Quant’è distante l’Africa – di Edoardo Almagià
C’è una parola che, più di altre, sembra definire il rapporto tra l’Occidente e l’Africa: distanza. Non soltanto geografica, ma immaginativa, culturale, persino emotiva. È una distanza che non si misura in chilometri, ma in rappresentazioni, in narrazioni sedimentate, in semplificazioni reiterate fino a diventare senso comune.
Eppure, paradossalmente, mai come oggi l’Africa è stata così presente nello spazio pubblico occidentale. Nei notiziari, nei report economici, nei discorsi politici, nelle campagne umanitarie, nei festival culturali. Ma questa presenza non coincide necessariamente con una comprensione più profonda. Anzi, spesso ne è il contrario: una sovraesposizione che convive con una persistente superficialità. Si tratta di paesi e popoli che osserviamo quasi sempre dal buco della serratura e dei quali sappiamo troppo poco e quel poco spesso non è positivo. Parliamo di gente che ha le sue tradizioni, le sue culture e vuol vivere e che chiede di essere notata e apprezzata.
Il primo nodo, forse il più evidente, è linguistico e concettuale. Il termine Africa continua a essere utilizzato in Occidente come ad indicare una categoria unica, quasi monolitica, che ingloba 54 paesi, migliaia di lingue, una pluralità di sistemi politici, economici e culturali.
Si parla di Africa quasi come fosse un singolo Stato. Si costruiscono narrazioni che cancellano le differenze tra il Marocco e il Mozambico, tra il Ghana e la Somalia, tra le metropoli iperconnesse e le aree rurali più isolate. È una semplificazione comoda, ma profondamente fuorviante.
Questa tendenza ha radici storiche. L’eredità coloniale ha prodotto una conoscenza dell’Africa filtrata attraverso categorie europee, spesso funzionali al dominio più che alla comprensione. E, in forme più sottili, questa impostazione continua a influenzare lo sguardo contemporaneo a partire dalla definizione delle frontiere.
Due registri emotivi dominano gran parte della percezione occidentale dell’Africa: il pietismo e la paura.
Da un lato, l’Africa come luogo di crisi permanente: carestie, guerre, epidemie, povertà estrema. Un continente rappresentato attraverso immagini di sofferenza che attivano meccanismi di compassione, ma anche di distanza. È l’Africa delle campagne umanitarie, dove la complessità viene compressa in una narrazione emergenziale.
Dall’altro, l’Africa come minaccia: flussi migratori percepiti come incontrollabili, instabilità politica vista come fattore di rischio globale, terrorismo che si espande nel Sahel ed in Somalia, guerra civile nel Sudan e gravissima emergenza umanitaria. È una narrazione che alimenta paure e giustifica politiche di contenimento, più che di cooperazione.
Questi due registri, apparentemente opposti, condividono un tratto comune: privano l’Africa di capacità di agire. La riducono a oggetto — di aiuto o di contenimento — raramente a soggetto autonomo.
Eppure, esiste un’altra Africa, spesso meno visibile nel discorso occidentale: quella della crescita economica, dell’innovazione tecnologica, delle nuove classi urbane, delle industrie creative.
Città come Lagos, Nairobi o Accra sono oggi laboratori di trasformazione, dove si sviluppano start-up, si sperimentano modelli di finanza digitale, si producono contenuti culturali che circolano a livello globale.
Il fenomeno di piattaforme come M-Pesa in Kenya ha rivoluzionato l’accesso ai servizi finanziari, anticipando soluzioni che in Occidente sono arrivate più tardi. Nollywood, l’industria cinematografica nigeriana, è tra le più prolifiche al mondo.
Eppure, queste storie faticano a entrare nella corrente visione occidentale con la stessa forza delle narrazioni di crisi. Non perché siano meno rilevanti, ma perché non si inseriscono facilmente nelle categorie interpretative consolidate. In poche parole, un’Africa che cresce senza riuscire a raccontarsi.
La percezione dell’Africa in Occidente è fortemente mediata dalle immagini. Fotografie, reportage, documentari. E le immagini, si sa, non sono mai neutrali. Hanno sempre un peso. Per decenni, l’Africa è stata rappresentata attraverso un’estetica della scarsità: corpi sofferenti, paesaggi aridi, villaggi isolati, carcasse di animali essiccate al sole. Anche quando l’intento era quello di sensibilizzare, il risultato è stato spesso quello di fissare un’immagine unidimensionale e per questo, pur essendone parte, in più di un modo distante dalla realtà.
Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando. Fotografi, scienziati, artisti, registi africani stanno producendo nuove rappresentazioni più complesse e più sfaccettate. Ma la loro diffusione in Occidente resta limitata rispetto ai circuiti più tradizionali dell’informazione.
Un altro elemento che sta ridefinendo la percezione occidentale dell’Africa è la crescente competizione geopolitica. Il continente è diventato terreno di interesse strategico per potenze globali: dalla Cina alla Russia e alla Turchia, passando per gli Stati Uniti e l’Unione Europea, per non parlare di Emirati Arabi Uniti e monarchia saudita.
Investimenti infrastrutturali, accordi commerciali, cooperazione militare: l’Africa è sempre più al centro di dinamiche globali. Questo ha prodotto, in Occidente, una nuova attenzione, ma spesso filtrata da logiche di competizione più che di comprensione. L’Africa viene vista come “spazio di influenza”, “mercato emergente”, “frontiera strategica”. Definizioni che, ancora una volta, tendono a oggettivare il continente, più che a riconoscerne la soggettività politica.
Forse nessun tema ha inciso tanto sulla percezione occidentale dell’Africa quanto quello delle migrazioni. Le immagini delle traversate nel Mediterraneo, gli sbarchi sulle coste europee, i dibattiti politici interni ai paesi dell’Unione Europea hanno contribuito a costruire un’associazione quasi automatica tra Africa e questione migratoria.
Eppure, i dati raccontano una realtà più complessa: la maggior parte delle migrazioni africane avviene all’interno del continente stesso. Ma questa dimensione resta spesso invisibile nel discorso pubblico occidentale, che tende a focalizzarsi esclusivamente sui flussi verso l’Europa. Il risultato è una percezione distorta, in cui l’Africa appare principalmente come “origine” di un fenomeno da gestire, più che come spazio di mobilità articolata e dinamica.
Negli ultimi anni, tuttavia, stanno emergendo segnali di cambiamento. La letteratura africana contemporanea, la musica, la moda, il cinema stanno guadagnando visibilità in Occidente, contribuendo a costruire una percezione più articolata.
Autori, artisti e intellettuali africani — spesso in dialogo con la diaspora — stanno proponendo narrazioni alternative, che sfidano gli stereotipi e rivendicano la complessità del continente.
È un processo lento, non lineare, ma significativo. La percezione infatti non cambia soltanto attraverso i dati o le analisi, ma attraverso le storie che circolano, le immagini che si diffondono, le voci che trovano spazio. Cultura, quindi, come contro-narrazione.
In fondo, la percezione occidentale dell’Africa dice molto anche dell’Occidente stesso. Delle sue paure, delle sue aspettative, delle sue difficoltà a confrontarsi con un mondo sempre più multipolare e spesso confuso.
Superare le semplificazioni non significa negare i problemi reali — che sono molti e spesso gravi — ma inserirli in un quadro più ampio, che riconosca anche le dinamiche positive, le trasformazioni in atto, le capacità di innovazione e le grandi ricchezze del continente, incluse quelle umane. Significa, soprattutto, accettare l’idea che l’Africa non è un oggetto da interpretare, ma un insieme di soggetti che producono significato. Per noi uno sguardo più complesso ed una relazione da ripensare.
Forse la sfida più grande è proprio questa: costruire uno sguardo capace di tenere insieme contraddizioni, di evitare scorciatoie e di resistere alla tentazione della semplificazione.
Un’Africa che è insieme crisi e opportunità, tragedia e speranza, fragilità e resilienza, tradizione e innovazione. Un continente che non può essere ridotto a una narrazione unica, perché è, per sua natura, plurale, contraddittorio e complesso.
Finché queste caratteristiche non entreranno davvero nell’immaginario occidentale, la distanza resterà senza poter essere colmata. Ma i segnali di cambiamento ci sono. E raccontano di una relazione che, pur tra molte difficoltà, potrebbe finalmente evolvere verso una forma più matura, più equilibrata, e forse — finalmente — più vera. Altro che piano Mattei.
Edoardo Almagià









