettare che i giovani partano per poi chiedersi perché se ne sono andati. Andare incontro ai giovani prima che decidano di partire. È questa, forse, la vera politica del “Diritto a Restare”.
E Grosseto potrebbe avere l’occasione di trasformare una richiesta locale in un esperimento nazionale: non una nuova dichiarazione contro lo spopolamento, ma un presidio concreto nel quale il territorio si assume la responsabilità del proprio futuro.
Perché alla fine il problema non è soltanto quanti giovani se ne vanno.
È se un Paese sia ancora capace di creare le condizioni perché un giovane possa guardare al luogo in cui è nato e dire: qui posso costruire la mia vita.