La Politica e la “Bestia”
Il clima di questi giorni
In un Paese dove ogni fatto di cronaca diventa immediatamente terreno di scontro politico, la comunicazione sembra aver smarrito ogni misura. Le reazioni agli ultimi episodi — dal caso dell’orefice condannato per eccesso di difesa alla morte di un uomo durante un arresto a Bologna — mostrano quanto la politica italiana viva ormai di riflessi condizionati, più che di analisi. È in questo contesto che vale la pena ricordare un dettaglio forse dimenticato: Matteo Salvini chiamò la sua macchina di propaganda digitale “La Bestia”. Un nome che, con il senno di poi, suona come una perfetta sintesi del metodo e dei personaggi che lo praticano.
Un titolo che dice tutto
Non sappiamo se l’idea fosse sua o di qualche suggeritore, ma il nome è coerente con il modo in cui lui e moltissimi del suo stesso mondo hanno gestito la presenza sui social e la comunicazione politica in generale. Un linguaggio che non argomenta, ma aggredisce; che non cerca consenso, ma stimola appartenenza tribale. La “Bestia” non è solo un algoritmo: è una cultura politica.
La cronaca come arena
Il caso dell’orefice condannato per aver ucciso due rapinatori è stato trattato in modo “bestiale”: con reazioni belluine, appelli emotivi e slogan che evocano la giustizia sommaria più che il diritto. Poche ore dopo, la morte di un uomo durante un arresto a Bologna ha riacceso la stessa dinamica. Vicenda complessa, che merita di essere valutata nelle sedi giudiziarie, ma che la politica ha subito trasformato in scontro di fazioni. Tra le reazioni spicca quella del Capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che ha dichiarato di aver chiamato i vertici della Questura per esprimere solidarietà “salvo accertare come siano andate le cose”. Ma se non sono stati ancora approfonditi i fatti nelle sedi opportune, che senso ha esprimere solidarietà preventiva?
La sicurezza ridotta a slogan
Mentre gli italiani assistono all’ennesima semplificazione di questioni serie — sicurezza, formazione delle forze dell’ordine, tutela dei cittadini — la maggioranza ha trovato il modo di esprimere solidarietà concreta a uno dei suoi: il sottosegretario Delmastro. Votando contro la richiesta degli inquirenti di acquisire i messaggi intercorsi tra lui e il suo ex socio della “Bisteccheria d’Italia”, detenuto per connivenza con il clan mafioso dei Sanese. Un gesto che, più che difendere la legalità, difende la complicità.
La moglie di Cesare
Aveva ragione Cesare: Calpurnia – sua moglie -non solo doveva essere onesta, ma doveva apparire tale. Un principio che sembra ignoto a chi oggi governa. Così, nel caso Delmastro, la maggioranza autorizza a pensare il peggio, alimentando dubbi sulle frequentazioni e sulla trasparenza della classe politica, in generale, e su quelle di Delmastro, in particolare.
L’auspicio delle “anime buone”
Verrebbe da sperare che la politica italiana ritrovi un linguaggio civile, capace di distinguere tra emozione e ragione, tra giustizia e vendetta, tra solidarietà e opportunismo. Ma è un auspicio da “anime buone”, perché la “Bestia” non dorme mai: si nutre di rabbia, di semplificazioni e di consenso immediato. E finché la politica continuerà a preferire il ruggito alla parola, non ci sarà spazio per la ragione, ma solo per l’istinto.