L’ispirazione cristiana in politica in una società laica – di Giancarlo Infante
Vivere da cristiani in una società secolarizzata e pluralista è un’esperienza strutturalmente complessa, ma profondamente evangelica e davvero stimolante. La tensione tra la fedeltà alle proprie convinzioni e il rispetto per una comunità civile pluralista non è un recente incidente della Storia moderna: è la condizione ordinaria del discepolo fin dalle origini.
Il nodo sollevato dalla riflessione di qualche giorno fa di Tiziana Nesta, su Politica Insieme parlando delle “strade parallele”, individua esattamente la sfida contemporanea: come camminare su binari diversi coesistenti — la fede e la cittadinanza civile, la norma interiore e la legge di uno Stato laico — senza dividersi interiormente e senza cedere alla tentazione della contrapposizione (CLICCA QUI).
La tentazione dell’egemonia e il modello di Gubbio
Nel dibattito pubblico e politico, l’alternativa è quasi sempre la stessa: imporre o scomparire.
Se colui che ha un’ispirazione cristiano concepisce la propria presenza come l’imposizione di un modello confessionale a una società complessa, fallisce la natura stessa della testimonianza evangelica. Gesù non invita a dominare la Città terrena, ma invia i discepoli “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10,16).
Il riferimento all’incontro di San Francesco con il lupo di Gubbio offre una chiave di lettura: Francesco non ordina al lupo di scomparire, né lo condanna pregiudizialmente; gli parla: alla ricerca un patto. L’azione politica e pubblica del cristiano non nasce dal desiderio di “vincere” una battaglia culturale, ma dalla capacità di abbattere muri e di costruire ponti di impegnarsi e del coinvolgersi in un dialogo critico con ciò che appare estraneo o minaccioso. E questo spiega perché Leone XIV ha appena detto che “Al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi”.
Dio e Cesare: la doppia appartenenza
Il «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21) non è un invito alla neutralità o alla schizofrenia morale. È il riconoscimento della riconosciuta autonomia delle realtà terrene, confermato con forza dal Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes).
San Paolo incarna chiaramente questa dualità: fa valere la sua cittadinanza romana per difendere i propri diritti e proclamare il Vangelo nei luoghi del potere; paga di persona la sua fedeltà a Cristo, fino al martirio, quando il potere pretende di farsi assoluto. Ma Paolo non ha cercato di “cristianizzare” per decreto l’Impero Romano: ha vissuto le istituzioni imperiali da cittadino consapevole del suo stato di cittadinanza e, su quella base, operare per trasformare la cultura del suo tempo dall’interno, per fermento e non per coercizione.
Come conciliare coerenza e azione pubblica?
Se l’imposizione di leggi confessionali è un vicolo cieco in una società pluralistica, in che modo chi è ispirato cristianamente esprime la propria coerenza nell’arena pubblica?
Inevitabile il passaggio dall’imposizione alla persuasione perché in una democrazia moderna la Legge civile non è il Catechismo. Il compito del credente in politica non è tradurre direttamente i dogmi in codici penali, ma argomentare in termini di ragione d’essere e di bene comune. Le istanze della fede (la dignità intangibile della persona, la giustizia sociale, la cura degli ultimi, la pace) vanno tradotte in un linguaggio condivisibile anche da chi non crede.
La laicità dà vita ad un enorme spazio di incontro. Come riconosciuto dal post-Concilio, la secolarizzazione e il pluralismo non sono affatto un impoverimento. Liberano la fede dal rischio di diventare religione di Stato o costume sociale, restituendole la sua carica che o è profetica o non è. Il pluralismo costringe il credente a purificare le proprie motivazioni e a non dare nulla per scontato, e neppure provare ad imporre, bensì a proporre.
Chi è ispirato cristianamente, così, non può che affidarsi al discernimento ed accettare con umiltà e serenità il complesso camminare su “strade parallele”, nel senso che esse sono due: distinte e però coesistenti, entrambe coinvolgenti. Percorrere queste due strade parallele richiede la capacità di distinguere tra la coerenza personale (a cui non si può derogare) e la mediazione politica (che richiede di individuare il “bene possibile” all’interno di una comunità eterogenea).
E tutto ciò sulla base della consapevolezza che pure la società secolarizzata resta una comunità in cui vivere ed operare e che, dunque, non è un terreno ostile da conquistare, ma campo in cui gettare il seme. La forza della proposta cristiana nella sfera pubblica non si misura da quante leggi riesca a condizionare con l’autorità, ma da quanto riesca a rendere la società più umana, giusta e solidale attraverso il dialogo, il servizio e l’esempio.
Questo nodo tra fede e cittadinanza, tra norma interiore e legge civile, non è dunque solo un tema teorico. È lo sfondo sul quale si è svolto anche il viaggio di Papa Leone XIV in Francia, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi ed il cui ultimo riferimento è stato – direi più di natura politica – di Michele Rutigliano (CLICCA QUI).
Il Pontefice ha mostrato come il Vangelo possa stare nello spazio pubblico senza diventare bandiera di parte, rifiutando ogni saldatura tra religione e nazionalismo o estremismo politico. Quel viaggio, letto insieme alla riflessione sulle “strade parallele”, rafforza la stessa conclusione: la presenza cristiana non coincide con l’imposizione di un modello confessionale, ma con la capacità di abitare una società pluralista. Da un lato, senza volontà egemonica; dall’altro, consapevoli di essere portatori di una “forza” che richiede, però, una capacità di elaborare una specifica proposta politica capace di essere largamente condivisa, da credenti e da non credenti. E questa è la vera sfida.
Giancarlo Infante