Adesso scoprono “la mucca nel corridoio” – di Giancarlo Infante
La mucca nel corridoio
C’è un’espressione del gergo popolare che Pier Luigi Bersani ha rilanciato qualche anno fa e che rende meglio di tante analisi una situazione apparentemente difficile da spiegare: «quando vedi la mucca nel corridoio». È una bestia enorme, ingombrante, impossibile da non vedere. Se è nel corridoio di casa tua, non puoi far finta di inciampare. Devi affrontarla. Il ritorno del nazifascismo in Europa è esattamente quella mucca.
E viene da lontano. Non è nato ieri, non è nato con un tweet o con un partito nuovo. Ha covato per anni sotto la cenere delle crisi economiche, delle diseguaglianze accresciute, della perdita di sicurezza sociale e delle paure solleticate e trasformate in strumento politico. E in tutti questi anni hanno lavorato alacremente quelli che possiamo chiamare i «riduzionisti». I professionisti della sottovalutazione. Mentre si discuteva se fosse legittimo chiamarli fascisti, loro si organizzavano, occupavano spazi, costruivano consenso, normalizzavano linguaggi e comportamenti che fino a pochi anni prima sarebbero stati considerati impresentabili.
Nessuna sorpresa
Il voto in Sassonia, in questo senso, è tutt’altro che una sorpresa. L’avanzata dell’AfD dura da anni e non può essere spiegata soltanto con una particolare congiuntura elettorale o con la questione dell’immigrazione. Ci sono aspetti economici e sociali propri della Germania orientale che non possono essere ignorate. Dalla caduta del Muro, molti dei Länder dell’Est hanno continuato a vivere la riunificazione anche come una storia di subordinazione. La fine del sistema comunista non ha prodotto per tutti la stessa percezione di emancipazione. Interi territori hanno conosciuto la scomparsa di strutture produttive, la perdita di popolazione, salari e opportunità inferiori a quelli dell’Ovest e la sensazione, mai del tutto superata, di essere cittadini di una Germania di serie B.
È su questo terreno che la protesta può diventare rabbia e la rabbia può trasformarsi in consenso politico. Per questo il problema non è soltanto ciò che dice l’AfD. È il terreno sul quale è riuscita a crescere.
Ma, a ben guardare, la vicenda sassone potrebbe anche significare che nella riunificazione tedesca qualcosa non ha funzionato. E poiché quella riunificazione l’abbiamo pagata anche noi europei – accettando il cambio dell’Euro al valore di un Marco, con tutte le conseguenze che per gli altri europei sono derivate – non sarebbe forse il caso di parlarne con gli amici tedeschi, sempre così pronti a dare lezioni agli altri? La domanda, oggi, assume un significato ancora più importante alla luce del riarmo tedesco. Abbiamo pure il diritto, una volta tanto, di chiedere noi qualche spiegazione?
Gli interessi di Trump, Putin e Netanyahu
Oggi quel terreno è reso ancora più insidioso da una situazione internazionale nella quale interessi diversi possono convergere contro l’autonomia politica dell’Europa e ritrovarsi a sostenere, in forma pure diretta ed economicamente i gruppi più estremisti.
Trump, Putin e Netanyahu non hanno lo stesso obiettivo. Anzi, i loro obiettivi sono diversi e, in molti casi, lontanissimi tra loro. Ma possono diventare coincidenti e funzionali l’uno all’altro, soprattutto nell’ottica della propria “grandezza” che ciascuno di loro persegue. È proprio questa convergenza di interessi diversi ad aggravare il problema di cui parliamo dopo il voto in Sassonia. Trump – con il suo “Make America Great Again” ha interesse a un’Europa meno capace di imporre regole ai grandi gruppi economici e tecnologici americani, dalle Big Tech ai settori dell’agroalimentare. E, per questo, Elon Musk è subito intervenuto esultante per la vittoria dei neonazisti tedeschi. Un’Europa regolatrice, con standard propri e capace di difendere il proprio mercato, rappresenta un ostacolo per chi vorrebbe un grande spazio economico assolutamente libero da vincoli.
Putin ha un interesse diverso. Non ha bisogno di fare dell’Europa un sol boccone. Gli interessa un’Europa che torni, per quanto possibile, a essere un grande acquirente del gas russo a buon mercato e, soprattutto, che smetta di essere l’elemento di disturbo della ricostruzione di quella fascia di sicurezza a occidente che dovrebbe consentire alla Russia di tornare a esercitare una propria influenza sugli ex, o su molti degli ex, paesi satelliti dell’Urss. Un’Europa divisa e incapace di agire come soggetto politico autonomo sarebbe molto più funzionale rispetto a quello del ritorno alla “Grande Russia” che cozza con il disegno di un’Europa incombente, unita e consapevole della propria forza.
Netanyahu ha ancora un altro interesse. Ha bisogno di un mondo attraversato da una condizione permanente di turbolenza nella quale la questione mediorientale rimanga subordinata ad altre emergenze e nella quale l’Europa sia meno in grado di esercitare una pressione politica sulle scelte del Governo israeliano. Soprattutto, un’Europa divisa è meno capace di insistere sul diritto dei palestinesi a essere riconosciuti come popolo dotato del diritto all’autodeterminazione e di opporsi alle prospettive espansionistiche che possono essere ricondotte all’idea della «Grande Israele». Netanyahu ieri ha taciuto perché in piena campagna elettorale non può fare finta di non sapere che hanno vinto i nipotini di chi ha eretto Aushwitz e il gigantesco sistema di sterminio della sua razza. Ma ricordiamo molto bene il sostegno del suo partito, il Likud, alla destra europea di cui si è accontentata di ricevere la promessa – tutta da verificare – di non fare più l’antisemita.
