Il collasso economico della Cisgiordania
L’economia della Cisgiordania è sull’orlo del collasso. Se n’è occupato il New York Times registrando che dal 7 ottobre 2023, il governo Netanyahu ha imposto una serie di misure che hanno paralizzato la vita quotidiana e messo in ginocchio l’Autorità Palestinese (AP). Israele ha bloccato l’ingresso di decine di migliaia di lavoratori palestinesi, trattenuto miliardi di dollari di entrate fiscali e imposto restrizioni bancarie che hanno soffocato imprese e famiglie.
Secondo il primo ministro palestinese Mohammed Mustafa, “tutti sono stati colpiti”. La Cisgiordania dipende economicamente da Israele, che controlla valute, confini, importazioni e flussi finanziari. Dopo l’attacco di Hamas, questa dipendenza è diventata un’arma economica.
Lavoro e entrate fiscali: due colonne crollate
Israele – ricorda il quotidiano americano – ha revocato i permessi di lavoro a decine di migliaia di palestinesi, facendo schizzare la disoccupazione al 28%. Poi, nel 2025, ha iniziato a trattenere centinaia di milioni al mese di tasse doganali destinate all’AP: una voce che rappresenta due terzi del bilancio palestinese.
Il risultato è devastante: stipendi dimezzati per 140.000 dipendenti pubblici, scuole aperte solo tre giorni a settimana, ospedali con personale ridotto e farmacie senza medicinali.
Banche paralizzate e rischio di collasso finanziario
Israele ha limitato la quantità di shekel che le banche palestinesi possono trasferire a quelle israeliane. Questo ha bloccato circa 5,7 miliardi di dollari nei caveau della Cisgiordania, impedendo alle imprese di importare beni essenziali.
Le due banche israeliane che ancora collaborano con quelle palestinesi minacciano di interrompere i rapporti per paura di cause legali legate al finanziamento del terrorismo. Il governatore della Palestinian Monetary Authority avverte che l’economia è vicina a una “crisi totale”.
Israele ha persino suggerito ai palestinesi di prepararsi a sostituire lo shekel: una mossa che, secondo gli economisti, creerebbe caos e renderebbe gli scambi con Israele molto più costosi.
Imprese e famiglie allo stremo
Il collasso è visibile ovunque. A Majd, vicino Hebron, il proprietario di un supermercato ha 155.000 dollari di crediti non pagati dai clienti e non riesce più a rifornirsi. A Nablus, un agente di polizia ha visto il suo stipendio dimezzato e può permettersi la carne solo una volta a settimana.
Le restrizioni ai movimenti aggravano la crisi: a Hebron l’esercito israeliano ha chiuso cinque dei sette accessi alla città, bloccando il commercio interno.
L’unica speranza: un cambio di governo in Israele
L’AP ha adottato misure di austerità e chiesto aiuti internazionali, finora ignorati. Analisti e funzionari palestinesi ritengono che l’unica via d’uscita sia un cambio politico in Israele nelle elezioni di ottobre: un governo meno ideologico potrebbe allentare la pressione economica.
Intanto, la vita quotidiana si sgretola. Una paziente oncologica, lasciando l’ospedale di Ramallah con metà dei farmaci mancanti, dice: “È il momento peggiore per ammalarsi di cancro”.