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Schiavitù, richiesta ricompensa storica ed economica. Il Ghana in prima linea

Nel 2026 il dibattito globale sulla tratta transatlantica degli schiavi ha cambiato tono in modo radicale. Le richieste di scuse formali, cancellazione del debito e compensazioni economiche sono diventate più pressanti, e al centro di questa nuova stagione c’è il Ghana, che ha assunto un ruolo di guida morale e politica nella battaglia per le riparazioni. È stato infatti il Ghana a presentare la risoluzione ONU che definisce la schiavitù “il più grande crimine contro l’umanità”, e a ospitare ad Accra un vertice internazionale con delegati da 80 paesi, convinti che il tempo delle riparazioni sia ormai arrivato.

Il ministro degli Esteri Samuel Okuzeto Ablakwa ha spiegato alla Bbc che il Ghana non può tacere: una parte significativa degli africani deportati proveniva proprio da quelle regioni, e ancora di più furono imbarcati dalle sue coste. “Ghana era la scena del crimine”, afferma, e per questo il paese ha ricevuto dall’Unione Africana il mandato di essere “campione della giustizia riparatoria”. Ablakwa immagina un sistema di riparazioni che non sia una semplice compensazione economica, ma un investimento nel futuro: borse di studio, fondi per giovani imprenditori, ricerca sulle conseguenze sanitarie della schiavitù.

Tra le istituzioni chiamate a rispondere c’è anche la Chiesa d’Inghilterra, che nel XVIII secolo possedeva piantagioni e schiavi e investì ingenti somme nella tratta. L’arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally, ha visitato Cape Coast Castle, uno dei principali forti britannici della tratta, e ha pregato alla “Porta del Non Ritorno”. Ha definito la schiavitù “un male di una profondità sconvolgente” e ha riconosciuto che la Chiesa deve accompagnare le scuse con azioni concrete, come il fondo da 100 milioni di sterline creato per sostenere le comunità colpite dall’eredità della schiavitù. Ma anche all’interno della Chiesa non mancano resistenze, così come nel dibattito globale.

Uno dei nodi più delicati riguarda la complicità di alcune comunità africane nella cattura e vendita di schiavi. Ablakwa respinge questa narrazione come una strategia per dividere e confondere, ricordando che l’intera architettura economica e giuridica della tratta fu costruita dalle potenze europee, e che “nessun africano era al tavolo” quando venivano scritte leggi, polizze assicurative e contratti. Tuttavia, in Ghana il tema è affrontato con maggiore complessità. Ma il re dei Ga, Tackie Teiko Tsuru II, ha chiesto pubblicamente perdono per il ruolo dei suoi antenati, riconoscendo che alcune comunità africane furono intermediari della tratta. Per lui, ammettere la verità storica non indebolisce la richiesta di riparazioni, ma rafforza la credibilità morale dell’Africa.

Il Ghana sta anche cercando di guarire le ferite della schiavitù attraverso un’altra iniziativa: invitare la diaspora africana, soprattutto afroamericani, a visitare il paese e riconnettersi con la propria storia. L’idea iniziale era quella di un incontro umano e spirituale, ma secondo alcuni, come nel caso del ricercatore Yaw Asare, l’iniziativa è stata in parte trasformata in un progetto turistico, con effetti negativi sui residenti e una commercializzazione che ha oscurato il lavoro psicologico necessario per affrontare il trauma collettivo. Asare denuncia che la diaspora viene spesso trattata come fonte di reddito, con prezzi gonfiati e biglietti d’ingresso ai siti della schiavitù identici a quelli dei turisti europei. Per lui, la vera riparazione deve partire dalla cura delle ferite profonde che la schiavitù ha lasciato nella società ghanese, visibili ancora oggi in luoghi come Jamestown, dove le case sono costruite vicinissime per paura — tramandata nei secoli — di essere catturati.

La conclusione  è chiara: la giustizia riparatoria non può essere solo finanziaria. Deve affrontare il trauma storico, riconoscere le responsabilità, ricostruire legami umani spezzati e permettere alle comunità di guardare al futuro con una nuova consapevolezza.