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L’Europa, la von der Leyen e la Meloni – di Domenico Galbiati

La posizione di Ursula Von der Leyen

A Strasburgo Ursula Von der Leyden non ha peli sulla lingua. Denuncia apertamente il tentativo di sgretolare l’Europa da parte dei nazionalisti e dei russi. Soprattutto propone un accordo dell’UE con un Paese che dell’Unione non è membro: il Canada.

È un grande passo. Può rappresentare l’avvio di una politica europea che sia protagonista del nuovo mondo “multilaterale”, come, su queste pagine, abbiamo più volte auspicato.

Un cammino virtuoso da intraprendere per un nuovo ordine delle relazioni internazionali che sfugga al tentativo concorde di Stati Uniti e Cina, con il terzo incomodo della Russia, di regolare sì le proprie controversie, ma, nel contempo, prefigurare congiuntamente una nuova concorde spartizione tripolare del mondo in aree di influenza.

Il contrasto con la linea di Giorgia Meloni

Alla luce della franchezza, anche orgogliosa, con cui la Presidente della Commissione ha rivendicato il ruolo dell’Europa, a maggior ragione stride la posizione di Giorgia Meloni.

Le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi al “Foglio”; la rinnovata tensione volutamente ricercata con la Spagna su Ceuta; il voto contrario di FdI, ieri l’altro, a Strasburgo in ordine al cosiddetto “Scudo Democratico” contro le ingerenze straniere sono momenti della “guerra ibrida” che Giorgia Meloni, di fatto, conduce contro un’Europa in cui non crede, né mai ha creduto perché il suo impianto ideologico non glielo consente.

Ovviamente dall’Europa non può prescindere, ma è orientata su tutt’altro fronte ed invincibilmente attratta — pure qui a guidarla è la cifra ideologica del suo impegno politico — nella galassia autocratica che, impersonata per ora da Trump, dovrà pur trovare un nuovo leader quando il vecchio Donald uscirà di scena.

La visione di Giorgia Meloni nulla ha a che vedere con il disegno di unità politica del vecchio continente, che ha preso le mosse, nell’immediato secondo dopoguerra del secolo scorso, dal sogno europeo di pace di Schuman, De Gasperi, Adenauer.

Alla Meloni non piace un’Europa solidale e coesa, bensì sgranata nei 27 Stati membri, frenata dalla palla di piombo al piede dell’unanimità di voto, che difende tenacemente come stigma di un’Europa “confederata”.

La quale mantenga intatte le sovranità nazionali e tutt’al più le orienti, di volta in volta, a collaborazioni per singoli argomenti che nulla hanno a che vedere con una vera integrazione, cioè un processo organico e strutturato di rapporti tale per cui il risultato complessivo sia superiore alla somma degli addendi.

Senonché, un mondo complesso — lo si voglia o no — impone un concerto di sovranità tale per cui, se viene meno quella europea sovraordinata, le sovranità nazionali impallidiscono fino ad essere del tutto inefficaci.

Domenico Galbiati