Tre obiettivi diversi, dunque. Ma che, per ragioni diverse, possono incontrarsi. Trump può avere interesse a indebolire l’Europa come potenza regolatrice; Putin a indebolirla come potenza geopolitica; Netanyahu a ridurne la capacità di esercitare una pressione politica sul Medio Oriente.
Non serve, dunque, che esista una esplicita cabina di regia comune. È sufficiente che ciascuno persegua il proprio interesse e che il risultato finisca per essere funzionale, anche solo in parte, ai propri e agli interessi di chi si ritrova alleato nell’attacco all’Europa.
Decisivi gli errori delle forze democratiche
Ed è qui che gli errori delle forze democratiche europee appaiono decisivi. Perché non si può comprendere l’avanzata delle destre estreme senza considerare quanto accaduto prima. Sono state sottovalutate le conseguenze delle crisi finanziarie ed economiche degli ultimi tre decenni, cui si è aggiunta la devastante stagione del Covid e dell’esplosione dell’inflazione, dei costi energetici e di quelli di tutti i beni essenziali alla vita quotidiana. È stata progressivamente accantonata una politica di coesione sociale e geografica capace di impedire che intere aree dei nostri paesi si sentissero escluse dai benefici della crescita.
La Sassonia, dunque, non soltanto come un problema tedesco, bensì come un campanello d’allarme europeo, ma che rischia di rintoccare a vuoto se non si va al fondo delle implicazioni sociali da cui derivano quelle politiche. Se una parte della popolazione percepisce di essere stata lasciata indietro, se la politica non riesce più a dare una prospettiva, se il futuro viene percepito come una minaccia e non come una promessa, il malcontento cerca inevitabilmente una spiegazione.
Ecco dove si staglia la responsabilità delle forze democratiche. I popolari non fanno più i popolari. La sinistra non fa più, o non fa abbastanza, la sinistra. I liberali sono travolti da un sistema finanziario che sempre più drena risorse a favore di quelli che, a ben guardare, si rivelano come dei monopolisti i quali, però, reclamano un libero mercato esclusivamente a loro vantaggio. I primi, hanno progressivamente abbandonato una parte della loro funzione storica di rappresentanza del ceto medio produttivo, delle piccole imprese, dei territori e di una idea di comunità nazionale inevitabilmente inserita nel progetto europeo. La seconda, si è spesso perduta dietro i cosiddetti «diritti individuali», certamente importanti e irrinunciabili, trascurando però i diritti più generali e sociali: il lavoro, la casa, la sanità, la scuola, la sicurezza economica, la possibilità di progettare il proprio futuro. I terzi parlano sempre più di una realtà economica e di equilibri sociali che non esistono più.
Quando la politica democratica smette di occuparsi della vita concreta delle persone, qualcun altro occupa quello spazio. È quasi una legge della fisica: il vuoto tende a essere riempito. E il vuoto lasciato dalle forze democratiche viene occupato da forme politiche retrive che possono poggiare su un basamento storico molto più profondo di quanto siamo disposti ad ammettere: vecchie aspirazioni nazionalistiche, identitarie e autoritarie, mai completamente scomparse dalla memoria europea.
In Germania, come in altri Paesi europei, queste stratificazioni storiche non sono un dettaglio. E così, non basta continuare a lanciare l’allarme per l’avanzata dei nazifascisti. L’allarme è necessario, ma da solo non serve a fermare nessuno. Una democrazia non può pensare di difendersi semplicemente dicendo ai cittadini che dall’altra parte c’è il pericolo. Deve dimostrare che esiste un’alternativa molto più valida nella quale valga la pena di credere ed investire.
Un’alternativa per una reazione efficace
Le esperienze di Zohran Mamdani a New York e di Andy Burnham nel Regno Unito, pur profondamente diverse per storia, contesto e dimensione, indicano una possibile via alternativa: tornare a una politica capace di parlare delle condizioni materiali della vita delle persone, della casa, dei trasporti, dei servizi pubblici, del costo della vita, del lavoro, della possibilità di vivere dignitosamente nella propria città e nella propria comunità.
Non si tratta di importare modelli da un altro paese, soprattutto se non tengono conto della storia e delle caratteristiche del proprio. Ma di comprendere la lezione politica che quelle esperienze contengono. Se le destre radicali sono riuscite a trasformare il disagio in paura, la politica democratica deve essere capace di trasformare quello stesso disagio in una proposta. Se loro vivono solo indicando un nemico, la democrazia deve offrire una prospettiva. Se loro parlano alla paura di chi si sente escluso, le forze democratiche devono tornare a parlare alla condizione concreta di chi è stato escluso e prefigurare l’inclusione.
È questo che dovrebbe fare la politica europea. Non limitarsi a dire che “la mucca è nel corridoio”. Perché lo sappiamo. La vediamo tutti. Il problema, adesso, è capire chi avrà la forza, il coraggio e, soprattutto, la capacità politica di spostarla quella pericolosa mucca.
Giancarlo Infante