La democrazia si impara: dalla crisi della partecipazione alla cittadinanza generativa – di Rosapia Farese
Se la fiducia è il fondamento della convivenza democratica, la partecipazione è il modo attraverso cui la fiducia si costruisce, si rinnova e genera Bene Comune
Nel precedente articolo, “Gli italiani chiedono più Stato ma non si fidano dello Stato”, abbiamo riflettuto su un paradosso che attraversa la società italiana: una forte domanda di protezione pubblica convive con una crescente sfiducia nelle istituzioni. Ne emergeva una conclusione semplice ma decisiva: la fiducia non si chiede, si costruisce. Ma come si costruisce?
La risposta ci conduce alla terza domanda del nostro percorso: come decidiamo insieme? È una domanda che riguarda il cuore stesso della democrazia. E oggi appare particolarmente urgente. Astensionismo crescente, indebolimento dei partiti, crisi dei corpi intermedi, polarizzazione del dibattito pubblico, difficoltà nel coinvolgere le nuove generazioni nella vita civica sono segnali che attraversano molte democrazie occidentali.
Il rischio è che la democrazia venga percepita come un meccanismo istituzionale da osservare dall’esterno, anziché come una responsabilità condivisa da vivere quotidianamente. Eppure, la democrazia non coincide semplicemente con il voto. Il voto è fondamentale, ma rappresenta solo uno dei momenti attraverso cui una comunità esercita la propria sovranità. La qualità democratica di una società dipende anche dalla capacità di ascolto reciproco, dalla diffusione della partecipazione, dalla vitalità delle associazioni, dalla presenza di spazi di confronto e dalla possibilità concreta per i cittadini di contribuire alle decisioni che riguardano la loro vita.
Per questo la democrazia si impara. Si impara a scuola, quando si educa al pensiero critico e al dialogo. Si impara nelle famiglie, nelle associazioni, nelle cooperative, nelle parrocchie, nei gruppi civici e nei luoghi di lavoro. Si impara nei territori, dove le persone sperimentano concretamente il significato della corresponsabilità.
Non è un caso che molte delle riflessioni sviluppate negli ultimi anni dalla Rete di Trieste abbiano posto al centro proprio il tema della partecipazione e della formazione alla cittadinanza. La democrazia non può essere ridotta alla semplice delega. Ha bisogno di cittadini competenti, consapevoli e disponibili a contribuire al Bene Comune.
In questo contesto assume particolare rilevanza il concetto di cittadinanza generativa. Non un cittadino spettatore, che si limita a osservare o commentare ciò che altri decidono, ma una persona capace di generare relazioni, iniziative, progetti e valore sociale. Una persona che riconosce i propri diritti ma è consapevole anche delle proprie responsabilità verso la comunità. La cittadinanza generativa rappresenta un passaggio culturale importante: dalla logica della rivendicazione alla logica della corresponsabilità.
Non significa sostituire lo Stato o ridurre il ruolo delle istituzioni. Significa riconoscere che le istituzioni funzionano meglio quando incontrano una società civile viva, organizzata e partecipativa. Qui tornano centrali i corpi intermedi, troppo spesso considerati strutture del passato. Al contrario, essi rappresentano ancora oggi uno dei principali luoghi di mediazione tra individuo e istituzioni. Associazioni, organizzazioni del Terzo settore, cooperative, comunità territoriali e reti civiche non producono soltanto servizi: producono fiducia, capitale sociale, partecipazione e senso di appartenenza.
In una stagione caratterizzata da profonde trasformazioni economiche, tecnologiche e culturali, il loro ruolo appare persino più importante che in passato. Il tema riguarda direttamente anche il percorso dell’Umanesimo civile. Se la persona è il centro dello sviluppo, allora deve essere anche protagonista dei processi decisionali che la riguardano. Una società umanizzata non si misura soltanto dalla qualità delle prestazioni che offre ai cittadini, ma dalla capacità di coinvolgerli nella costruzione delle scelte collettive.
Da qui nasce una domanda ulteriore: è possibile osservare e valutare la qualità democratica di una comunità? Tradizionalmente siamo abituati a misurare aspetti economici, finanziari o amministrativi. Più raramente proviamo a valutare il livello di partecipazione, la fiducia reciproca, la qualità delle relazioni sociali, l’inclusione, il protagonismo giovanile, la vitalità delle reti civiche o la capacità di cooperazione tra soggetti diversi.
Eppure questi elementi incidono profondamente sulla salute democratica di una comunità. È anche una delle intuizioni che stanno alla base dell’Humanization Impact Framework (HIF). Il tentativo non è sostituire gli indicatori tradizionali, ma affiancarli con strumenti capaci di osservare le dimensioni umane, relazionali e partecipative dello sviluppo. Perché una politica pubblica non dovrebbe essere valutata soltanto per le risorse impiegate o per i risultati economici ottenuti. Dovremmo chiederci anche se ha aumentato la partecipazione, rafforzato le relazioni di fiducia, favorito l’inclusione, sviluppato autonomia e responsabilità.
La democrazia, infatti, non vive esclusivamente nelle istituzioni. Vive nella qualità delle relazioni che una comunità è capace di generare. Per questo non può essere considerata un bene acquisito una volta per tutte. Deve essere continuamente alimentata attraverso educazione, partecipazione e corresponsabilità. Ed è proprio da qui che nasce l’ultima domanda del nostro percorso.
Se vogliamo una società più partecipativa, più giusta e più umana, come possiamo governare il futuro delle grandi trasformazioni tecnologiche che stanno cambiando la nostra vita?
La democrazia non è un bene ereditato. È una capacità collettiva da coltivare ogni giorno.
Rosapia Farese