La Politica come carità in don Luigi Sturzo

La Politica come carità in don Luigi Sturzo

All’anniversario dell’unificazione nazionale politologi e storici fanno a gara per esaltarla come l’obiettivo naturale per la formazione del nuovo Stato italiano, spesso dimenticando il lungo dibattito tra unitari e federalisti, iniziato almeno dal 1796.

L’adozione di un sistema istituzionale accentrato fu sconvolgente per la conseguente mutazione del sistema istituzionale, educativo, elettorale, tributario e degli enti locali. L’unico punto di riferimento della propria identità che rimase, il Comune. Poi vennero inserite le Province (69 fino al fascismo), talora senza alcun rispetto per le tradizioni e le storie locali. Ciò determinò il ripiegamento degli autonomisti più convinti a impegnarsi nella vita amministrativa dei Comuni per salvaguardare quella libertà che sembrava venisse soffocata dall’unitarismo forzato. Don Luigi Sturzo fu tra questi, e lo poté essere grazie al fatto che la Chiesa, estorta dal suo potere temporale, lo consentì ai laici-cattolici e al clero secolare. Fu municipalista espletando un impegno continuo nell’amministrazione civica di Caltagirone e negli enti locali (Provincia, Associazione dei Comuni Italiani, enti di assistenza e scolastici, opere di solidarietà e sindacali), con l’unico obiettivo di realizzare il bene comune dei cittadini, mirando all’educazione e alla partecipazione democratica.

In assenza di un federalismo nazionale, Sturzo propose l’introduzione della Regione individuandola come l’ente
intermedio con competenze autonome e risorse finanziarie in grado di avviare politiche e progetti di sviluppo socio-economico. La sua proposta regionalista venne esposta in termini chiari nel giornale cattolico “Il Sole del Mezzogiorno” di Palermo nell’aprile1901. Due anni dopo, su “La Croce di Costantino” richiamò l’attenzione sul negativo risultato dell’Italia che, in base al concetto di unità, aveva imposto (1865) “uniformità amministrativa e disparità economica, di squilibrio naturale e rovinìo voluto”. Non pensava lontanamente di rompere quest’unità di “religione, lingua, costumi, letteratura, tradizioni”, alla quale aveva creduto da sempre, ma da “meridionalista” additò la necessità di avviare un regionalismo che educasse il popolo e la classe politica “a esser padroni in casa nostra e far noi i nostri conti e avviarci da noi a risolvere le crisi che ci agitano e ci riducono in uno stato di vera miseria e di continuo avvilimento” (giugno 1903).

Nel 1921 a Venezia, in occasione del III° congresso nazionale del Partito popolare italiano, da lui co-fondato nel 1919 e divulgato con l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, rilanciò il progetto regionalista come “il rimedio” agli squilibri tra nord e sud Italia. Un sobrio decentramento regionale  amministrativo e finanziario e una autonoma
federalizzazione delle regioni, che lasci intatta l’unità di regime” con la competenza legislativa e fiscale erano i punti fondanti del suo regionalismo. In pratica, anticipò la Costituzione repubblicana.

Egli superava il timore di politici e uomini di cultura che vedevano nel federalismo lo scardinamento dell’unità
nazionale, perché vedeva nel regionalismo la svolta per creare una classe politica locale responsabile, alla quale
assegnava strumenti e competenze secondo le diverse esigenze di ciascuna regione e “secondo la corrispondenza della propria attività alla propria forza”. Per scongiurare la disparità e gli squilibri regionali prevedeva la sussidiarietà e la solidarietà tra loro perché nessuna avrebbe dovuto essere sfruttata a vantaggio di altre.

Dopo il rientro dall’esilio, confermò il suo appoggio al federalismo regionale e aderì al Movimento Federalista Europeo (agosto 1943) firmando il manifesto europeista e divenendo membro del Comitato promotore internazionale (1950). Detto questo, è possibile cogliere il nesso tra l’attività politico istituzionale di don Sturzo e il suo stato sacerdotale, e quindi votato alla spiritualità e alla santità? Per prima cosa occorre superare il pregiudizio e l’idea “falsa” secondo cui la santità sia riservata “piuttosto ai chiostri, a persone coperte di cenere e cilicio”, (sono parole del sac. siciliano Domenico Turano, 1814-1885) e negata al cristiano in quanto tale. Oggi gli esegeti della spiritualità e della santità hanno spiegato che queste due “categorie” del cristianesimo appartengono a tutti i cristiani, sacerdoti e laici, che abbracciano la “carità operosa” attuando quella “spiritualità dell’azione” che si manifesta nell’impegno continuo verso il prossimo, nei diversi campi della sfera umana: l’educazione, la beneficenza, il lavoro quotidiano e persino la politica, se e quando si ha l’obiettivo del bene comune, “realizzando una totale povertà interiore, uno spogliamento di sé che risponda al fatto di non avere altra norma che la ricerca della divina volontà” (Moioli, Fermenti di spiritualità, in “La Scuola Cattolica”, 1978, p.453).

In sintesi, la spiritualità si realizza nell’azione quotidiana quando è motivata dallo zelo, senza alcuna distinzione “tra zelo per Dio e per i fratelli”. Questa “spiritualità dell’azione”, che si è diffusa nell”800 e nel ‘900, ha mosso don Sturzo nell’attività politica, ponendolo come modello a tanti preti della Sicilia e del più ampio movimento cattolico nazionale. Del resto, egli stesso ha raccontato di essere stato spinto all’azione politica dopo i Fasci siciliani [1883-84]  che svelarono una questione sociale drammatica; ha ricordato che nel sabato santo del 1885 (un anno dopo il sacerdozio) a Roma, incaricato di benedire alcune case del quartiere popolare del centro storico, subì uno choc di fronte alla grande miseria che vi regnava; e la sua Cassa rurale S. Giacomo fu motivata dalla carità per contrastare l’usura subita dai contadini e dagli operai. Jacques Maritain, riprendendo la tesi di Etienne Gilson che aveva visto nel
cristiano due piani di attività, spirituale e temporale, vi aveva aggiunto quello “ intermedio”, cioè “il piano dello spirituale considerato nella sua connessione col temporale ” (Umanesimo integrale, 1936).

Ebbene, l’attività politica apparteneva al piano temporale, ma si connetteva alla spirituale quando vi erano da
salvaguardare i diritti umani e quelli della Chiesa. Non diversamente dai suoi confratelli che avevano fondato congregazioni e scuole per gli orfani e per i derelitti, Sturzo- politico seppe mantenersi “sacerdote piissimo” (Carlo A. Jemolo), mirando soltanto alla diffusione del bene comune, sia materiale che spirituale battendosi per libertà della
Chiesa cattolica e delle altre fedi religiose, del magistero del papa e dell’educazione, della scuola cattolica, dell’insegnamento della religione, della moralità pubblica e privata nell’economia e nella politica, per la tutela della vita e degli altri diritti umani sanciti dalc rist i a n e simo , t a l o r a i n contrapposizione a quelli proposti
dall’anticlericalismo e dal laicismo radicale.

I convincimenti di don Sturzo e i suoi comportamenti lo spingevano a parlare come cristiano nella sua “attività temporale”, evitando di arrogarsi il diritto di parlare in nome del cattolicesimo o della Chiesa. In sostanza, fu in sintonia con Maritain, secondo cui occorreva pensare e agire da cattolici d’ispirazione, non di denominazione. La spiritualità e la santità sono anche questo se alla base dell’azione vi è la carità.

Pubblicato su La Croce di Costantino – aprile 2026