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Il superamento del bipolarismo e alcune occasioni mancate – di Giancarlo Infante

Il quadro politico italiano è in fase di precisazione, ma resta ancora sospeso. Per delinearlo con maggiore certezza occorre attendere la conferma dell’applicabilità della nuova Legge elettorale: sono pendenti i ricorsi e resta da conoscere la decisione della Corte europea sulla compatibilità di una modifica della legislazione elettorale nell’anno precedente le elezioni. Questioni che potrebbero trovare una risposta, verosimilmente, entro il prossimo marzo-aprile. Alcuni dati, tuttavia, appaiono più certi e concorrono a delineare un percorso possibile, sia pure ancora costringendo a tenere conto di alcune variabili da definirsi pienamente.

Schlein rivendica la leadership dell’opposizione

Elly Schlein ha consolidato la propria posizione all’interno del Partito democratico, ottenendo un consenso che la mette in grado di rivendicare persino la leadership dell’intera coalizione di opposizione, “con o senza primarie”. La Segretaria sembra intenzionata a far valere il mandato ricevuto dal proprio partito anche nella definizione degli equilibri del cosiddetto “campo largo”, o progressista che dir si voglia.

La vicenda dei “riformisti” interni al Pd, almeno per come si è manifestata con il voto dell’Assemblea nazionale, sembra ridimensionare la consistenza politica di un dissenso spesso enfatizzato nel dibattito pubblico. Su circa 600 votanti, i contrari alla linea della Segretaria sono stati pochissimi: tre. Così come limitato è stato il numero degli astenuti: 26. Più che una forza capace di condizionare le scelte del Partito, il dissenso interno sembra essersi rivelato, almeno per ora, soprattutto un fatto giornalistico.

Per altre realtà contigue l’obiettivo realistico appare solo quello di conservare quel minimo di rappresentanza parlamentare già acquisita. Anche per gruppi, più o meno organizzati, più o meno conosciuti al di fuori del Partito, il ritorno tra gli eletti sarà ridotto ad una quota simbolica. Quanto ad altre voci, che pure hanno cercato spazio nel dibattito, la loro effettiva consistenza politica ed elettorale resta tutta da dimostrare. E la quasi certezza di non tornare in Parlamento spiega l’agitazione di taluni esponenti del Pd.

Il rapporto con il mondo cattolico

Le riflessioni possibili a questo punto sono già molte. Quella che ci interessa più direttamente riguarda il rapporto tra la leadership di Elly Schlein e il mondo cattolico, inteso non soltanto come insieme di riferimenti ecclesiastici, ma come realtà sociale, culturale e popolare.

La Segretaria del Pd sembra manifestare scarso interesse per il cosiddetto “voto cattolico”. O meglio, forse lo considera – come del resto hanno fatto le dirigenze del Pd negli ultimi anni – come tutto perso a favore delle destre o dell’astensionismo. In ogni caso, appare continuare a concepire il rapporto con questo variegato universo soprattutto attraverso interlocuzioni di vertice. Ma il mondo cattolico non coincide con le sue gerarchie sul piano politico. Così come non può essere più considerato un bacino elettorale omogeneo, da raggiungere attraverso una semplice mediazione istituzionale.

Il popolo “cattolico” che interessa a noi – e sembra molto meno alla Schlein come alla Meloni – è quello che, pur deluso dalla politica, non ha necessariamente rinunciato a cercare una prospettiva diversa. Ed è proprio qui che si misura la possibilità di costruire una proposta politica capace di restituire fiducia e partecipazione.

Ruffini e l’occasione mancata

In questo quadro si colloca la vicenda di Ernesto Maria Ruffini e di chi aveva immaginato la presentazione di uno spazio politico nuovo, non riducibile alla semplice auto collocazione al centro dello schieramento. All’esclusione di Ruffini e di Franco Gabrielli dalle liste del Pd sembrava offerta una possibile via alternativa attraverso la creazione di una lista autonoma -ma pur sempre organica al Pd – che non avesse bisogno di partecipare all’ingente raccolta di firme richieste dalla nuova Legge elettorale dello Stabilicum Melonellum.

Eppure, qualcosa non ha funzionato. Proprio ieri la Camera ha bocciato la richiesta per la nascita del nuovo gruppo +Europa, Centro democratico, Stati Uniti d’Europa sotto il cui simbolo elettorale si sarebbero dovuti presentare anche Ruffini, con i suoi di PiùUno,  e Franco Gabrielli. L’on. Maggi di +Europa ha dovuto amaramente dirsi consapevole “di cosa siano capaci gli avversari e i finti alleati”.  Non è stata, infatti, concessa la deroga per la formazione del nuovo gruppo composto appositamente perché sono venuti a mancare i voti di qualcuno della opposizione. Al momento, quindi, appare preclusa la via di questo escamotage e siamo costretti a  sottolineare come una possibilità organizzativa sul piano elettorale non equivale, di per sé, alla costruzione di una prospettiva politica diversa ed alternativa.

La domanda, allora, la più importante e politicamente la più rilevante, è quella sul se Ruffini non abbia perso una grande occasione. Quesito a maggior ragione oggi posto considerando l’attenzione che la sua iniziativa aveva inizialmente suscitato in quanti continuano a credere nella necessità di avanzare una nuova proposta politica.

Non si tratta di riproporre il “centro” come semplice bastione intermedio tra destra e sinistra, né di cercare una posizione di equidistanza tra i due schieramenti. Neppure di fare da “centro” nella destra o nella sinistra. Piuttosto, di far valere il peso di una diversa cultura politica, anche di una tradizione storicamente consolidata, e una capacità programmatica originale e trasformativa, in grado di andare oltre gli attuali limiti della contrapposizione tra i due schieramenti e di farci affrontare i problemi del Paese con una visione autonoma.

Il primo obiettivo avrebbe potuto essere proprio quello di mettere in discussione il bipolarismo che da tre decenni condiziona la politica italiana, spesso giustificato con la necessità di aggregare le forze intorno a una competizione maggioritaria. Ma andava fatto da una posizione autonoma. Anche per prendere atto del fatto assodato che sotto questo punto di vista non giungono ragioni di speranza da parte di Elly Schlein e dal Pd. In ogni caso, il bipolarismo non si mette in discussione accettandone logica, riti e cerimoniali, o escamotage elettorali.

La partita, naturalmente, non è ancora chiusa. Ma il tempo delle occasioni politiche non è illimitato: attendere che siano gli altri a definire il quadro può significare ritrovarsi, ancora una volta, senza uno spazio nel quale esercitare davvero una funzione originale.

Giancarlo Infante