Italiani: vogliono più Stato, ma non si fidano -di Rosapia Farese
Tra domanda di protezione e sfiducia nelle istituzioni, la vera sfida non è scegliere tra più o meno Stato, ma costruire istituzioni capaci di ascoltare, coinvolgere e generare fiducia.
Nel primo articolo di questo percorso, “La felicità non è un lusso privato: quale economia per il vivere bene?”, siamo partiti da una domanda: che cosa conta davvero quando misuriamo il progresso di una società? Abbiamo sostenuto che non basta sapere quanto un Paese produce: occorre capire come vivono le persone mentre quel Paese cresce.
Quella riflessione ci conduce oggi alla seconda domanda: di chi ci fidiamo?
È una questione decisiva perché nessuna società può funzionare senza fiducia. E l’Italia sembra vivere un paradosso: una forte domanda di protezione pubblica convive con una diffusa sfiducia nella capacità dello Stato di rispondere efficacemente ai bisogni.
Le elaborazioni sui dati dell’European Social Survey recentemente riprese nel dibattito pubblico mostrano un Paese nel quale è molto elevata la richiesta che lo Stato intervenga per ridurre le disuguaglianze e garantisca protezione nei momenti di fragilità. Allo stesso tempo emerge una percezione critica dell’efficienza del welfare e della capacità delle istituzioni di trasformare risorse e politiche in servizi realmente accessibili.
Il problema, allora, non può essere ridotto alla tradizionale contrapposizione tra più Stato e meno Stato.
La domanda dovrebbe essere un’altra: quale Stato?
Uno Stato distante, burocratico e autoreferenziale difficilmente genera fiducia. Ma neppure il mercato può essere chiamato a rispondere da solo a bisogni che riguardano diritti fondamentali, coesione sociale e uguaglianza delle opportunità.
Tra Stato e individuo esiste però uno spazio che troppo spesso dimentichiamo: quello delle comunità, delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle imprese responsabili, del volontariato e dei corpi intermedi.
È lo spazio della sussidiarietà.
Non significa arretramento delle istituzioni né trasferimento delle loro responsabilità alla società civile. Significa riconoscere che il Bene Comune si costruisce attraverso una responsabilità condivisa, nella quale istituzioni e cittadini non sono due mondi contrapposti.
L’esperienza del Terzo settore dimostra quanto possano essere importanti le reti di prossimità nell’intercettare bisogni che spesso le grandi organizzazioni vedono con difficoltà. Ma la partecipazione non può servire semplicemente a compensare ciò che lo Stato non riesce più a fare. Deve diventare parte di un nuovo modo di progettare, decidere e valutare le politiche pubbliche.
Qui ritorna il tema dell’Umanesimo civile. Rimettere la persona al centro significa anche cambiare il punto dal quale osserviamo l’efficacia delle istituzioni.
Quanto abbiamo speso è certamente importante. Ma dovremmo chiederci anche: quella politica ha ridotto una disuguaglianza? Ha reso un servizio più accessibile? Ha aumentato l’autonomia delle persone? Ha generato partecipazione e fiducia?
Sono domande che riguardano anche il lavoro che stiamo sviluppando con lo Humanization Impact Framework (HIF): provare ad affiancare agli indicatori tradizionali criteri capaci di osservare l’impatto delle decisioni sulla dignità, sulle relazioni, sull’equità, sulla partecipazione e sulla qualità della vita.
Perché anche la fiducia può essere considerata un’infrastruttura sociale. Richiede tempo per essere costruita e può essere distrutta rapidamente quando le persone percepiscono distanza tra promesse, decisioni e vita quotidiana.
Forse è proprio questo il paradosso che dovrebbe interrogare maggiormente la politica: gli italiani non sembrano chiedere semplicemente più Stato. Chiedono uno Stato che funzioni, sia vicino e sappia ascoltare.
La fiducia, infatti, non si ricostruisce chiedendo ai cittadini di credere nelle istituzioni.
Si ricostruisce costruendo istituzioni degne della loro fiducia.
E da qui nasce inevitabilmente la prossima domanda del nostro percorso: se vogliamo ricostruire fiducia, come possiamo tornare a decidere insieme?
La fiducia non si chiede. Si costruisce.
Rosapia Farese