La politica, l’economia e la democrazia nelle piazze – di Edoardo Matteo Infante
Il “tempio” vuoto
Il 13 ottobre il Parlamento italiano ha autorizzato lo scostamento di bilancio proposto dal Ministro Giancarlo Giorgetti: circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027–2028, facendo ricorso alla clausola europea che consente maggiore flessibilità per determinate spese legate alla difesa e all’energia. L’opposizione ha chiesto che le risorse fossero indirizzate prioritariamente a povertà, sanità pubblica, famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica.
Mentre Giorgetti illustrava il provvedimento alla Camera, in aula si contavano appena una manciata di deputati della maggioranza e circa il doppio dell’opposizione. Ma i numeri necessari sono arrivati al momento del voto: 219 sì e 110 no alla Camera. La dice lunga il fatto che, per decisioni che determinano come saranno distribuite le risorse, quali bisogni saranno soddisfatti e quali sacrifici saranno richiesti, il “tempio” della democrazia era vuoto.
Quando si tratta dell’economia, la deliberazione democratica sembra essere diventata un passaggio formale: si discute poco, si vota, si passa oltre.
In Europa, ormai ne parliamo da settimane, è tornata la pressione per il consolidamento dei conti pubblici, mentre gli impegni per la “difesa” si allargano. Nel 2026 la spesa militare del Paese che “ripudia la guerra” aumenterà di 1,13 miliardi di euro rispetto al 2025, con ulteriori 14,4 miliardi di spesa aggiuntiva programmati per il biennio 2027-2028.
Le piazze si riempiono
In Francia, il 13 ottobre, secondo il ministero dell’Interno, 161.500 persone hanno partecipato alle manifestazioni a sostegno degli studenti; i sindacati hanno stimato 480.000 partecipanti. In Spagna, il 3 ottobre, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 50 città per chiedere risposte alla crisi abitativa, dopo il fallimento parlamentare di misure a tutela degli inquilini. In Albania, le proteste studentesche del 14 e 15 ottobre contro i costi dell’istruzione, la corruzione e le condizioni delle università si sono allargate in una mobilitazione antigovernativa, con gravi scontri a Tirana. Addirittura, i manifestanti hanno dato fuoco al Ministero della Giustizia.
In Italia, il 17 ottobre, la rete Via Maestra, con la CGIL e oltre cento associazioni, manifesterà a Roma per la Costituzione, il lavoro, un fisco progressivo e un welfare universale. A Parigi, lo stesso giorno, è prevista una mobilitazione contro il caro vita e il rincaro dei carburanti, rilanciata sui social anche nel nome dei gilet gialli, sebbene non si tratti di un ritorno ufficiale del movimento. Macron non si dimise quando era con l’acqua fino alla gola nella marea gialla e, oggi, Rama ha “promesso” che non si dimetterà a causa delle proteste degli studenti.
Le ragioni dei manifestanti sono diverse e molteplici (sebbene unite da un unico filo, l’economia), le reazioni dei diversi governi, invece, sono le stesse: polizia e sbarramenti.
Queste mobilitazioni ricordano che le persone non sono semplici destinatarie di decisioni economiche prese altrove (perché l’economia è politica, e sarebbe il momento di ricordarselo). E che i parlamenti possono anche essere vuoti, ma la democrazia è viva e vegeta nelle piazze europee.
Edoardo Matteo Infante